A Portrait of: Peggy Guggenheim

Icona e mecenate dell’arte del Novecento.

Socialite  ed eccentrica visionaria.

Protagonista di stile e femminista inconsapevole.

Marguerite “Peggy” Guggenheim è una figura catalizzatrice dello scorso secolo, ora protagonista del documentario realizzato da Lisa Immordino Vreeland dal titolo “Confessions of an Art Addict”.

Erede di una delle famiglie più in vista e facoltose del tempo, gioca a tennis con Ezra Pound, è amica di personaggi illustri come Marcel Duchamp, James Joyce, Alexander CalderJean Cocteau e tra i suoi tanti amori vanta Samuel Beckett e Max Ernst.

A quarant’anni apre la sua prima galleria la “Guggenheim Jeune” di Londra esibendo opere di Kandinsky, Dalí, Man Ray, Henry Moore, allora considerati poco più che degli “imbratta tele”. Sostiene il lavoro di Mark Rothko, scopre Jackson Pollock, consacra Constantin Brancusi, Hans Arp e Victor Brauner.

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Per prima organizza un’intera mostra dedicata ad artiste donne tra le quali Dorothea Tanning, Frida Kahlo, Leonora Carrington, Xenia Cage e presenta Lucian Freud al pubblico inglese.

Presto diventa una delle collezioniste di arte moderna più importanti mai esistite, ad un certo punto ha così tanti dipinti da dover impilarli in bagno.

La sua è una vita folle, “tutta arte e amore”. Così, iniziano le sue memorie  scritte nel 1923: “Provengo da due delle famiglie ebree più in vista. Uno dei miei nonni era nato in una stalla come Gesù Cristo, o meglio sopra una stalla, in Baviera, e l’altro era un venditore ambulante”.

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Nonostante le umili origini entrambe le dinastie costruiscono dei veri e propri imperi economici: i Seligman, il ramo materno, come banchieri, mentre i Guggenheim con l’estrazione e la lavorazione dei metalli.

Se la madre Florette Seligman è una donna stravagante che spruzza disinfettante dappertutto e sente il bisogno di fare tutto tre volte (ripete le frase per tre volte, indossa tre strati di abiti, tre orologi,…), il padre Benjamin è un affascinante, ma pessimo uomo d’affari che dilapiderà buona parte del patrimonio a causa di investimenti sbagliati.

Quando l’uomo muore nella tragedia del Titanic mentre sorseggia cognac in smoking (le sue ultime parole pare siano state: «Abbiamo indossato il nostro abito migliore, e siamo pronti ad affondare come dei gentlemen»), Peggy è una tredicenne.

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Gli anni successivi Peggy li trascorre soprattutto contando gli attimi che la dividono dal compimento della maggiore età per uscire dai ristretti confini della propria cerchia sociale e vedere il mondo, ma anche leggendo libri, stando con l’amata sorella maggiore Benita, lavorando alla “Sunwise Turn”,  una libreria d’avanguardia nel Greenwich Village.

Qui viene in contatto con l’editore Leon Fleischman e sua moglie Helen, grazie a loro conosce il fotografo Alfred Stieglitz, a casa del quale rimane perplessa davanti ad un’opera di Georgia O’Keeffe, il primo quadro astratto visto in vita sua.

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Ma fa anche un altro incontro importante tra i clienti del negozio: Laurence Vail, il suo futuro primo marito. È un trentenne dai lunghi capelli biondi, un artista squattrinato che oscilla fra letteratura e pittura, un bohémien che ama girare a piedi nudi e vestire in stile orientale. Per un po’ Miss Guggenheim perde di vista l’intrigante giovane, ma il destino li riunisce a Parigi.

A quel tempo la ragazza ha 23 anni ed è ossessionata dall’idea di perdere la verginità: «Avevo una raccolta di fotografie di affreschi che avevo visto a Pompei» – ricorderà Peggy – «C’erano raffigurate persone che fanno l’amore in varie posizioni e, naturalmente, ero molto curiosa e avrei voluto sperimentarle tutte per conto mio». Vail è l’uomo giusto per quel compito. Ora lei e Laurence sono una coppia. Lui le chiede la mano sulla torre Eiffel, si sposano e più avanti avranno due figli Sindbad e Pegeen. Insieme frequentano i celebri caffè di Montparnasse e Saint-Germain-des-Prés. Sono gli anni ’20 e a Parigi si respirano cubismo, surrealismo, dadaismo.

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Nella ville lumière l’ereditiera frequenta Natalie Barney, Man Ray (lui la immortala in un abito in lamé d’oro di col bocchino in mano e la fascia tra i capelli acconciati dalla fidanzata di Stravinskij), James Joyce, Ezra Pound, Alexander Calder, Constantin Brancusi, Djuna Barnes.

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Di alcuni sarà finanziatrice e mecenate, altri diventeranno suoi amanti o saranno amicizie che dureranno per tutta la vita, ad esempio quella con Marcel Duchamp che sarà suo consigliere artistico introducendola negli ambienti delle avanguardie.

Nel frattempo la vita con Vail, che la donna chiamerà “l’eterno marito” e “il mio migliore amico (dopo che ha smesso di picchiarmi) ” , è sempre più tempestosa. Lui beve troppo e alza le mani. I loro litigi sono teatrali: quando scopre che la moglie si è tagliata i capelli dà di matto e inizia a gettare pezzi di mobilio dalla finestra, per poi uscire di casa stringendo i resti della chioma sacrificata.

Alla fine divorziano. Peggy si consola presto e durante un ballo a Saint Tropez s’imbatte nel più grande amore della sua vita: John Holmes.

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Trascorre 5 anni vagabondando per l’Europa con questo focoso scozzese aspirante scrittore che , più grande e colto di lei, le svela l’importanza di arte e bellezza. Il loro idillio viene spezzato dalla morte del giovane durante un intervento chirurgico, lasciando l’innamorata preda della depressione.

È tempo di una nuova relazione. Stavolta è il turno di Samuel Beckett. I due si incontrano il giorno di Santo Stefano del 1939 presso il ristorante del Bosquet, a una cena organizzata da Joyce.

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Affascinata «dalla sua sagacia e dal suo intelletto», la Guggenheim trascorrerà con lo scrittore irlandese (che chiama Oblomov come il protagonista di un romanzo di Goncarov) 2 giorni di passione e, poiché rimarranno buoni amici, diverse conversazioni stimolanti. Peggy si sta avvicinando alla quarantina e sente di non avere alcun scopo nella vita.

L’amica Peggy Waldman, le consiglia di dedicarsi seriamente ad un’occupazione, magari diventando una gallerista d’arte. Detto fatto. Nel 1938 apre a Londra, al 30 di Cork Street, la Guggenheim Jeune.

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Essendo ricca – ma non quanto lo zio Solomon Guggenheim fondatore del famoso museo newyorkese – decide di concentrarsi sull’arte moderna. Con Duchamp come mentore espone Jean Cocteau, Wolfgang Paalen, Jean Arps, Yves Tanguy (un altro amante), Kandinsky.

Accarezza l’idea di aprire un museo vero e proprio, ma deve abbandonare il progetto a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. Mentre Hitler avanza Peggy è determinata nell’intento di comprare un quadro al giorno.

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Se la prima opera mai acquistata è “Tête et coquille” di Jean Arps, la data dell’invasione della Norvegia si aggiudica “Uomini in città” di Fernand Léger.

In poco tempo accumula, tra gli altri, 10 Picasso, 40 Ernst, 8 Mirò, 4 Magritte, 3 Man Ray, 3 Dalì, 1 Klee, 1 Chagall. Pur di aumentare la sua collezione vende anche gli abiti couture che ama e serve cibo scadente ai parties. Solo quando i tedeschi si avvicinano a Parigi decide di ritornare a New York, portando con sé  diversi artisti ebrei fuori del paese fra cui l’ex Laurence Vail con la sua seconda moglie Kay Boyle, i figli e Max Ernst, che sposerà pochi mesi dopo.

Paga a tutti il biglietto del volo Pan American, riuscendo a far imbarcare sull’aereo nascosti sotto abiti e cappotti o dichiarati come “effetti personali” i suoi preziosi Klee, Severini, Picabia, De Chirico, Mondrian, Kahlo, collezione che il Louvre rifiuta di custodire perché “arte degenerata”.

Nuova città, nuova galleria. Sulla serata inaugurale di “The Art of This Century” Peggy scrive: «Indossai un orecchino di Tanguy e uno di Calder, per dimostrare la mia imparzialità tra l’arte surrealista e quella astratta».

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Lo spazio espositivo creato dall’architetto Frederick Kiesler ha il pavimento turchese, il soffitto le e pareti ricurve in caucciù neri con quadri senza cornice montati su bracci in legno che permettevano agli spettatori di regolarli.

Questo luogo si trasforma in un ponte tra artisti del nuovo e del vecchio continente, il centro delle avanguardie e opere di Robert Motherwell, William Baziotes, Mark Rothko, David Hare, Richard Pousette-Dart, Robert de Niro Sr, Clyfford Still e Jackson Pollock. Il pittore statunitense, «un tipo difficile, con un lato angelico, un animale in gabbia», è la scoperta più importante fatta dall’ereditiera. Notato quando faceva il custode al museo di Solomon Guggenheim lei gli offre uno stipendio di 150 dollari al mese e lo spinge a creare un murales di 6 metri per 2, 5 di altezza, che Pollock dipingerà con il corpo, inventando così l’Action Painting.

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Tanti pezzi d’arte, tanti amori. Molti successi, un nuovo divorzio. Il matrimonio con Max Ernst naufraga. Il talento surrealista, pur affascinato dal lato non convenzionale della moglie, non la ama e probabilmente l’ha sposata per evitare di essere inviato a un campo d’internamento una volta arrivato negli Stati Uniti. Inoltre, la tratta alla stregua di una prostituta accecato dalla propria gelosia e insofferente a quella di lei. Peggy va oltre e passa all’ennesima prossima conquista: lo scrittore Douglas Garman.

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Non bellissima, con un naso a melanzana che a ventidue anni aveva cercato inutilmente di ingentilire con una plastica, è alla continua ricerca di conferme e il rifiutare le convenzioni per far dimenticare la sua bruttezza. É selvaggiamente promiscua, si autodefinisce ninfomane, tanto da bollare Ernst come il suo amante numero 3.812,ed usa il sesso come mezzo per ottenere fiducia in se stessa.

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Anche il suo modo di vestire fa parte del tentativo di dissimulare il suo aspetto. Se il suo abbigliamento è prevalentemente pratico, sono gli accessori a catalizzare attenzione: le zeppe di Ferragamo, gli occhiali di Melcarth, gli orecchini di Tanguy o vintage appartenuti a Maria Antonietta e Sarah Bernhardt. Dettagli che la caratterizzano e ispireranno la moda di Giambattista Valli e Dries Van Noten.

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Gli ultimi anni della sua vita Miss Guggenheim li trascorre a Venezia, “la città dei miei sogni”. Qui acquista Palazzo Venier dei Leoni, nel cui giardino verrà sepolta nel dicembre 1979 con i resti di 14 dei suoi amatissimi cani Lhasa Apso. L’edificio, in origine regalato da D’Annunzio alla sua amante, la Marchesa Casati, dal 1951 esporrà la sua raccolta d’arte. Arrivano gli anni ’60 e Peggy smette di collezionare opere d’arte a parte pezzi africani e primitivi, anche se continua a sostenere alcuni artisti, come ad esempio Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani.

Non interessata né a Warhol né alla Pop-Art, il suo cruccio è decidere cosa fare con la sua collezione dopo la sua morte. Alla fine opterà per donarla al Solomon R. Guggenheim Museum, “il garage che Frank Lloyd Wright ha progettato per lo zio sulla Fifth Avenue”.

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L’ereditiera è ormai incoronata più importante sostenitrice dell’arte moderna della prima metà del 20° secolo, partigiana del surrealismo e dell’astrattismo, che non si preoccupava di avere dei quadri, ma di avere la bellezza.