Aurora, ICani sono meno Glamour

Aurora è una dichiarazione impregnata di cielo, manifesto di satelliti smarriti. Aurora è il terzo disco de I Cani, un’attesa biennale, tre date italiane. Aurora è l’outing artistico di Niccolò Contessa che, lasciato il pretesto borioso di Roma, è uscito dal guscio per venirci a trovare la notte. Ma Aurora è soprattutto una serie di suoni, digitali, asettici, non privi di riferimenti ai grandi della musica elettronica, associati a testi sempre più fumosi, sempre più astratti, sempre più intimi.

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Come il racconto di un processo scandito da sensazioni d’ansia, di frustrazione, di depressioni in updating – non più da cameretta perché non più adolescenziali –, ci ritroviamo ad affrontare in 11 tracce non più la società ma noi stessi, le nostre paure, i nostri limiti («dentro di me non c’è niente di niente», Calabi-Yau). E il modo in cui Contessa riesce ad esprimere questo groviglio sentimentale è tanto articolato quanto naturale. La speranza del fascio di luce che è Aurora nel buio, i racconti di un amore così grande da poter essere valutato in borsa, la convinzione che «qualcosa non finirà mai» sfumano già dal terzo pezzo del disco, il singolo Baby Soldato. Arriva il senso di tensione, d’insofferenza eterna, di piccolezza dell’uomo nell’universo. Un declino emotivo che smorza ogni volontà di provarci e riprovarci di nuovo, lasciando il spazio a chi ancora conserva l’illusione di potercela fare senza chiudersi in un bagno a piangere.

Niccolò Contessa scrive un album che sa di non finito, come se si sentisse lui stesso inadatto a concludere la sua opera e chiede aiuto a chi l’ascolta, a chi si immerge in questo gioco di fantasia dandone una propria personale interpretazione. Nel complesso, nonostante non contenga nessun esplicito riferimento generazionale, Aurora è il quadro esatto di una generazione cresciuta a colpi di “ce la farai”, trovatasi a sbattere la faccia in delusioni e rimpianti. Niccolò è un sognatore, amante degli astri. Perde i capelli e, assieme a loro, il fascino del ragazzino con il cuore infranto de Il pranzo di santo Stefano, per assumere le sembianze di un poeta malato, ritratto nel pieno di una metamorfosi lenta e logorante.

Niccolò Contessa è un mix di contemporaneo e passato, si riconosce nella società ma la guarda con distacco. È un ottimo osservatore e riesce a comunicare emozioni senza scadere nel verseggio più banale. Aurora segna probabilmente il punto di svolta nella sua carriera, rivelandosi un album scritto con un’attenzione critica, matura e consapevole; è un progetto che, sia nel suono che nei testi, si dimostra essere costantemente aperto al riadattamento interiore, alla variabilità dei pensieri, alla riflessione di chi è in grado di andare oltre gli scorsi lavori de I Cani per cercare – e ritrovarci – qualcosa di più.