A Portrait of: Iris Apfel

È l’ultima musa del mondo della moda.
Anche se lei preferisce essere definita “starlet geriatrica”.
A 93 anni suonati Iris Apfel, esperta d’arte e interior designer, appare su ogni blog e rivista fashion, è protagonista di campagne pubblicitarie, capsule collection e, nel  2005 il Metropolitan Museum of Art di New York le dedica “Rara Avis (Rare Bird): The Irreverent Iris Apfel”, esposizione dei suoi spettacolari abiti e accessori.
La mostra con oltre 150.000 visitatori è un successo ed eleva la minuta signora con i grandi occhiali rotondi ed il rossetto rosso a fashion guru.

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Anticonvenzionale, eccentrica, eccessiva è pioniera nel mescolare pezzi scovati nei mercatini delle pulci con altri di haute couture.

Vestirsi per lei è un processo d’improvvisazione jazzistica. Appassionata di tessuti, ama le pellicce, i capi etnici ed i macro gioielli. Ogni suo look è un tripudio di colori degno di Matisse, una libera combinazione di textures, epoche e culture; è facile vederla indossare collane Masai con tuniche di marabù o con pezzi di Dries Van Noten oppure bijoux di plastica e denim.
Perché avere stile per Iris si riduce ad un’unica parola: “atteggiamento”.
Ora un documentario diretto da Albert Maysles ne ripercorre la vita.

Iris nasce nel 1921 ad Astoria, Queens, figlia unica di una coppia di ebrei di origine russa: Samuel e Sadye Barrel, un vetraio-decoratore e la proprietaria di una boutique di moda.
È un’adolescente sovrappeso che detesta fare shopping costretta a sentirsi chiedere ogni volta dalle commesse “Perché non sei sottile come tua madre?”.

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Ciò nonostante sarà proprio Sadye la sua maggiore influenza in materia di stile. «Mamma era all’avanguardia per i suoi tempi, molto intelligente, sempre elegante.» – racconterà Iris – «Da bambina ho sempre osservato come venerasse il suo altare di accessori. Come una stylist un po’ sciamana, che con la sua magia riusciva a trasformare il classico vestito nero in un fantastico abito da cocktail.
I suoi talismani erano le scarpe, le sciarpe, le borse, le cinture e soprattutto la sua collezione di bijoux, ninnoli e chincaglierie, braccialetti e perline. Lentamente ho cominciato ad apprezzare il loro potere di trasformazione, la loro capacità di evocare uno stato d’animo e di esprimere una personalità individuale, di rendere importante chi li indossa.»

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Se dalla madre impara l’importanza degli accessori, dal padre eredita l’amore per l’interior design. L’uomo è richiesto dai migliori architetti del tempo per le sue installazioni fuori dal comune. La figlia trascorre le domeniche con lui e ricorda con affetto il periodo durante il quale Samuel lavora al Plaza Hotel per la socialite e prima vera e propria arredatrice della storia, Elsie de Wolfe.
Famosa anche come Lady Mendl, la de Wolfe con il suo aspetto stravagante, le giacche in pelliccia in pendant col cane e circondata da oggetti favolosi, resta impressa nei ricordi della piccola Iris, diventando, con Pauline de Rothschild e Millicent Rogers, una grande ispirazione. Sarà Frieda Loehmann a farle il complemento più grande, la fondatrice dei famosi grandi magazzini un giorno, dopo averla osservata le si avvicina e le dice: «Signorina, sono stata a guardarti. Tu non sei bella e non lo sarai mai abbastanza, ma non importa. Hai qualcosa di molto meglio: hai stile.»
Il suo destino sono la moda, l’arte e la bellezza.

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Così studia storia dell’arte alla New York University e alla University of Wisconsin. Qui è la prima donna ad indossare i jeans.  Negli anni ’40 gli unici ad indossarli sono boscaioli e braccianti e per ottenerli la studentessa deve ingaggiare un lungo tira e molla con il proprietario di un negozio di abbigliamento militare, l’unico a venderli. Ostinata, continua a domandarli, intenzionata a sfoggiarli con turbante e grandi orecchini a cerchio, fino a quando l’uomo, esausto, gliene ordina un paio.

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La giovane è determinata, indipendente e trova presto lavoro come copywriter per “Women’s Wear Daily”, “la bibbia della moda” dell’epoca, poi come assistente dell’illustratore Robert Goodman e prima di mettersi in proprio, per la interior designer Elinor Johnson.
Durante una vacanza in un resort sul lago George, nello stato di New York, incontra il suo futuro marito: Carl Apfel.
Al primo appuntamento lui le ordina la cena, lei, stanca di dover prendere decisioni tutto il tempo, capisce che è l’uomo giusto. Il giorno del Ringraziamento arriva la proposta di matrimonio, a Natale l’anello e a San Patrizio sono già di ritorno dalla luna di miele.

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Insieme per oltre sessant’anni, fondano la “Old World Weavers”, società tessile di lusso specializzata nella duplicazione di stoffe vintage, tra i loro clienti Estée Lauder, Greta Garbo, Jacqueline Onassis e ben nove presidenti: Truman, Eisenhower, Nixon, Kennedy, Johnson, Carter, Reagan e Clinton.
Non hanno figli, sono troppo impegnati a lavorare, viaggiare, ad accumulare meravigliosi oggetti, arredi, abiti, tessuti antichi di tutto il mondo.
Mrs Apfel acquista di tutto, dagli oggetti sacri ai souvenir e ovunque, nei grandi magazzini parigini, nei bazar dell’Oriente o nei mercatini.

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«Sono un’inguaribile romantica» – ama ripetere – «Compro le cose perché m’innamoro di loro. Non compro mai niente solo perché è prezioso. Mio marito mi dice che quando guardo un pezzo di stoffa, ascolto i fili, mi racconta una storia, mi canta una canzone. Devo ottenere una reazione fisica quando compro qualcosa. Un coup de foudre – un colpo di fulmine».
Tutto nelle sue mani può diventare un piccolo tesoro, poco importa che sia un Velázquez, un pappagallo impagliato o un bijoux di plastica. Tutto può diventare lo spunto per un arredamento o un look. La sua estetica è personale, audace, multiculturale e stratificata. Solo intorno ai fifties abbraccia un periodo minimalista e total black durante il quale indossa tunica nera con calze, alti stivali, un cappuccio, nauseata da tutte quelle donne frivole e superficiali che come decoratrice è costretta a incontrare.

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Per la prima volta in otto anni pensa “Non ho niente da mettermi!”. Fino ad oggi la sua creatività è stata guidata solamente dall’istinto, perché Mrs Apfel è ben consapevole del fatto che il peggior passo falso nella moda sia quello vedere qualcun altro guardandosi allo specchio.
Quello che la gente pensa del suo modo di vestire non le interessa, l’unica persona che deve compiacere è se stessa. Perchè essere invitata ai parties non è importante. Per Iris quello che conta è vestirsi per il party.
Il pezzo che preferisce nell’armadio? L’abito che ha messo per il primo appuntamento con Carl, più di 66 anni fa e che ancora le si adatta.

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Ama tutto ciò che è barocco, il jazz (è grande amica di Duke Ellington), i braccialetti, i colori vivaci, le stampe importanti, Norman Norell, Balenciaga, Ben Zuckerman, Bill Blass, Oscar de la Renta, il punto di vista originale, mai allineato alle mode del momento di Chanel, ma non le sue creazioni. Le sarebbe piaciuto vivere a Bisanzio o Parigi prima della prima guerra mondiale, ai tempi dei Ballets Russes, ma il suo luogo del cuore resta New York, specialmente quella del 1950.

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Non ha un computer e non guarda internet, anche se è proprio il web, grazie anche alla fortuna di blog come Advanced Style, ad averle regalato un’improvvisa fama mondiale. Brutalmente onesta, pensa che oggi manchi glamour e originalità. Crede che la moda non debba essere presa seriamente, ma adattarsi allo stato d’animo e che convenzioni e limitazioni siano dettate dalle insicurezze delle donne.

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A oltre novant’anni ha l’energia di un adolescente, non conosce la pigrizia. È una donna coraggiosa, piena di glamour, originalità, che, come in molti hanno dichiarato, ha raffinato la scienza di vestirsi elevandola a forma d’arte.

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È lei stessa sia artista che opera d’arte, incarnazione della famosa frase di George Bernard Shaw “la giovinezza è una cosa magnifica, che crimine sprecarla nei ragazzi”.