Elio Fiorucci: dov’è l’archivio?

«Quel casino testimoniava un rapporto nuovo, libero con il problema del vestire […] la moda non scendeva più dall’alto, come lo Spirito Santo, ma dal basso. Ho soltanto un merito. Averlo capito».
Così parlava Elio Fiorucci, ricordando il formicolio della Londra anni Sessanta, lo stesso che lo condusse all’apertura del suo grande negozio milanese dedicato alla moda giovane, nel 1967.

Tutto il resto è storia, anche quando, ad oggi, il concept store multisensoriale è stato quasi radical(chic)mente soppiantato da officine del pane, forni delle idee e spazi occupati.

Tutto il resto è storia, anche quando, ad oggi, per noi generazione 2000, il fioruccismo, i paninari, i sederi di Oliviero Toscani, le t-shirt con gli angioletti vittoriani, le minigonne in tulle e i jeans aderentissimi non sono che l’eco nostalgico di un’epoca mai vissuta.

In attesa che qualcuno ci costruisca un archivio digitale – data l’attuale carenza di immagini rintracciabili online, giusto qualche foto pinnata a bassa risoluzione – non ci rimane che raccogliere le parole disseminate in giro per il web. Il punto di vista di chi, Elio Fiorucci, lo ha potuto incontrare e indossare davvero.

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Francesca de Cherubini (creativa): «Fiorucci significa il viaggio che facevo da Varese a Milano. È una persona gentile e garbata. Tutto quello che non sono gli stilisti di moda».

Bruce Springsteen (cantante): «Quando il Metropolitan mi ha chiesto un oggetto simbolo della mia personalità ho dato la mia chitarra e i blue jeans Fiorucci».

Angelo Carredu (collaboratore Fiorucci): «Fiorucci è tutta la mia gioventù. Per me rappresenta il nome che apriva tutte le porte di New York. Una sera ci presentammo allo studio 54 trovandolo chiuso a una festa privata. Alla parola Fiorucci si spalancarono le porte e ci trovammo al party di compleanno della Taylor».

Enzo Biagi (giornalista): «L’uomo che ha distrutto la moda, Elio Fiorucci è stato battezzato l’uomo più singolare nel mondo dell’abbigliamento – Uno staff di ricercatori visita le bancarelle di vari paesi in cerca di pantofole curiose, divise sahariane, uniformi di infermiere scandinave che arrivano come novità nelle vetrine Fiorucci».

Dolce & Gabbana (stilisti): «È stato il primo stilista che abbiamo conosciuto da ragazzi […] Fiorucci per noi rappresenta soprattutto la collezione di figurine che conserviamo nella nostra biblioteca, ispirazione per i disegni delle nostre magliette della linea giovane D&G».

Luisa Valeriani (sociologa): «Per lui moda è sempre stata stile, stile di vita e stile di strada».

Natalia Aspesi (giornalista): «Fiorucci rappresentava la vampata della giovinezza senza la politica, dell’anticonformismo senza lo spinello, della lotta al sistema senza lo scontro, della fantasia senza la necessità di mandarla al potere […] rappresentava un cuneo di gaiezza, una sosta che consentiva finalmente superficialità e frivolezza, un modo di non farsi emarginare dalla turbolenza e dal nuovo, però sottraendosi all’obbligo di occuparsi di proletariato di massa, di guerra allo stato, di movimento e poi alla fine di terrorismo».

Carla Sozzani (gallerista): «Era il mio stilista preferito prima che vestissi Comme des Garçons».

Jean Paul Gaultier (stilista): «La prima volta che sono venuto a Milano, prima di andare a vedere musei e monumenti, mi sono recato da Fiorucci. Perché era la cosa più importante da scoprire in quella città».

Vivienne Westwood (stilista): «È il maestro di tutti noi».

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Source: www.eliofiorucci.it