Gucci e Prada SS16: osservazioni da cameretta

Sono trascorsi quattro mesi. Praticamente Frida Giannini è già morta e il marchio Gucci è già rinato, mentre la stampa generalista ha già finito tutti i tempi e i modi verbali coniugabili: passato, presente, futuro, ma anche trapassato, imperfetto, prossimo e remoto, sono stati intensamente parafrasati per dare un senso ricercato all’effetto-cantina di Alessandro Michele.

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Eppure basterebbe dire che lui ci piace perché è un hipsterone con la barba, skinny neri e tshirt bianca, e che le sue collezioni per la maison Gucci, fino ad oggi, ci piacciono perché sembrano tutte uguali, dall’uomo alla donna, dal prêt-à-porter alla cruise. La sfida è riconoscere quanti mercatini e quanti decenni sono stati accozzati in un unico outfit.

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Pertanto non c’è assolutamente bisogno di coniugare i verbi quando si può utilizzare un unico imperativo – “indovina!” – e non c’è tantomeno bisogno di suggerire ad Alessandro Michele di cambiare: vogliamo almeno altre sei collezioni uguali, così, modelli e modelle con l’archivio scompigliato addosso, popolando le passerelle di ricordi che nessuno ha, dando ai giovanissimi una sensazione fresca di cultura.

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Vogliamo almeno altre sei collezioni uguali perché siamo sicuri diverrebbe un’operazione efficace, in piena linea con il concetto di virale, lo stesso applicabile ai ghiaccioli-gadget preparati da Miuccia Prada per l’Instagram dei suoi invitati (“Succhiatemelo tutti!”, cit.) come alle sua icone un po’ pixellate di occhi, freccette e conigli su maglioni e minidress.

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Qui, oltre alle autocitazioni di gonne-midi, i multistrati sbigolati, le braghette, le zip, il pitonato, gli zaini ingranditi abbastanza per viverci dentro e le scarpe bruttissime ma bellissime perché indossate col doppio calzino, c’erano anche i razzi in pancia, omaggio diretto al bambino di Shining, e le automobili giocattolo sulla scia di quelle sfreccianti apparse nel 2013 in “Castello Cavalcanti” by Wes Anderson.

Il tutto come sempre molto cliccabile, molto social e socialite, molto repost, retweet e re-a-prescindere. Anche se la Signora, in conferenza stampa, avrebbe aggiunto: “si muore da umani e non su Internet”.

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Allora come non detto: d’ora in poi meglio evitare il raggio di commenti intorno a “mi fa morire” e “oddio muoio” per ritornare alla più vera realtà. Basta che ci mettiate un maxi-schermo davanti alla Fondazione per guardarci in diretta la sfilata e finalmente capirci qualcosa tutti insieme, ché alle 18.00, di domenica, cara Miuccia, nella più vera realtà, si fa ape.