A Portrait of: Tina Modotti

“…non voglio parlare di me. Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo.Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore”.

È il lavoro a parlare; e quello di Tina Modotti ha molto da dire. Racconta una verità fatta di volti, dettagli, linee, di ombre, di bianco, di nero e di tutte le tonalità di grigio.

Grandi occhi scuri, capelli corvini e labbra carnose, la sua bellezza livida ed il corpo nudo sottomesso alla luce dell’obiettivo di Edward Weston, del quale è amante, allieva e musa le apre le porte della storia, ma sarà il suo carattere appassionato a farcela rimanere. Attrice, intellettuale, attivista politica e, soprattutto, fotografa, racchiude in una sola esistenza decine di sfumature. Italiana di origine, ma cittadina del mondo, è una delle personalità più eclettiche ed interessanti che il secolo scorso abbia regalato al mondo.

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Nasce con il nome di Assunta Adelaide Luigia Modotti a Pracchiuso in provincia di Udine il 17 agosto 1896, ma presto si trasferisce in Austria a seguito del padre Giuseppe. Quest’uomo dai capelli ribelli, sempre con un quotidiano in mano, socialista convinto, che porta la piccola Tina alle manifestazioni e la solleva sulle spalle per vedere le tante bandiere rosse, sarà molti anni più tardi il protagonista dei più vividi ricordi della bambina.

Quando Tina torna in Italia ha 9 anni e parla a stento la lingua tanto da venire bocciata all’esame di ammissione per la scuola elementare. Non ha tempo per lo studio. Seconda di 6 figli, anche lei deve contribuire alla scarsa economia domestica. Servono cibo, legna da ardere per sopportare le temperature rigide e così Tinissima, come la chiama affettuosamente la madre, appena dodicenne, già lavora nelle filiere Raiser. Il lavoro da muratore del padre non basta, la miseria si fa sempre più nera e l’uomo decide di tentare la fortuna in America.

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Quando la Modotti lo raggiunge a San Francisco le si apre un mondo. La città, sviluppatasi lontano da influenze puritane, è in fermento: arte e cultura sono libere e i grandi movimenti sindacali lottano per i diritti dei lavoratori e contro l’oppressione dei loro datori. Qui Tina scopre la passione per recitazione e politica, dividendo ogni minuto libero dalla sua occupazione di sarta tra circoli operai e gruppi teatrali. La giovane timida e taciturna, sul palco lascia intravedere il fuoco che cova sepolto sotto una cenere di responsabilità e malinconia. Persa nel microcosmo del quartiere italiano di San Francisco, Tina sembra aspettare qualcosa o qualcuno che la faccia sbocciare. La sua occasione arriva nel 1915 durante l’Esposizione Internazionale Panama-Pacific quando incontra il pittore e poeta canadese Roubaix de l’Abrie Richey. Moro ed allampanato, Robo – come lo chiamano gli amici – riconosce nello sguardo della ragazza la stessa malinconia che lo anima e se n’innamora. Un anno dopo i due sono sposati e vivono a Los Angeles. Insieme, la coppia realizza stoffe con stampe batik e Tina riesce anche a recitare, nel ruolo della femme fatale, in tre film dell’emergente Hollywood.

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La loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali che passano ore a discutere di socialismo e rivoluzione, libertà sessuale e filosofie orientali. Tra i frequentatori della coppia c’è anche Edward Weston. Quando Tina s’imbatte nel fotografo sta attraversando una crisi personale. Il lavoro, la routine la soffocano ed il rapporto con Robo, trincerato nella sua timidezza, si sta logorando ogni giorno di più. Weston è famoso, anticonformista, irruente, carismatico. È tutto quello che Roubaix non è mai stato e lei se n’innamora all’istante. La passione tra i due è divorante, alimentata dall’amore per l’Arte. Tina diventa la musa di Weston. Il corpo nudo della donna, la sua bellezza malinconica e magnetica sono protagonisti di immagini entrate nella storia della fotografia. La Modotti non solo posa per l’uomo, lo osserva, studia, domanda, vuole imparare tutto. Insieme a lui sperimenta luce ed ombre, indaga estetica ed inquietudine, gioca con la tecnica della doppia esposizione, creando una serie di eleganti immagini floreali.

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Mentre la coppia di amanti passa ogni attimo insieme, Robo è sempre più trincerato nel suo auto-isolamento e decide di partire per il Messico, lasciando alla moglie questi pochi versi: “Tina è rossa come il vino, così prezioso che deve essere lasciato ad invecchiare delicatamente in modo che possa diventare ancora più prezioso”. Pochi giorni dopo il suo arrivo nel paese sud americano l’uomo contrae il vaiolo e muore. Tina si precipita in Messico e seppellisce qui lo sfortunato marito. Le basta un breve intervallo di tempo per decidere di stabilirvisi con Weston.

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La città, viva e caotica, è in una fase post-rivoluzionaria nella quale arte e politica spesso coincidono. Il giorno lo trascorrono viaggiando, imparando l’uno dall’altra, le notti chiacchierando al Café Europa o nelle case di altri artisti, come Diego Rivera, che la immortalerà come “Terra”, nuda, nel murales di Chapingo e Frida Kahlo o il poeta Pablo Neruda. Per la coppia si apre un periodo di sperimentazione.

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Esplorano il paese e la fotografia. Influenzati dal costruttivismo europeo e dall’estridentismo messicano realizzano nudi e nature morte. Più la donna diventa padrona della tecnica e consapevole delle proprie capacità, più si allontana dallo stile del suo maestro. Weston resta ancorato all’idea formale di creare immagini belle e moderne, mentre gli scatti di Tina sono filtrati attraverso la sua umanità e la sua visione del mondo. In Messico trova la sua vera voce ed inizia a fotografare per documentare il cambiamento sociale, aprendo la strada a gente come Robert Capa, David Seymour, Gerta Taro. I dettagli sono la sua forza: le mani callose dei lavoratori, le madri che allattano i propri figli, gli strumenti di lavoro, le donne tehuantepec. Grazie ai suoi bianchi e neri pastosi, realizzati con una Graflex regalatale dalla collega Dorothea Lange, diventa lo sguardo ufficiale dei grandi pittori muralisti come David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, tutti fortemente legati al partito comunista messicano e al giornale radicale di sinistra El Machete.

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Più la donna conquista la piena autonomia espressiva più il suo legame con Weston si logora. Lei ha un affaire con Rivera e, si racconta, anche con Frida Kahlo, mentre lui non ha mai divorziato dalla mogli e Luper. Il canto del cigno arriva quando le loro visioni artistiche iniziano a divergere radicalmente.

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Nel 1926 l’uomo abbandona la Modotti e il Messico, lei reagisce iscrivendosi al partito comunista. Ora politica e arte, le sue grandi passioni, sono indissolubili. Le sue attività diventano sempre più intense. Realizza ritratti, foto di propaganda, arriva persino ad essere pubblicata su Vanity Fair e contemporaneamente aiuta il movimento sandinista, partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti. S’innamora di un giovane rivoluzionario cubano, Antonio Mella, ma la loro storia finisce bruscamente pochi mesi dopo quando l’uomo viene assassinato davanti ai suoi occhi. Fedele alla massima “ciò che non mi uccide mi dà forza”, Tina placa il dolore lavorando. Si concentra sul reportage sociale, immortalando gli indios della regione di Tehuantepec, intuendo prima di molti altri il potere di denuncia che può avere una singola immagine.

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«Sempre, quando le parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo [… ] Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni» ed ancora «Metto troppa arte nella mia vita e di conseguenza non mi rimane molto da dare all’arte».

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La fotografia è ormai il suo mestiere, ma la vita ha piani diversi. A quel tempo il Messico è uno stato in subbuglio, di rivoluzionari e come tale subisce lo scontro tra stalinisti e trotskisti, che ha il suo apice quando Lev Trotsky viene ucciso durante il suo esilio a Coyoacan.

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Tina, già sospettata dell’omicidio di Mella, viene ora accusata di aver partecipato all’attentato al presidente messicano Pascual Ortiz Rubio. Viene arrestata e costretta a rinnegare il comunismo. Il suo rifiuto le vale l’espulsione dal paese. Inizia così un periodo ancora oggi avvolto dal mistero. Il suo è un lungo peregrinare tra Germania, Parigi, Spagna e Mosca dove si trasferisce ed incontra il suo prossimo amore Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.

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«Vivo una vita com­ple­ta­mente nuova, tanto che mi sento diversa» scriverà all’ex amante, ora amico fidato, Edward Weston. In questa nuova esistenza abbandona la sua Leica e la fotografia. «Que­sta rivo­lu­zio­na­ria ita­liana, arti­sta straor­di­na­ria con la sua mac­china foto­gra­fica, andò in URSS per foto­gra­fare la gente e i monu­menti. Ma venne rapita dal ritmo incon­te­ni­bile del socia­li­smo in pieno fermento e gettò la mac­china foto­gra­fica nel fiume di Mosca, pro­met­tendo di con­sa­crare la pro­pria vita al più umile lavoro del Par­tito comu­ni­sta» scriverà Pablo Neruda, amico della Modotti. Ed ancora il regi­sta Ser­gej Eisen­stein, «aveva sacri­fi­cato l’arte per la politica».

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Ora questa donna dagli occhi malinconici è una rivoluzionaria professionista, secondo alcuni, addirittura, una spia del partito comunista russo. Da qui in poi le notizie sono contraddittorie e la verità persa tra pagine e segreti. Quello che pare certo è che, militando nel Soccorso Rosso Internazionale, opera come infermiera nella Guerra Civile spagnola e trasporta documenti e soldi attraverso l’Europa. La dedizione alla “causa” le succhia la vita, nasconde la sua bellezza sotto tristezza e silenzi. Alla fine riesce a rientrare in Messico, ma gli anni di passione e meraviglia sono solo un pallido ricordo.

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Della passionaria che sapeva affascinare senza bisogno di parole resta solo il fantasma. Muore sola, su un taxi, dopo una cena con amici in casa dell’architetto Hannes Mayer, (forse) per un infarto. È il 6 gennaio 1942. Sulla sua tomba le parole scritte per lei da Neruda: “Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita: d’ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma; d’acciaio, linea, polline, si costruì la tua ferrea, esile struttura”.

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Per molti anni il suo resta un nome sconosciuto, affiorato poco a poco. Donna di rara bellezza, che ispirerà stilisti come Valentino, Antonio Marras e Kenzo, per tutti era la musa-amante di Weston. Poi è diventata una fotografa iconica, al pari di Margaret Bourke-White, Ilse Bing, Imogen Cunningham e le sue opere sono contese da collezionisti, tra i quali la più accanita è la star Madonna. Infine si è trasformata in una rivoluzionaria, forse in una vera e propria spia.

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Tina Modotti resta un mistero, una meravigliosa creatura che cambia a seconda degli occhi di chi la guarda.