La morbidezza della luce: Adolfo Valente

“La photographie doit être silencieuse (il y a des photos tonitruantes, je ne les aime pas): ce n’est pas une question de « discrétion », mais de musique.”
Inizia così la biografia di Adolfo Valente, con una citazione tratta dalla Chambre Claire di Rolan Barthes.
La fotografia diventa leggera musica, non s’impone, non vuole mai essere eccessiva, sfarzosa, intemperante.
Nato a Milano, classe ’56, inizia da ragazzo sviluppando rullini Ilford in bianconero nel bagno di casa.
Un ragazzo che la fotografia l’ha saputa amare non in un corso, ma sui libri fotografici e nelle mostre, raccontata da personaggi più grandi ed esperti di lui, dai quali ha saputo apprendere, e con i quali ha saputo crescere.
Un ragazzo che ha fin da subito capito l’importanza di conoscere quella che è la vera storia della fotografia, non la storia delle macchine fotografiche: “Ne puoi fare a meno se sei un genio, ma ne nasce uno ogni 50 anni”.
Un ragazzo che è diventato uomo, non dimenticando quella che è la sua grande passione.
Nell’era di internet, bombardati da immagini di vario genere e qualità, lui ci parla di libri, dell’immensa gioia che prova nel prenderne uno a caso, nello sfogliare una ventina di pagine per qualche minuto. Lo definisce simile ad un rituale, una medicina: la bellezza della foto stampata diventa terapeutica.
Quando parli con Adolfo, ti rendi conto che non c’è solo questo: differentemente da altri colleghi, ha colto la potenzialità del digitale, ha saputo capirla e utilizzarla a suo favore.
La prima cosa che osservi, quando guardi le sue foto è, senza dubbio, l’immensa morbidezza dell’immagine, il calore che fuoriesce dallo scatto, la luce morbida che accarezza i corpi delle modelle.
La prima cosa che rimane impressa è l’uso sapiente e caratteristico della luce naturale, il corpo nudo di una modella mai volgare, lo sguardo intenso di una donna nella sua più delicata intimità.
Non vedevamo l’ora di intervistarlo, per farci raccontare qualcosa di più.

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La tua prima memoria fotografica.
Ero ragazzo quando cominciai a seguire la fotografia e quando mia madre mi comperò la prima reflex, la più economica della Canon. Provai un autentico senso di felicità, che ricordo ancor oggi. Presi un rullino in bianconero e lo scaricai fotografando da tutte le angolazioni possibili un acquitrino. Terribile.

La tua fotografia in tre parole.
Semplice, non artificiosa, a volte con una punta di malinconia.

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Adolfo in un film, in un libro, in un dipinto, in una canzone.
Caspita, ma che belle domande!
In questo momento (domani potrei dare risposte diverse): Blade Runner di Ridley Scott; Il Nome della Rosa di Umberto Eco; il Bacio di Gustav Klimt; Where the Wild Roses Grow di Nick Cave & Kylie Minogue ma anche Diamonds & Rust di Joan Baez.

Parlaci dei tuoi inizi. Abbiamo letto, con grande stupore, che inizialmente prediligevi la fotografia astratta.
Cominciai a fare le prime mostre, qualche collettiva prima ed alcune personali poi, in diverse città del nord Italia. Arrivai a vendere la mia vecchia moto per comprarmi un corredo medio formato: il che dimostra, considerando che la moto mi serviva pure per fare il figo con le ragazzine, che non ero tanto a posto di cervello!
Ebbene sì, facevo una sorta di fotografia astratta, immortalando particolari presi in natura, non troppo comprensibili a dire il vero, in cui non vi era la minima traccia né di figura umana, né di opere riconducibili all’uomo. Roba da matti, insomma, o delle gran paraculate, se vogliamo essere sinceri!

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Com’è nato, successivamente, l’amore per il ritratto?
Nonostante mi fossi buttato nella fotografia astratta, sono sempre stato affascinato dal ritratto ma, come detto, non lo praticavo. Non so perché, probabilmente per una sorta di pudore nel fotografare le persone. Una volta fotografai, a Venezia, due hippies che si stavano baciando. Lo ricordo bene: un bacio dolcissimo, infinito, sia il ragazzo che la ragazza erano bellissimi. In una piazza piena di gente esistevano solo loro. Girai intorno a questa coppia e con il 135 mm. cercai di rubare questi momenti unici. Feci alcune foto bellissime, alle quali tuttora molto legato. È partito da quell’episodio? Chissà…

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Analogico o digitale, sacri maestri affezionati al rullino e nativi digitali dediti all’ eccessiva postproduzione photoshoppata.

Questi sono gli estremi, ma sembra esserci sempre un doppio schieramento d’opinioni. Ci chiediamo, è davvero una guerra da combattere? Qual è la tua opinione a riguardo?
Non ho mai capito le discussioni su analogico e digitale. È un discorso che non ha molto senso. Come se un pittore dovesse disquisire, che so, tra colori acrilici ed colori fatti come una volta, ai tempi del Rinascimento.
Tanti fotografi, chissà perché, entrano in queste lotte stupide. Mi spiace, a volte, vedere grandi fotografi borbottare alle interviste frasi tipo: “Eh, non sono più i tempi di una volta…”. Mi fanno tristezza.
Sia chiaro: io amo tantissimo la fotografia analogica, e non potrebbe essere altrimenti visti i miei trascorsi. Ma non ne faccio un feticcio, atteggiamento che a volte trovo francamente un po’ snobistico. Guardo al risultato, alla fotografia, non mi interessa con cosa sia stata fatta (il mio è un discorso di risultato fotografico, s’intende. Tecnica e materiali contano, ovviamente). A dirla tutta, al tempo, con l’acquisto di questa “roba” digitale, si risvegliò in me non solo la voglia di riprendere a fotografare, ma quell’affezione per il ritratto che era sempre rimasta latente.

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Se ti guardi indietro cosa vedi? C’è qualcosa, a livello lavorativo, che vorresti cancellare?
Il confine tra una fotografia buona, o giusta, ed una fotografia sbagliata è spesso sottilissimo, ma è anche netto. Non è sempre facile percepirlo: occorre uno sforzo continuo, attento, e non c’è mai una fine. Troppo spesso, guardando indietro, mi accorgo di una quantità di errori nelle cose che ho fatto. A volte mi domando come abbia potuto non vederle, non accorgermene, non capirle. Ma questo è anche il fascino ed il bello della fotografia, come di tutte le cose creative.

Parlaci del tuo rapporto con la modella, come cerchi di rapportarti a lei?
Credo molto nella collaborazione attiva con la modella, anche se la mia fotografia è molto semplice, non amo le cose sofisticate, i trucchi, i parrucchi, i set complicati.
Prima di ogni serie cerco di confrontarmi, cerco di farle capire cosa desidero, le chiedo di “aiutarmi” a realizzarlo.
Le foto si fanno in due e, molto spesso, “semplice” non è affatto sinonimo di facile.
La modella, almeno per me, non è un manichino inanimato da impostare come desideriamo, dunque vorrei comunicarle di essere solamente se stessa, senza ostentazioni, senza atteggiarsi da gran diva.
In ogni caso, solo se la modella crede e “sente” quello che sta realizzando, si può sperare di ottenere un buon risultato. Occorre impegno, da ambo le parti. Amo quella specie di magia che spesso si crea e che ci permette di avvertire, proprio mentre si sta fotografando, che si sta ottenendo qualcosa di buono. È quasi un piccolo incantesimo, ed è bello.

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Cosa vuole comunicare la donna che ritrai? ci sono delle caratteristiche, degli sguardi, degli atteggiamenti che ami particolarmente?
Spero caldamente che non voglia comunicare solo: “Guardate che bella ragazza che sono!”. Ma non credo, altrimenti non farebbe foto con me! Beninteso, non voglio fare l’ipocrita e dire la solita frase fatta, trita e ritrita, che la bellezza non conta… Non è vero! La bellezza è un valore, e su questo non c’è dubbio, bisogna però essere capaci di portarla con stile. Non tutte, seppur belle, lo sanno fare. Quindi io, molto spesso, guardo anche ad altro. L’atteggiamento che apprezzo, e che cerco di far apparire con le mie foto, è quello di non ostentare, tanto non serve a nulla.
Una fotografa bravissima e che io stimo molto, Lady Tarin, ha detto una cosa molto bella: “Chi guarda la foto di una mia modella non voglio che dica – che figa che è questa! -, ma piuttosto – chi è questa? – ”. Ecco, c’è un mondo fotografico in questa prospettiva.

Cosa non deve mancare mai e poi mai nella tua fotografia?
L’Attenzione per la persona che fotografo. Che deve trasparire, perché le foto non mentono mai: noi siamo quello che fotografiamo.

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Se potessi scegliere una macchina fotografica su tutte?
Non ho idea. Non seguo molto le questioni e le novità tecniche. Naturalmente ci sono macchine fotografiche (non necessariamente costose) che mi piacerebbe avere, ma non ci faccio assolutamente una malattia.

Il progetto al quale sei più legato.
Ci sono dei set, delle serie, a cui sono più legato rispetto ad altri, è naturale. Ma preferirei non fare citazioni, perché farei un torto alle altre modelle che hanno avuto la gentilezza di posare per me. Sono molto, molto grato a tutte, veramente, e non lo dico tanto per dire. Ognuna di loro mi ha dato qualcosa, ha messo in gioco se stessa e per me non è poco.

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Come organizzi i tuoi set? C’è una procedura alla quale sei legato, oppure prediligi lo “scatto istintivo”?
Ognuno è fatto a proprio modo, è evidente: ciascuno ha i propri metodi e uno non certo è migliore dell’altro. Alcuni amano arrivare totalmente “vergini”, preferendo improvvisare, altri sono più pianificatori. Io, anche se probabilmente fa un po’ meno “figo”, ammetto che prima di ogni servizio ci penso, a volte anche molto.
Non sono il tipo che dice ad una modella: “Mettiti lì, contro quella parete, facciamo due scattini”. Non ne sono capace. Ho bisogno di pre-visualizzare nella mia mente le fotografie, in base alla location e, soprattutto, alla tipologia ed alle caratteristiche della persona. I due aspetti sono strettamente connessi, soprattutto per quanto riguarda la luce. Fotografando quasi sempre in luce ambiente, cerco di studiare con molta attenzione al luce che mi ritrovo a disposizione. In base a questa e, ripeto, alla persona da fotografare, decido se le foto saranno a colori, o in bianconero, o sia a colori che in bianconero, se in quella situazione mi piacciono entrambe le possibilità. Non ho problemi in tal senso: trovo assolutamente sciocco e antiquato l’obbligo di fare un servizio tutto a colori o tutto in bn. Se, dicevo, non riesco ad immaginare la mia serie con quella determinata persona e in quel determinato posto, non organizzo.

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Cosa ti ha dato la fotografia? Raccontaci qual è il bello, il grande dono del tuo mestiere.
Le sono molto grato. Non solo mi permette di continuare a coltivare un amore che, come ho detto, continua sin da quando ero un ragazzo, ma mi ha consentito di conoscere tante persone, di fare nuove e bellissime amicizie. È questo il dono più grande Anzi, ti dirò di più, devo riconoscere che attualmente le mie uniche e più belle amicizie le ho proprio grazie alla fotografia.

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Concludiamo questa intervista con la domanda che, fin dall’inizio, eravamo ansiosi di porti: la luce per Adolfo.
Beh, la luce in fotografia ovviamente è basilare, e questo vale per tutti.
Una volta ricorrevo spesso alle luci artificiali, mentre ora fotografo sempre in luce naturale, almeno sin quando è possibile. A me piace fotografare in controluce, che non significa per forza un controluce pieno. Raramente, per non dire mai, posiziono la modella in favore di luce. Questa, beninteso, non è una regola della fotografia, è solo una mia modalità. La luce va capita, va studiata ogni volta, perché ogni volta cambia, anche nello stesso posto. Ma con il tempo ho anche imparato ad amarla così… Per come la trovo.
È uno stato d’animo, un’impostazione mentale, è una questione di sensazioni, di immaginazione.

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Noi ringraziamo Adolfo e vi riportiamo il link al suo sito, se volete dare un’occhiata in più.
www.adolfovalente.com