La femminilità raccolta: Monia Merlo

L’atmosfera è onirica, la donna è fragile, non volge quasi mai lo sguardo verso l’osservatore.

È immersa nei suoi pensieri, la sua gestualità è volta a difendersi, a raccogliersi.

La circonda un’atmosfera surreale, malinconica, silenziosa, nella quale può facilmente dialogare con se stessa, riscoprire il proprio corpo languido e, con lui, la natura che la circonda.

Pensierosa, attonita, affranta o desolata: questa donna non vive la malinconia in modo negativo, ne è completamente padrona.

Nel suo giardino segreto di interiorità si scruta, si osserva allo specchio, si giudica senza pregiudizio.

Chi la ritrae è Monia Merlo, classe 1970, bassanese doc.

Architetto per professione, scopre la sua enorme passione per la fotografia al termine degli studi universitari, da lì in poi affianca il lavoro di architetto a questa nuova e diversa disciplina, con la quale riesce a comunicare la sua personale idea di arte.

In pochi anni, ottiene i primi successi: nel 2012,durante la settimana della moda di Milano, viene selezionata da Vogue Italia per una mostra collettiva. L’anno dopo, firma le campagne della stilista Erika Cavallini, ed inaugura la sua prima mostra personale:“Inside the Mirrow”.

Partecipa alla Biennale Bassano Fotografia ed un suo scatto viene selezionato da Franca Sozzani per il progetto “Beauty in Wonderland” per poi venir pubblicato in una speciale Moleskine, creata per l’occasione.

Ad oggi, Monia ne ha fatta di strada, le sue foto sono rappresentate dalla prestigiosa agenzia fotografica newyorkese Art+Commerce, continua a vincere contest per Vogue Italia, su Photovogue vanta più di 200 scatti pubblicati in homepage o tra i “best of”.

Un talento innato che viene riconosciuto e continua ad ottenere consensi.

Ma chi è Monia Merlo?

Noi di Enquire abbiamo cercato di scoprirlo.

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Dall’architettura alla fotografia. Quando hai capito che il tuo grande amore poteva diventare una professione? Cosa è rimasto dell’architetto, è un dualismo che riesce a convivere?

Banalmente, quando qualcuno mi ha offerto del denaro per fare delle foto. La prima volta pensavo sarebbe stata un’esperienza isolata, ed invece le offerte di collaborazione continuano ad arrivare (per fortuna!). Se non fosse capitato, non ci avrei mai pensato. Io continuo a fare anche l’architetto, per quanto riesco e mi sento  un architetto, perciò c’è ancora molto di quell’esperienza. La fotografia per me è, e rimane, soprattutto uno strumento di espressione. Non mi sento una fotografa.
Mantenere l’equilibrio tra le due professioni non è sempre facile, soprattutto se parte della giornata è dedicata al cantiere e l’altra parte agli scatti Ancora non ci ho fatto l’abitudine. Credo comunque che la mia formazione sia piuttosto evidente nelle foto.

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La tua prima memoria fotografica.

È una foto personale: io bambina, vestita con un cappottino rosa, stretta tra le braccia di mio padre.

Come definiresti in tre parole la tua fotografia?

Malinconica, intimista, narrativa.

La foto che non scatteresti mai. Quella che avresti voluto scattare. Quella che scatterai.

La foto che non scatteresti mai: istintivamente, ti risponderei, ciò che sto per mangiare. Naturalmente scherzo! È difficile da capire ma, da quando il mio rapporto con la fotografia è cambiato, se viaggio, o durante le ricorrenze, non ho più così tanto desiderio di immortalare il momento. È assurdo se ci penso, perché una volta scattavo tantissime fotografie di questo tipo.
Quella che avrei voluto scattare: non conosco né l’autore, né il titolo, ma è la copertina di un libro di Marcelle Sauvageot, intitolato:“Lasciami sola”. Un uomo ed una donna, vestiti con abiti anni ‘20/30, al mare, seduti di spalle, vicini ma senza toccarsi, guardano verso l’orizzonte.
Quella che scatterò: sto pensando ad un progetto sulla “presenza dell’assenza” (citando Barthes), spero di riuscirci.

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Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento?

I miei riferimenti sono: Deborah Turbeville, Sarah Moon, Paolo Roversi, Luigi Ghirri, Francesca Woodman.

Scelti ed amati soprattutto per le atmosfere che descrivono.

Entriamo nel vivo, parliamo della tua fotografia.

La tua è una femminilità leggera, eterea, che non sembra voler appartenere alla nostra epoca. In molti l’hanno paragonata all’arte preraffaellita: “i Preraffaeliti si ponevano quello di riportare in vita i costumi di un passato immaginario e nostalgico, tentando inoltre di unificare fra loro i concetti di vita, arte, e bellezza”.
La tua idea di fotografia sembra strettamente connessa all’arte, più che alla moda. Come mai questa scelta?

Non è una scelta,  per la mia formazione conosco di più l’arte che la moda ed è inevitabile che il mio immaginario attinga da ciò che conosco meglio e filtrato da ciò che sento.

Il  riferimento ai preraffaelliti è più legato all’estetica, che ai loro temi.

Le modelle che scelgo rafforzano questa idea poiché mi colpiscono se hanno qualcosa di irreale.

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Si abbraccia, persa nel suo mondo, nella sua natura, non volge mai lo sguardo verso l’osservatore.

Da cosa si protegge?

Si protegge dal mondo, dai suoi spettri, qualsiasi essi siano, persino da sé stessa. Dalle cose che la abbruttiscono.

Ti identifichi in lei? In cosa ti assomiglia?

Sì certo, penso che le mie foto (almeno le più “sentite”) siano tutte degli autoritratti, degli specchi.

La malinconia, il desiderio di solitudine, le ambientazioni decadenti, i segni che parlano del tempo che passa. Tutto questo mi rappresenta e mi appartiene. Le foto parlano di quello che sono,  di dove sono, di quanto conosco di me, di quello che vorrei essere.

La fragilità è solo apparente?

Assolutamente sì.

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In molti scatti vediamo una donna immersa nell’acqua, con poche vesti, circondata da fiori. Il richiamo è evidente, hai dichiarato: “Ophelia si uccide perché ama qualcuno, la mia Ophelia lo fa in quanto si ama, l’acqua in cui annega sarà il liquido amniotico di una nuova vita”.
Cosa vuole annegare ed in che cosa vorrebbe rinascere?

Uccide una parte di sé che non riconosce più, vuole rinascere in una persona capace di convivere con il dolore del cambiamento e andare avanti.

Abbiamo parlato di arte. La donna di Monia in un film, in un libro, in un dipinto, in una canzone.

Il dipinto è “Interno con donna seduta” di Vilhelm Hammershoi, il libro “Silenzi” di Emily Dickinson, il film “Insithe the mirror” di Andrei Tarkovsky ed infine la canzone “All Imperfect Things” di Michael Nyman.

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Il progetto di cui vai più fiera e quello al quale vorresti dare vita in futuro.

Va detto che mi disinnamoro presto delle cose che faccio, ma ora, forse perché sono più vicini nel tempo, sento ancora molto la serie “Space/Frozen in time” dove sono tornata a fare i nudi,a spogliare la donna dopo tanto che non lo facevo.

Tengo molto anche al progetto “A Doll’s House”.
Per il futuro ne ho molti: sto riguardando i film di Antonioni, perché le immagini sono precise, perfettamente costruite, vorrei riuscire a dare vita a queste “suggestioni”.

Devo trovare la modella giusta, mi piacerebbe una ragazza con esperienza di teatro.

Ad ottobre ho un progetto in collaborazione con altre tre artiste, che lavorano in campi diversi, e sto costruendo questo progetto con molto entusiasmo, ne sentirete parlare.

Infine, il progetto di cui parlavo prima: “La presenza dell’assenza”.

Un set in interni, su ispirazione della pittura nordica, con pochissimo colore, quasi dei bianchi e neri.

In generale, sto lavorando sull’idea di tornare a scarnificare gli elementi, per fare sentire con più forza il soggetto, un po’ come all’inizio del mio lavoro. Un tentativo di fare un passo indietro, per andare avanti.

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Nelle tue foto vediamo quasi esclusivamente la donna, hai mai ritratto un uomo?

Ho ritratto un uomo.  Ero curiosa di vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. La location era una casa disabitata, molto degradata. Il soggetto era completamente chiuso, ripiegato su se stesso. Quando ho capito che non faceva tanta differenza il soggetto, dato che mostravo soprattutto me stessa, ho perso interesse e sono tornata a ritrarre le donne. Le tematiche femminili, anche per la loro complessità, mi sembrano più interessanti.

Le tue foto celano un messaggio verso le donne?

Non pretendo di dare un messaggio, cerco solo di descrivere quello che è per me la femminilità. Mi rende felice che molte donne si riconoscano in questa descrizione, ma quello che m’interessa veramente è che sia io a riconoscermi nelle foto che scatto. Credo che quello che traspare è che, pur nella malinconia, nelle atmosfere sospese, queste donne sono molto forti, così forti da riuscire a guardarsi dentro senza mentire a loro stesse. Questo, inaspettatamente, arriva anche a molti uomini. Sono molto sorpresa di essere così tanto seguita dal mondo maschile.

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Ci salutiamo così: Monia, qualcosa che vorresti dire e che non ti è stato chiesto.

Che cosa ti manca?

La fede in qualcosa. Forse mi darebbe un po’ di pace, toglierebbe qualche inquietudine, mi aiuterebbe ad avere delle certezze.

Forse, mi toglierebbe di dosso la condanna del dubbio.
Non so se sarei stata così pronta a riceverla, ma è una cosa sulla quale sto riflettendo in questi giorni.

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Noi ringraziamo Monia.
Vi lasciamo gustare i suoi lavori www.moniamerlophotographer.com