A Portrait of: Giosetta Fioroni

Marzo 2014. Parigi. Sfila Valentino. In passerella lunghi e meravigliosi abiti, fotogrammi di un periodo, gli anni ’50 e ’60, echi di rivoluzionarie figure femminili. Astrattismi, colori, geometrie, cuori, arlecchino, dettagli infantili, Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli omaggiano artiste come Carol Rama e Giosetta Fioroni. È lei, romana, classe 1932, una delle maggiori figure artistiche del novecento, grazie al sodalizio con Tano Festa, Schifano, Kounellis, come lei ritenuti esponenti del Pop made in Italy, ma mai riconosciutisi in tale definizione. C’è molto di più in questa donna dolce, con gli occhi che guardano ancora al mondo con meraviglia. C’è in lei una grazia, definita dallo storico dell’arte Giuliano Briganti come omicida, sempre secondo lo studioso, un’alternanza di fate e mostri.

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C’è la voglia di sperimentare, di contaminare tecniche e sguardi: ceramiche, dipinti, performances, video, calligrafismo, stenogrammi. L’eclettismo è la sua natura, l’Arte, la sua vera vocazione: «Al liceo c’era una ragazza che improvvisamente dichiarò la sua conversione a Gesù. Anch’io ebbi, improvvisa e assoluta, una rivelazione simile. Da quel momento non ho concepito nient’altro che l’Arte come unica possibilità di sopravvivenza». Il quotidiano, il biografico, la memoria, sono l’ossatura della sua estetica che poggia su un’infanzia felice, libera. Il padre Mario Fioroni è uno sculture, mentre la madre, Francesca Barbanti, pittrice. «Mia madre realizzava delle straordinarie marionette per le scuole, per me e i miei piccoli amici […] aveva una fantasia scatenata, le sue piccole rappresentazioni sono alla base del fatto che ho scelto di fare il pittore ». È Francesca ad insegnare alla figlia a leggere ed a scrivere, è lei ad alimentarne la creatività, a costruire teatrini, scenario immaginifico di storie. Questi racconti e visioni impressi nella mente della bambina diventano, una volta cresciuta, parte intrinseca delle sue opere, tra le quali l’esempio più noto è “La spia ottica” del ’68, gioco di lenti che consente di osservare gli interni dei piccoli teatri.

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Presto arrivano gli anni del liceo artistico, seguito dall’Accademia di Belle Arti. Fioretta è delusa dai propri insegnanti, è avida di sapere, avida di vita. Ha bisogno di qualcuno che le apra le porte del mondo, lo trova quando si imbatte in un cartello: “Corso libero del professor Scialoja domani alle 10:00″. Entra in aula ed inizia un viaggio che dal teatro russo d’avanguardia, da Stanislavksij e Meierchol’ d, passa per il cinema comico americano di Buster Keaton ed approda all’action painting di Pollock e De Kooning. Ricordando quell’episodio dirà: «Le sue lezioni sono state per me, e non solo per me, una vera e propria iniziazione erotica all’espressività. Siamo rimasti amici per sempre, fino alla sua morte». È il primo di una serie d’incontri, di personaggi unici e talentuosi, compagni d’arte e di frammenti di vita. Grazie a Scajola scopre Alberto Burri, le sue muffe e tele di sacco, s’imbatte in Alexander Calder e nel mix tra pittura e scrittura di Twombly.

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La vita scorre e per Giosetta è tempo di misurarsi col mondo: lascia il marito, l’ingegnere Ippolito Nievo e, con un bel pittore conosciuto alla Biennale di Venezia durante il suo esordio espositivo, si trasferisce a Parigi, in uno studio affittatole da un certo Tristan Tzara. La laison con l’affascinante giovane non dura, ma la ragazza non si perde d’animo e si rifugia nelle braccia dello scrittore Germano Lombardi, con cui resterà per i successivi sette anni. È la fine degli anni ’50 e nella capitale francese è facile incappare in Joan Mitchell o ritrovarsi a bere whiskey con Samuel Beckett al Petit Dome di Montparnasse. Qui assapora la piena libertà di sperimentare. Inizia a riempire fogli con quelle figure che diventeranno tratti ricorrenti della sua pittura: cuori, macchie, puntini, case stilizzate, alberi, segni rubati dalla sua fantasia di bambina.

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Elabora una personale tecnica che la vede proiettare su tela bianca fotografie di donne, icone prese dai media, ma anche persone comuni, rielaborate con smalti e vernici color argento, filo conduttore della sua opera. «L’argento é tonale e intendo tonale in senso morandiano » – spiegherà in un’intervista – «l’ argento é memoria, recupero, sospensione di tempi differenti». Inizia da qui, negli anni ’60, una considerazione sul mondo femminile, tratti accennati di donne, sistema di vuoti e pieni che aprono uno spiraglio verso la loro anima. “Leggera ragazza medium degli anni cinquanta”, “Glamour”, “Ragazza tv”, “Doppia maschera” sono solo alcuni titoli, ripetizioni di sguardi, ripetizioni di occhi, di prospettive.

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La Fioroni prende tratti della Pop Art warholiana e se ne distacca arricchendola di sentimento, infatti sostiene «Sono più vicina a Morandi che a Andy Warhol». Crea, mischia materiali, tecniche, contamina letteratura e pittura, realizzando istintivamente quell’arte multimediale di cui si parlerà anni dopo. Terminato l’idillio parigino, torna a Roma in tempo per unirsi ai ragazzi della Scuola di Piazza del Popolo: Perilli, Rotella, Villa, Schifano, Angeli, Festa. Giosetta ricorda: «Si incontravano in un bar, Rosati, discutevano in una galleria, La Tartaruga. Interessante mi sembra ricordare […] qualcosa che appariva nei loro quadri e che era stranamente collegato con la luce, l’atmosfera, l’obelisco e la geometria della Piazza. Qualcosa di fortemente malinconico, in fondo, che riguardava Roma e i sentimenti di queste persone». La vita di questa ragazza cresciuta a sogni e burattini è piena di grandi incontri. Lega poco con le altre donne e le sue amicizie sono soprattutto maschili. È il talento ad attrarla, l’anticonformismo, il fascino sghembo e nascosto. Predilige scrittori e poeti, come Paul Celan, Andrea Zanzotto, Sandro Penna e, quindi, non stupisce che l’amore della sua vita faccia parte di questa categoria. Lo incontra durante una cena a casa di amici. Lui, Goffredo Parise, antipatico ed insolente le domanda: «Queste scarpe le ha comprate da Ferragamo, costano eh? Questa stoffa è scadente, invece? Io la osservo, sa, la vedo anche al bar Rosati quando fa la pittrice. Ma la fa sul serio la pittrice?». E continua: «Lo sa perché siamo qui a cena? […] Perché io volevo conoscerla e ho chiesto alla padrona di casa di fare una cenetta di quindici persone, tra cui ci doveva essere lei. Perché io volevo conoscere lei».

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Così inizia un rapporto di inquieta passione durato venticinque anni. Ad un certo punto, dopo una malattia, lo scrittore veneto s’innamora della sua infermiera e lascia Giosetta. Lei, tornando con la mente a quell’episodio, ricorda: «Andai a stare a Bologna, dove avevo dei cugini. E una sera, presa dalla disperazione, mi vestii con dei tacchi vertiginosi, le calze a rete, il trucco. Insomma ero molto avvenente e mi dissi: voglio provare a battere, voglio capire se piaccio o no. Sentivo rabbia, vergogna e frustrazione». Entra in un bar e rimorchia un ragazzo. È solo una storiella: «Andavo nella sua pensione, si faceva l’amore, piangevo sempre e si mangiavano tortellini». Dopo un mese Parise la chiama chiedendo notizie: «Sto benissimo » – risponde la Fioroni – «ho un ragazzo di 27 anni, arrivederci e grazie». Dopo tre ore lui è a Bologna. «Allora c’hai uno?» le dice Parise. «Ma che ti frega» risponde lei. Restano insieme una decina di giorni e poi iniziano a vedersi di nascosto. Quando la pittrice incontra un altro uomo di cui s’invaghisce seriamente Goffredo, colpito e scioccato, scrive L’odore del Sangue, in cui racconta quel tradimento. Anche questa storia si piega davanti all’amore per lo scrittore ed i due tornano ad essere una coppia. «Siamo stati insieme venticinque anni» – racconta Giosetta parlando del loro legame – «Non tutto è sempre stato semplice né felice, abbiamo avuto i nostri bei problemi, basta leggere “L’ odore del sangue” per capirlo. Ma abbiamo occupato reciprocamente il centro delle nostre due vite. Lui aveva una vocazione forte come la mia. Io ero curiosa di letteratura e lui un curioso dell’Arte contemporanea. Goffredo è stato, e resta, il compagno della mia vita».

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C’è un sottile filo che unisce l’esistenza di questa donna dagli occhi di bambina, è un’aura poetica, femminile, lieve, dolce, piena di speranza, frammenti di Arte e volti. È, per usare le parole di Moravia, la sua «maniera di togliere invece di aggiungere, di dare importanza al vuoto invece che al pieno, di definire attraverso l’assenza invece che attraverso la presenza». È l’inesauribile voglia di sperimentare. Basta seguire le tracce del suo lavoro. Un’immaginaria cornice racchiude tutto come se i suoi lavori fossero un’unica opera in continua evoluzione dai disegni dell’infanzia, le tele in vernice d’argento, il ciclo dedicato alle fiabe, i teatrini, le ceramiche, la serie ispirata alle morti per autoerotismo prese da un Atlante di medicina legale austriaco degli anni trenta, l’intervento sulla corporeità.

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Sono ispirazioni, intuizioni che lasciano frammenti anche nella moda: Valentino con i suoi cuori, il lettering di Vuitton, i volti femminili di Prada, i colori e le stelle di Tata Naka, i disegni infantili di Tsumori Chisato, le creature silvane di Ryan Lo o l’argento metallico visto in molte sfilate come quelle di Altuzarra o Proenza Schouler.

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Il suo è un universo cangiante, in cui il tempo è sospeso e la memoria filtra promesse di bellezza. C’è sempre un altro quadro, un altro progetto, un nuovo modo di esplorare la propria estetica, come la collaborazione con Marco Delogu. La Fioroni è protagonista di una serie di fotografie nelle quali impersona ogni volta un personaggio diverso e surreale, variazione sul concetto di travestitismo, che ricorda il lavoro di Cindy Sherman.

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Non è stato facile essere artista e donna, ma è stato necessario. Essere “pittore”, termine che Giosetta preferisce a “pittrice” o “artista”, è sempre stato battito intrinseco del suo cuore. Superati oramai gli ottanta anni e archiviati i viaggi , Giosetta vive in una casa-studio a Trastevere ma resta sempre la ragazza dell’Arte contemporanea, quella Giosetta, citando Parise, che se la fa e se la dise. La stessa che sempre lo scrittore descrive così: «Giosetta Fioroni è una persona che cammina in modo molto leggero: certe volte, non vista, quando ha un pò fretta, saltella come una scolara che vuole riprendere il tempo perduto per leggerezza».