A Portrait of: Palma Bucarelli

Bellissima, raffinata, colta, altera, aspra, indomita. Occhi blu e capelli castani, pelle diafana e sorriso perfetto. Mondana, superba, terribile, in grado di piegare il destino alla sua ferrea volontà. Palma Bucarelli è una figura complessa, piena di venature e sfumature, spesso distoniche fra loro.

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Avrebbe voluto essere Caterina di Russia, invece ottiene la corona di Regina di quadri, ricoprendo il ruolo di direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e, con esso, quello di monarca assoluta dell’Arte contemporanea italiana. Figlia della buona borghesia, nasce a Roma nel 1910 e cresce in giro per l’Italia al seguito del padre vice prefetto, per poi tornare nella capitale dove frequenta il liceo classico e si laurea in Storia dell’ Arte all’Università La Sapienza. Allieva di Adolfo Venturi e di Pietro Toesca, insieme a Giulio Carlo Argan, suo compagno di studi ed amico di tutta una vita, vince un concorso del Ministero dell’Educazione e, poco dopo arriva alla direzione della Gnam.

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Con lei la rivoluzione. Trasforma il museo da mero contenitore d’opere a luogo di incontro, punto di riflessione critica e di confronto con altre realtà internazionali. Con “La” Bucarelli la ricerca artistica si spinge oltre, mostrando, come dirà, “agli Americani che l’arte in  Italia non si era fermata a Caravaggio”. Sostiene le avanguardie, l’astrattismo, l’informale, il Nouveau Realisme, l’arte cinetica. Espone, Kandinskij, Modigliani, Malevič, Pollock, Rothko, Klee, Mondrian. Porta alla galleria dipinti leggendari come Le Tre Età di Klimt, L’Arlesiana di Van Gogh, le Ninfee Rosa di Monet. In molti le devono tutto: Fontana, Carrà, Savinio, Boldini, Vedova, De Pisis. Mai neutrale è lei ad orientare il giudizio, per trent’anni supremo arbitro dell’Arte italiana contemporanea.

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Indipendente ed ostinata è oggetto di critiche feroci. Guttuso e De Chirico, che la chiama “l’amazzone delle croste”, non le risparmiano commenti velenosi, altri la accusano di essere troppo morbida col regime fascista, mentre supera gli anni ’50 strangolata tra i membri dell’arte astratta che non la possono vedere, tra chi l’accusa di farsi sponsorizzare una mostra su Picasso dal PCI e la dittatura filosovietica di certi politici o tra chi la reputa “malata di alta cultura internazionale e cosmopolitismo tipici del ceto impiegatizio ad estrazione piccolo borghese cui appartiene”.

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Bersaglio di maldicenze e malignità, Palma non si lascia scalfire e va dritta per la sua strada, fedele solo a se stessa. Quando le sue scelte scatenano vere e proprie interrogazioni parlamentari, come nel caso dell’esposizione del Grande Sacco di Burri, che le vale l’appellativo di “Palmina degli stracci”, o della Merda d’artista di Manzoni, lei si schiera come una leonessa a loro difesa.

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Il suo lavoro è la sua missione, e lo è da subito. È da poco alla Gnam quando trafuga a palazzo Farnese di Caprarola 672 dipinti e 63 sculture per salvarle da possibili saccheggi tedeschi a Roma, guadagnandosi anni dopo da parte di Indro Montanelli un appassionato ritratto: “Quello che non sarebbe riuscito a un uomo […] riuscì a Palmina […] questa ragazza dal volto pallidissimo e dagli occhi verdi imperativi, difese il patrimonio che le era stato affidato con la tenacia di un mastino” ed ancora “I suoi coetanei la ricordavano così: a bordo d’una velocissima auto scoperta rossa fiammante, i capelli biondi al vento e, secondo alcuni, anche una sciarpa svolazzante alla Isadora Duncan, una dea futurista piombata in Valle Giulia”. Agli occhi del giornalista è l’incarnazione dell’eroina dei Nibelunghi, Brunilde, fiera e coraggiosa come quando vestita con un completo grigio-verde ed una cintura di bossoli d’ottone vuoti, collaborando con la Resistenza, distribuisce in bicicletta il foglio clandestino “L’azione”. Donna temibile e temeraria si guadagna sul campo il soprannome di “Palma e sangue freddo”.

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Che sia professione o privato ogni cosa è fatta con il massimo rigore. È perfetta in tutto. L’eccellenza è il suo credo. Per impostare la voce si rivolge all’attrice Andreina Pagnani, per cavalcare al campione d’equitazione Carlo D’Inzeo. Per mantenere il fisico asciutto ed il vitino da vespa si allena con l’inflessibilità di un atleta: tennis, sci d’acqua, ore di vogatore, nuoto. Perennemente a dieta sacrifica la passione per i dolci per il più sano pesce. Perfezione e bellezza sono abnegazione, rinuncia, e Palma lo sa. Dopo anni di frequentazione sposa l’intellettuale Paolo Morelli solo quando questi resta vedovo e con l’inizio del matrimonio intraprende una relazione parallela con l’amico Giulio Carlo Argan.

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Gli uomini la amano e a lei piace piacere. Predilige quelli sposati, che le lascino tempo per altri flirt, ha il terrore di restare sola, ma riserva il privilegio di passare una notte intera con lei solo ai suoi cani. “Sono stata amata molto, ma ho amato molto poco”, dirà, “Mi spaventava il pensiero di essere legata per tutta la vita, che marito e figli mi impedissero di occuparmi d’altro”. Algida, sofisticata, scandalosa, le case frequentate dalle ragazze perbene la bandiscono, i salotti del jet set, veicolo di finanziamenti e pubblicità, se la contendono. Ambiziosa ed arrogante l’attrice teatrale Anna Proclemer la dipinge così: “Non ho mai conosciuto una che, come Palma Bucarelli, ti guardasse dall’alto in basso anche quando era seduta”.

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Denti perfetti e lineamenti alla Greta Garbo è bellissima o, secondo Ungaretti, “bella come una gatta siamese”, e ne è consapevole, tanto da ripetere: “Sono molto elegante, e bella, mi sento amata, desiderata ed invidiata, dicono che somigli a Greta Garbo, invece è lei che somiglia a me”. La sua è una bellezza che rende schiavi, un fascino ed una eleganza senza tempo, accompagnati da un carattere forgiato d’acciaio e da un piglio aristocratico, da regina. Esteta radicale ama il bello in ogni sua declinazione, moda inclusa, rafforzando un rapporto tra arti che ha radici lontane e che tocca vertici con connubi come SchiapparelliDalì, YSLMondrian e più recentemente RodarteVan Gogh. E come non citare le ultime stagioni con Prada e i ritratti di nomi come Jean Detailante e Miles Gregor, Celine e Chanel che si ispirano a Kandinsky o la campagna estiva di Dior Homme? E che dire del vestito col buco di Victor & Rolf che ricorda il lavoro di Burri o veri e propri artisti del tessuto come Rei Kawakubo, Margiela o McQueen?

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Il guardaroba della Bucarelli, donato alla sua morte al Museo Boncompagni Ludovisi, è uno di quelli che non si dimentica. Indossa tailleur di taglio maschile, petites robe noires e pezzi di alta sartoria realizzati dalle sorelle Botti, De Luca, Zecca, le sorelle Fontana, Pucci, Gattinoni, impreziositi dai gioielli importanti acquistati dal negozio romano Masenza.

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Nemesi di Peggy Guggenheim, che la ritiene ignorante in materia di arte contemporanea, la direttrice della Gnam è una pioniera, prima donna a guidare un museo, impersonando un nuovo modello femminile e determinato in un campo fino ad allora territorio esclusivamente maschile. Ironica ed aggressiva Palma ha l’appeal di una star, il fascino di una diva e come tale diverse sono le leggende che la avvolgono come quella secondo la quale avesse alterato il passaporto per esporlo prima nella sua casa in via Isonzo e poi nell’ appartamento ricavato all’interno della galleria, stanca di quel gioco dettato dalla vanità che la obbligava a mentire ogni volta che le domandavano notizie sulla sua data di nascita.

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Non è un mito, invece, il fatto che è lei, con il suo regno durato dal ’44 al ’75, ad aver contribuito a imporre nel nostro paese l’idea moderna di museo.