A Portrait of: Edith Head

Talento, durezza, diplomazia ed una volontà di ferro. Edith Head ha tutto questo e molto altro. Ha coraggio di rischiare, persino di ricorrere a piccoli inganni, ma anche la dote di saper ascoltare, capire cosa vuole la gente e a darglielo. Ripete spesso: ” Per essere un bravo designer a Hollywood bisogna essere una combinazione tra psichiatra, artista, stilista, sarto, puntaspilli, storico, infermiere ed addetto agli acquisti”.

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È così che entra nella storia della moda e nei doodle di Google. È così che diventa una dei designer più famosi di tutti i tempi. Sicuramente è quella più premiata con 35 nominations all’Oscar ed 8 statuette vinte. Un volta Mae West le dice: ” Un abito dovrebbe essere stretto abbastanza per mostrare che sei una donna e sufficientemente morbido da provare che sei una signora ” e questo lei lo sa fare. Sa trasformare una timida giovane in una seduttrice biblica, una ragazzotta di provincia in una principessa, una donna sciatta in una femme fatale.

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È Edith a vestire le algide bionde dei film di Hitchcock, è lei che regala quel pizzico di stranezza al fascino di Audrey Hepburn, a creare gli abiti della malinconica diva in declino Gloria Swanson in “Viale del Tramonto”, il celebre vestito con la vaporosa gonna in tulle di Liz Taylor in “Un Posto al Sole” o a realizzare uno dei più cari costumi della storia di Hollywood per Ginger Rogers. Il suo nome diventa sinonimo di eleganza senza tempo, garanzia di stile e successo.

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Edith Head, nasce come Edith Claire Posener nell’ottobre del 1897 a San Bernandino da genitori ebrei. Separatisi, la madre Anna si risposa con un ingegnere minerario e la piccola cresce in campi minerari nel sud-ovest ed in Messico, poi, adolescente, viene mandata in California a studiare. È una ragazza solitaria ed introversa, che sorride raramente perché sdentata, anni dopo sarà Barbara Stanwyck a trascinarla dal dentista. È una donna all’apparenza ordinaria: è poco più di un metro e 50, ha l’occhio destro strabico, le gambe storte, frangia e occhiali scuri. È il patrigno a dirle: “Figlia mia, non sei una grande bellezza. Se riuscirai a combinare qualcosa, nella vita, sarà solo per il tuo cervello”. Lei incassa e va avanti per la sua strada. Si laurea in lingue romanze a Stanford, diventa insegnante di francese. Quando si sposa Edith Posener, lascia il posto ad Edith Head. L’unione tra lei ed il marito vacilla, per le continue assenze ed il bere di lui , ma mentre il matrimonio è ormai al tramonto, Edith inizia la carriera Hollywoodiana.

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È il 1923 quando sul Los Angeles Times legge un annuncio con cui la Paramount cercava disegnatori per il reparto costumi. La ragazza non ha nessuna esperienza, ma frequenta da poco un corso serale alla scuola d’arte ed al colloquio presenta i lavori dei suoi compagni. Mentire per lei è un’abitudine, verità e finzione si mescolano a tal punto da rendere difficile distinguerle, sia che si tratti di mascherare le proprie origini ebraiche o il proprio divorzio e a chi la interroga sul quel furbo espediente dice: “Quando sei molto giovane, non hai senso della morale. Io credo. Non mi è mai venuto in mente di essere disonesta” ed ancora “Ho solo detto: questo è il genere di cose che facciamo a scuola”. Ottiene il lavoro e diventa assistente prima di Howard Greer ed, in seguito, quando questi lascia, di Travis Banton. Inizia occupandosi di film di serie B e westerns, di qualche personaggio di contorno per quelli di serie A, come zie, nonne, bambini e delle giovani esordienti, che, una volta diventate star si ricordavano di Edith e chiedevano di lei.

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Affabile e disponibile, non solo sa capire come valorizzare la figura di chi veste, ma sa anche ascoltare i loro desideri ed incorporare i loro gusti negli abiti che realizza, rendendo le attrici parte del processo creativo ed instaurando con loro un rapporto di fiducia. Il primo lavoro è per una pellicola di Cecil B. DeMille. La Head disegna dei costumi con caramelle e cioccolato vero. Un disastro: si sciolgono appena acceso l’obbiettivo. La prima vera occasione arriva con Clara Bow per il film “Wings”, di cui diventerà amica e a cui insegnerà il senso dello stile, ma dovrà aspettare i primi anni ’30 per avere il suo lavoro accreditato sullo schermo. Quando Banton si stanca di fare interviste per promuovere la Paramount il compito passa a Edith che nel ’38 diventa capo costumista, prima donna in posizione di comando. Resterà in carica per 44 anni, per poi lavorare altri 20 alla Universal.

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Fin da subito la ragazza cresciuta nel deserto sa come rendersi indispensabile. Parla le lingue, soprattutto lo spagnolo, fondamentale per farsi capire dalle sarte messicane e ha una visione reale di quella fabbrica dei sogni che è Hollywood “Devi dare loro ciò che vogliono.” – ripete – ” Se no lo fai, loro troveranno qualcun’altro che lo farà”. È una lavoratrice instancabile e quando la guerra la costringere a convertirsi al taffettà, disfa vecchi abiti per crearne di nuovi e spinge le donne a fare lo stesso, ad abbandonare la seta, ormai démodé, per usare la creatività, confermando il cinema catalizzatore per modellare l’identità delle americane. Edith ama il suo lavoro, lo fa con cura e passione: “Quello che il costumista fa è a metà strada tra magia e camouflage. Creiamo l’illusione di trasformare gli attori in quello che non sono”. Legge le sceneggiature, capisce i personaggi e crea per loro l’involucro più adatto. È l’abito a dover essere al servizio del ruolo, non il contrario. Veste tutte dalle protagoniste del cinema muto, le star delle pellicole hollywoodiane degli anni ‘50, a quelle dei ’60 e ’70.

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Ingrid Bergman non ama gli orpelli, è eleganza sottile, Audrey Hepburn ha la vita più sottile dalla guerra civile, Shirley MacLaine ha le gambe più belle, Grace Kelly la sua preferita, Liz Taylor è la persona più carina che abbia mai visto. L’abito lilla con la gonna vaporosa indossato dall’attrice dagli occhi viola in “Un Posto al Sole” ed il sarong stampato a fiori di Dorothy Lamour sono le sue creazioni di maggior successo. In un’intervista dirà: “Se è un film della Paramont probabilmente sono io ad aver disegnato i costumi”. È la prima a vestire la Hepburn, suoi i looks per “Vacanze Romane”, mentre per “Sabrina”, per cui riceve un Oscar, deve condividere il merito con un giovane Givenchy.

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Quella di Mrs Head è una carriera sfolgorante anche grazie al sodalizio artistico con Alfred Hitchcock. Il regista è un tipo difficile, ma sa esattamente ciò che vuole, ha una completa avversione per ciò che definisce “cattura-sguardo”, come una scena con un abito viola acceso o un uomo vestito di arancione. A meno che non ci sia una ragione nella storia per un colore, predilige i colori tenui, perché crede che un tono acceso possa sminuire una scena d’azione importante. In “Caccia al Ladro”, fiore all’occhiello della costumista, Grace Kelly all’inizio indossa un vestito bianco e nero e, man mano che le scene si susseguono e la storia prende forma, i suoi abiti prendono colore, arricchendosi di tono e sentimento. 1131 sono i films a cui ha contribuito, ma non c’è solo il cinema.

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Crea le uniformi per le hostess della Pan Am, dispensa consigli alle donne comuni: come usare il colore come accessorio, scegliere il vestito appropriato per ogni occasione. Così esorta chi la segue a migliorare se stesse: ” Puoi ottenere tutto ciò che voi se sei vestita per averlo ” o ancora,” Il peccato capitale non è essere vestita male, ma indossare la cosa giusta nel posto sbagliato “. Ama i guanti, ha un’avversione per le spalline ed adora gli anni ’30 quando le tars erano veramente tali. Lei che crea la fantasia, è una donna timida con addosso dei vestiti per nulla glamour.

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Indossa austeri e discreti completi dalle tonalità neutre, bianco, beige, nero, i colori vividi e brillanti li lascia per la vita privata. Quando la tagliente giornalista mondana e regina del gossip Hedda Hopper la inserisce nella lista delle donne peggio vestite commenta “Le star non amano guardare nello specchio e vedere una stilista vestita con un colore sgargiante, Quando sono agli studios, sono sempre la piccola Edith con gli occhiali scuri e il modesto completo beige. È così che sono sopravvissuta”.

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Sul lavoro è invisibile eppure la sua immagine diventa iconica. Il caschetto, copiato dalla diva flapper degli anni ’20 Coleen Moore, e gli occhialetti tondi con le lenti scure ne cementano la figura nel tempo, arrivando a diventare modello per Edna Mode nel cartone Disney Gli Invisibili. È uno scricciolo, ma come dice Joan Crawford: ” È una donna robusta, emotivamente, quando quella piccola cosa entra in una stanza, sai che lei è lì “. Howard Greer una volta la descrive come un gatto incrociato con un disegno Fujita. Queste semplici caratteristiche sono l’armatura che le permette di affrontare il mondo e quella piscina di squali che è Hollywood. Vita pubblica e privata sono separate. Durante la pausa pranzo per evitare di parlare di sè fa giochi di società. Si dice porti gli occhiali scuri per nascondere le lacrime, di sicuro per essere imperscrutabile. Per lei contano solo oggi e domani, non ama pensare al passato e le rare volte in lo fa ricorre alla vecchia abitudine di mescolare verità e finzione.

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Dopo il primo fallimentare matrimonio si risposa con Wiard Boppo Ihnen, un direttore artistico conosciuto sul set, con lui resta 40 anni. Non hanno figli, sono gli 8 Oscar vinti la sua prole. Il lavoro è la sua eredità: “Un Posto al Sole”, “Eva contro Eva”, “Viale del tramonto”, “Vacanze Romane”, “Caccia al Ladro”, “Sabrina”, “La donna che Visse Due Volte”, “Sansone e Dalila”, “La Stangata”, “Gli uccelli”. Gli stilisti ogni stagione fanno rivivere un pezzo della sua opera: Zac Posen, Temperley, Michael Kors, Dior, Celine, Prada. Ogni cosa vista sullo schermo lei l’ha creata per prima o è stata la migliore nel realizzarla.

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Il look del personaggio di Effie in “Hunger Games” non vi ricorda la MacLaine in  “La Signora e i Suoi Mariti”? Edith Head è diventata la costumista più famosa di tutta la storia del cinema, senza un’istruzione formale, lavorando molto, con tenacia ed un salutare ego.

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La chiamano Dress Doctor per il suo approccio clinico ad una professione iniziata quasi per caso, ma lei ama definirsi The Magician perché “Quello che il costumista fa è a metà strada tra magia e camouflage. Creiamo l’illusione di trasformare gli attori in quello che non sono”.