La videoarte di Elena Gaztelumendi

Recentemente l’artista spagnola Elena Gaztelumendi ha ricevuto il premio per l’Opera di Video Arte Digitale più innovativa, al Festival Internazionale Madatac con il pezzo LEAK OUT della serie Defacebook. Un’opera che affronta il tema dell’identità da quando internet ha contaminato le nostre vite.
I suoi lavori precedenti invece vertono sulla perdita del corpo come oggetto.
Attualmente invece il suo lavoro mostra la deformazione, la modulazione costante alla quale è sommesso l’essere umano.

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Quando decidi di essere artista?
Ma, non credo che essere artista sia una decisione che si possa prendere.
Semplicemente si è.
Da quando ero piccola ho avuto la necessità di raccontarmi cercando delle vie alternative.
Mi piacerebbe raccontare un aneddoto. Quando avevo 7 anni sono tornata a casa dopo la scuola e ho raccontato a mia madre che il  giorno dopo dovevo andarci travestita da gallina per una recita di teatro. Ovviamente niente di questo era vero.
Mia madre è rimasta tutta la notte a cucire per finire il costume.
Il giorno dopo, eccomi lì, una gallina fra gli altri bambini facendo la fila per entrare in classe.
Immagina la scena. (ride n.d.r)
Credo che già a 7 anni, stavo generando un dibattito su l’idea di Istituzione.

La tua opera principalmente è audiovisiva, ti consideri videoartista? 

Mi considero artista.

Da sempre sono stata vincolata alla performance e la mia formazione è stata una formazione classica, mi sono laureata in pittura e scultura.

Suppongo che per le circostanze  e il contesto, il video o l’arte digitale si sono adattate molto bene alle mie necessità in questi ultimi anni, visto che ho vissuto in varie città diverse in poco tempo.

Hai avuto importanti riconoscimenti in Spagna, giusto?

Sì, un premio d’Arte Giovane nel 2008 con la serie per la quale lavorai dal 2005 al 2010: Sono segnale compresso, sono residuo tecnologico. Quello che mi interessava mostrare in questi lavori era la perdita del corpo quando comunichiamo via internet, il corpo si trasforma in informazione, in segno, in parola e il fisico perde quella trascendenza che aveva avuto fino adesso. 

Dall’anno scorso sto lavorando ad un’altra serie che si chiama Defacebook, la quale potrebbe riassumersi con la frase di quello slogan della Mostra Universale di Chicago nel 1933: “La scienza scopre, l’industria si applica e l’uomo si adatta”.

Questi lavori sono una riflessione sulla velocità di adattamento alla quale è sottoposta la personalità nella nostra epoca. Il bombardamento di trasformazioni costanti e i moduli di interazione e comunicazione sociale, che è dato dalla commercializzazione dei progressi scientifici e tecnologici. Penso che convertono il processo di evoluzione in una deformazione grottesca della personalità, trovando così mutazioni inaspettate visto che l’essere umano non riesce ad integrare completamente tutti questi nuovi sviluppi. Soffriamo una modulazione costante.

Con questa nuova serie ho ricevuto un’esposizione permanente nel Museo Provinciale di Lugo, dove ho realizzato il primo lavoro Defacebook  e il passato dicembre ho ricevuto il premio alla Opera Digitale più innovativa del Festival Internazionale MADATAC.

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Recentemente il tuo lavoro è stato trasmesso insieme ad artisti affermati come Brian Eno, Tony Oursler e Nam June Paik. Come ti fa sentire questo?

Devo dire molto bene, la verità. (ride n.d.r)

Anche io ho avuto i miei quindici minuti di gloria di cui parlava Warhol.

Hai artisti a cui ti ispiri o che in qualche modo credi abbiamo contribuito a maturare la tua identità artistica?

Artisti che lavorano con i video: lo storico spagnolo Val del Omar, Pipilotti Rist e Tony Oursler.

E naturalmente Goya e Francis Bacon.

A cosa stai lavorando adesso?

Adesso sto lavorando ad un grande progetto, si tratta di una video installazione della serie Defacebook nella quale voglio che convivano sculture e video.

In più sono impegnata a un nuovo video: Il sonno della rete produce mostri, che chiaramente forma parte della serie. Il titolo è un accenno a un’incisione di Goya: Il sonno della ragione genera mostri.

Per finire, come definiresti la tua opera?

Dura, molto dura.

Ci salutiamo così: consigliaci un libro.

Neuromancer di William Gibson.

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Potete seguire Elena sul suo sito www.elenagaztelumendi.com