A Portrait of: Georgia O’ Keeffe

Austera. Ribelle.
Georgia O’ Keeffe ha occhi grandi, vivi, gli zigomi alti, la pelle scura, senza un filo di trucco ad ammorbidire la spigolosità del viso. Nel suo sguardo fiero incarna lo spirito americano di indipendenza, grandezza ed individualismo. È solo una bambina quando le chiedono che cosa farà da grande e lei, sicura, risponde «Sarò un’artista», ignara del fatto che sarebbe diventata uno dei nomi più importanti della pittura del ventesimo secolo. La sua arte è un personale tributo alla natura, immensa, totalizzante. La sua vita è piena di incontri, ma anche di solitudine, dell’inquieta bellezza delle piccole cose.

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Nasce nel novembre del 1887 a Sun Prarie nel Wisconsin da una famiglia proprietaria di un caseificio, seconda di sette figli. Diversi anni dopo, Georgia scriverà un’autobiografia idealizzata, che si discosta dalla realtà dei fatti così come sono accaduti. I suoi genitori non sono felicemente sposati ed il padre, con una serie di investimenti sbagliati, è la causa delle difficoltà economiche che costringeranno gli O’Keeffe a continui spostamenti alla ricerca di fortuna migliore. Georgia cambia scuola diverse volte, tre solo durante il liceo, ma quello che resta invariato è il suo interesse per l’arte, accompagnato da un talento riconosciuto da tutti i suoi insegnanti e, prima fra tutti, dalla madre che la ha sempre incoraggiata a rincorrere le proprie passioni.

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Determinata a diventare artista, a diciassette anni, la ragazza si iscrive all’istituto d’arte di Chicago, dove resterà per i successivi tre anni, per poi proseguire gli studi a New York. Qui, all’Art Student League incontra Anita Pollitzer, una compagna di studi, che diventerà la sua migliore amica e, grazie alla sua intraprendenza, le offrirà l’occasione di affermarsi come pittrice. Una volta terminati gli studi, Georgia inizia a lavorare come illustratrice presso una agenzia di pubblicità a Chicago, ma è costretta a smettere a causa di un grave morbillo che le indebolisce temporaneamente la vista e la costringe a tornare in famiglia, ora trasferitasi in Virginia. Mentre lei è a casa, la sua vecchia professoressa d’arte e preside a New York, Elizabeth Willis, le chiede di insegnare. È la primavera del 1911, lei accetta, ricoprendo quel ruolo per sette anni.

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Ribelle per natura, la O’Keeffe ignora le regole, ma per quanto riguarda il suo aspetto esteriore è estremamente pudica, quasi ascetica. Ama i colori scuri e veste quasi sempre di nero. Indossa scarpe da uomo e si avvolge in tetri paramenti, larghi ed informi, vivacizzati da eccentrici copricapo. Rifugge pizzi, sabot, mere sdolcinatezze modaiole. Realizza da sola i propri abiti, dalle linee dritte, quasi maschili.

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Apparire non le interessa e, quando una delle sue studentesse le chiede il perché porti i capelli a crocchia e vesta così, lei risponde “Perché mi piace”. Una compagna di studi una volta la descrive in questo modo: “c’ è qualcosa di spartano in lei, di diretto come una freccia”. Ha la rara abilità di capire ciò che è meglio per se stessa e di agire di conseguenza, guarda il mondo con occhi differenti, riuscendo a godere delle piccole cose. È unica, forte, energica, indipendente, empatica, svincolata dalle aspettative della società verso le donne.

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Nell’estate del 1912 Georgia s’iscrive a un corso e si imbatte nelle teorie di Arthur Wesley Dow, secondo il quale l’obiettivo dell’arte è dare espressione a idee e sentimenti personali dell’artista, che attraverso accordi armoniosi di linee, colori, luci ed ombre deve riempire lo spazio di bellezza. Le si apre un mondo. Si fa vivo in lei il desiderio di migliorare, di iniziare da capo, di fare tabula rasa del passato. Ricomincia da carbone e carta, realizzando degli schizzi che arrivano, portati da Anita Pollitzer, la più cara amica di Georgia, all’attenzione di Alfred Stieglitz.

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Audace ed anticonvenzionale, quell’uomo con i baffi, è uno dei fotografi più interessanti del periodo e la sua galleria, la 291, è il simbolo di liberazione della nuova arte. Visti i disegni, esclama: “Finalmente, una donna su un foglio di carta!”. Da quel momento in poi lavora per promuovere la O’Keeffe , ne nutre il talento. Tra i due inizia una lunga corrispondenza che, lettera dopo lettera ne alimenta l’amore. Lui impiega due anni per convincere l’artista a trasferirsi a New York e per lei lascia la moglie. Stieglitz ha 44 anni, Georgia solo 20. Si amano. Si sposano. Restano insieme 22 anni. Non è il suo unico amore, prima di lui Paul Strand, sempre fotografo, affascinante e dagli occhi penetranti, dopo il giovane scultore Juan Hamilton. Ma Alfred le entra nelle ossa. È impresario, maestro, mecenate, amante.

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La introduce in una cerchia di artisti tra cui spicca il genio di Edward Steichen, la immortala in centinaia di scatti, lei, le sue mani, il volto fiero, il corpo nudo. Sono inseparabili, vivono, lavorano, viaggiano, scoprono il New Mexico, luogo fondamentale per le prossime opere della pittrice, una terra che le entra nel sangue e nell’anima. Sono sempre insieme. Lei è al suo picco creativo, dipinge tele enormi con fiori e paesaggi urbani che diventeranno capolavori dell’arte americana moderna. La sua è una figura eroica e Stieglitz sa come commercializzarla dandole l’immagine di una specie di Garbo distaccata, la Garbo del mondo dell’arte.

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Più la O’ Keeffe diventa famosa ed indipendente più il fotografo si allontana, fino ad iniziare una nuova storia con una ventenne. Il cuore di Georgia si spezza, ha un esaurimento nervoso e finisce in ospedale per due mesi. È l’arte a rimetterla in piedi, il desiderio, il bisogno bruciante di essere differente dal resto delle ragazze, di essere un’artista. Dopo aver sperimentato astrattismo ed acquerelli, trova la sua consacrazione dipingendo elementi naturali fiori, teschi, piante. È l’America delle vaste praterie, il selvaggio west ad ispirarla. È in questo luogo che compra casa, che mette radici. La prima volta che visita il New Mexico è il 1917, un decennio dopo è meta delle sue estati e dopo la morte del marito diventa il suo rifugio dal resto del mondo.

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Vive sola, con i suoi due cuccioli di Chow Chow e la sua arte. Ad essa dedica la sua intera esistenza, per essa sacrifica tutto. Non si ferma davanti a nulla per catturare le immagini, avvolta in una coperta aspetta ore al freddo o sale sul tetto di casa per fermare su tela le sue visioni. Solitaria, trascorre le giornate passeggiando o guidando, lasciandosi penetrare dai paesaggi desertici, dai colori caldi delle colline, dagli alberi di cedro che circondano il suo Ghost Ranch, dalle ossa sbiancate di animali lasciati a morire nelle terre incolte. Qui è libera di accantonare la propria femminilità e vestirsi come una pioniera: comoda, semplice, senza fronzoli. Il suo intero guardaroba si compone di pochi pezzi, rigorosamente neri o bianchi: abiti in cotone, camicie preferibilmente con collo alla coreana, gonne ampie, lunghe fino alle caviglie, giacca in jeans, scialle, cappello da gaucho e scarpe ortopediche.

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L’unico vezzo che si concede sono i gioielli, etnici, dell’artista ed amica Alexander Calder. Così vestita, la pelle ambrata ed il volto segnato dal sole, sembra una Navajo, la nobile eroina di qualche storia raccontata la sera davanti al fuoco. La sua austera bellezza, il suo stile minimal folk, asciutto e riconoscibile e le sue opere trovano nella moda terreno fertile ancora oggi: Samuji, impressionante la somiglianza di un abito con quello indossato dalla giovane artista in un ritratto realizzato da Hilda Belcher; Tome, A piece apart, Hermès, Margareth Howell o l’esplosione di fiori da Givenchy, Erdem, Valentino. E che dire degli artworks di Nina Surel?

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Georgia, che nel suo modo di dipingere ha subito l’influenza di Kandinsky, è il motivo che spinge Yayoi Kusama, la “signora dei pois”, a lasciare il Giappone per l’America. Tela, dopo tela, opera, dopo opera, la O’Keeffe si guadagna un posto d’onore nella storia dell’arte, venendo ricordata come la madre del modernismo americano. Con l’ arrivo della psicoanalisi e di Freud la critica inizia a vedere uno sfondo erotico nei suoi quadri, interpretazione contro la quale la pittrice si batterà sempre, rifiutando qualsiasi retro significato sessuale nascosto nelle proprie opere.

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Le hanno sempre detto che le donne non possono essere grandi pittrice, lei non ci pensa, dipinge e basta e con il suo lavoro mette a tacere ogni speculazione maschilista. Con i pennelli traccia le sagome della sua vita, di ciò che vede ed in un paio di frasi, racchiude la sua visione artistica: «Quando si prende un fiore in mano e lo si guarda davvero, quello per un momento è il tuo mondo. Voglio dare quel mondo a qualcun altro». Ed è questo che continua a fare, anche quando una malattia agli occhi la frena, fino a quando, nel marzo del 1986, muore.

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Forte ed insieme fragile, questa donna del Wisconsin, con gli zigomi altri e lo sguardo fiero ed appassionato, ha amato, dipinto, vissuto, guadagnandosi un pezzo di immortalità, lasciando dietro di sé una frase, insieme monito e testamento: «Sono stata terrorizzata ogni momento della mia vita, ma non ho mai lasciato che questo mi impedisse di fare anche una sola cosa di quelle che volevo fare».