Rimini is “80s 90s Facing Beauties”

C’è una porticina laggiù, in fondo a un tunnel di luce bianca. Se ne sta tutta sola in mezzo a muri più grandi di lei, coraggiosa. La porticina non ha paura, perché nessuno la potrà mai schiacciare: conserva la forza e la magia di un tesoro prezioso, trasportato fin qui dalla corrente del tempo. Quel tesoro è il ricordo di Gianni Versace, quel piccolo uscio un ingresso segreto tra altri mille segreti, il tutto custodito nel cuore di 80s 90s Facing Beauties, l’esposizione temporanea inaugurata a Rimini lo scorso 11 ottobre, frutto dell’inedita collaborazione tra gli studenti di moda dell’Università di Bologna e l’Archivio di Ricerca Mazzini.

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L’intero progetto ha trovato il suo fulcro vitale in un territorio, quello emiliano-romagnolo, che oltre ad essere una ricca sorgente di produzione, si riconferma un animato centro culturale. Lontano dalle consuete capitali del fashion, Rimini sfata ogni cliché e da ridente loco di villeggiatura si dimostra città attiva, operosa, città di mare e di moda, capace di investire sull’accesa passione dei giovani universitari, guidati dalla professoressa Simona Segre Reinach. Ecco allora che gli spazi museali si trasformano per l’occasione in laboratori di formazione diretta, dove l’apprendimento diventa un’opportunità di scoperta all’interno dell’infinita storia dell’abito.

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I 179 capi presentati in mostra sono il risultato finale di un lungo percorso di studio e selezione, il cui motore di ricerca non appartiene a Google, bensì allo straordinario Archivio Mazzini. Il lavoro d’indagine si è infatti quasi totalmente allontanato dallo schermo, al fine di assumere la forma autentica di un’esperienza tattile, pratica e visiva, da vivere e da vivere per ricordare.

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Ci sono stati i libri, i volumi, le interviste, ma soprattutto ci sono stati i consigli di Attilio Mazzini e Carla Marangoni: il loro archivio ci fa dimenticare la mancanza di un vero museo della moda in Italia, poiché si dimostra essere esso stesso un museo, privato, intimo, una cattedrale del costume eretta tra i sentieri di Massa Lombarda e protetta dalla devozione ammirevole dei due fondatori; un vasto contenitore di oltre 300.000 opere vestimentarie che ad un tratto sembrano volerci parlare.

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Parlano di moda contemporanea, di racconti cuciti su tessuto, di fantasiose trame di stoffa che 80s 90s Facing Beauties ha raccolto in un’unica favola, dove i principali protagonisti sono stilisti italiani e giapponesi: Armani, Versace, Ferré, Coveri e Moschino, poi Miyake, Yamamoto e Kawakubo, si sfidano qui a colpi d’estetica.

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È un duello senza sangue, ambientato negli Ottanta e Novanta del secolo scorso. È la vittoria della moda come fenomeno di massa e come importante settore produttivo. È l’essenzialità versus il glamour, la forma rettangolare versus la silhouette a clessidra, ma è anche sperimentazione e rovesciamento delle tradizioni, funzionalità, interazione tra corpo e materiali. La favola di 80s 90s Facing Beauties racconta tutto questo e più di questo, andando a porre sulla linea temporale un preciso punto di partenza: nel 1981, nel corso delle sfilate parigine magniloquenti e stentoree, le creazioni di Yoshij Yamamoto appaiono per la prima volta in passerella come avvolte da una nuvola invisibile; sono un miraggio etereo, fatto di particelle pure e volumi fluidi, che costituirà il manifesto di una nuova contrastante visione, un manifesto urlato in silenzio, ma in grado di dare vita a un’efficace rivoluzione generazionale.Le cinque stanze tematiche della rassegna confrontano così due immaginari – l’occidente e l’oriente, l’Italia e il Giappone – in un singolare gioco d’allestimento, arricchito di senso e significato. All’entrata ci sarà un Issey Miyake S/S 1995 a darvi il benvenuto, in poliestere verde e vi accompagnerà come un’ombra luminosa per l’intero cammino. Persino le giacche di Armani ne rimarranno sedotte e vorranno specchiarsi in quegli argentei plissé, per riuscire ad apprenderne fattezze e funzioni.

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Ci sarà confusione, ma una confusione piacevole, ebbra, il maschile si femminilizzerà e il femminile sfocerà nell’androginia, lo sportivo diverrà elegante, il grezzo raffinato. E mentre la donna del prêt-à-porter italiano si cambierà affannosamente d’abito – dal giorno alla notte, dal lavoro al tempo libero, dal mare alla montagna – la donna di Rei Kawakubo continuerà a vestire un solo monocromo, declinato in un’asimmetrica e apparente semplicità, perché la moda celebrale seduce senza scoprire.In punta di piedi, sulla soglia della terza stanza, accadrà un evento inatteso: come un cavaliere dimezzato, la vostra sagoma inizierà a sdoppiarsi, in parti uguali ma distinte, l’una annegata nei cromatismi contagianti delle fantasie di Moschino, Krizia e Missoni, l’altra attirata dal nero magnetico di un’intera parete, su cui gli abiti giapponesi si mimetizzano nella sostanza di un mistero irrisolto. Persino l’ambiente, l’Ala Nuova del Museo della Città, sembra contenere qualcosa d’incompleto, di non-finito, quasi ad essersi plasmato per riprodurre in grande scala gli orli non-finiti delle uniformi Comme Des Garçons. I loro tagli vivi non sono che la trasposizione tessile del soffitto, privo di colore, mostrato nudo nella sua anima d’intonaco.

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La nostra figura si ricomporrà solo davanti agli otto outifit di Romeo Gigli, nella sala a lui dedicata, e assieme a noi anche la stessa mostra ricongiungerà i tasselli del suo ricco puzzle. La sua duplice direzione, volta a esplorare due trascorsi di moda paralleli, tornerà infatti a percorrere su un unico organico filo e il confronto tra Italia e Giappone diventerà qui sovrapposizione, la corrispondenza coincidenza: Gigli è il designer dell’oriente in occidente, le sue forme sono meticci estetici, intrecci di tradizioni nipponiche, di bellezze integre ma fragili, sono labirinti di visioni in cui vorresti perderti senza mai più trovare via d’uscita.

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È vero: chiunque attraversi 80s 90s Facing Beauties non vorrebbe più lasciare le sue meraviglie, vorrebbe farle proprie, danzare con loro nell’energia del loro passato, vibrante d’innovazione e luminosità. Oggi, in un’ epoca di grande compilation e di perenne antologia, stiamo ascoltando la voce di 179 capi, ma ci piacerebbe ascoltare anche la voce di chi li ha indossati, conservati, disegnati e prodotti. Ci piacerebbe ascoltare la voce di chi, in quel ieri, c’era davvero, perché solo così avremmo gli strumenti migliori per alleviare l’attesa di un qualcosa di nuovo che, prima o poi, accadrà. Nel 2013 come nel 1981.
Ph. Luca Farabollini
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