Domaine National De Saint-Cloud

Sole, pioggia, fango. Birra, churros, erbe e derivati. Giovani, meno giovani e veterani. Il tutto coronato e accompagnato da musica, tanta, tantissima musica. Non è mancato nulla al Domaine National De Saint-Cloud i giorni 23-24-25 agosto. Tre giornate passate affacciati sulla Senna ad assaporare deliziose porzioni di buona musica.

Fare il riassunto di tre intensissimi giorni di festival è cosa abbastanza ardua, ma siamo qui apposta, è il nostro ‘lavoro’ quindi vediamo di tirare le somme di uno dei festival più importanti di Francia (di sicuro della città di Parigi).

Quattro palchi dislocati lungo un sentiero ombrato da alberi e incorniciato da colori autunnali (ebbene sì a Parigi si respirava aria ottobrina) hanno ospitato tante sorprese, altrettante conferme e qualche piccola delusione. Cerchiamo di riassumervele:

eels

Eels: il solito rock-blues sporco e grezzo intervallato da ballate melense da far drizzare la pelle. Il fare da cazzone di Mr.E seguito dalla band di veri musicisti (scapestrati, come d’altronde lo stesso loro leader) sorprende e diverte come pochi altri gruppi sono stati in grado di fare.

Franz Ferdinand: il gruppo rock da dancefloor per eccellenza riesce a mantenere fede alle proprie aspettative: far muovere i culi. I FF presentavano nuovi brani tratti dal freschissimo “Right Thoughts, Right Words, Right Action” e sono riusciti a farci tornare a casa bagnati di sudore e con dei tremendi motivetti fissi nelle nostre stanche capocce.

Belle and Sebastian: la delicatezza del loro pop è sempre qualcosa di magicamente raffinato. Tutto sembra, o forse lo è, così perfetto. E la festa improvvisata sul palco, con gente del pubblico invitata a salire e fare baldoria, è la ciliegina sulla torta del live della band scozzese (unica pecca la scaletta un po’ troppo rosicata).

Wavves: Nathan e il suo socio Stephen Pope sono due cazzoni che sembrano uscire da qualche stramba commedia americana a base di droga, videogiochi e avventure sessuali andate a male. Arriviamo tardi al live, all’incirca alla metà, il tempo di riuscire ad assistere all’appello di Nathan “chiunque abbia qualche droga è pregato di salire sul palco”. La musica? Punk-rock sghembo, sghembissimo!

phoenix

Phoenix: padroni di casa, non potevano di certo mancare all’appuntamento. Un live ‘tiratissimo’ in cui i cinque francesi hanno rivisitato il meglio del loro repertorio e presentato alcuni dei brani tratti dall’ultimo “Bankrupt!”. Divertimento e tripudio finale.

Mac Miller: il rap non è propriamente il territorio su cui riusciamo meglio a districarci, tuttavia il live di Mac Miller ha finito per convincere anche i più scettici. Un’ora di salti e mani in alto come la tradizione hip-hop ci ha insegnato. Non il live della vita mi sicuramente utile per digerire i pesantissimi hot-dog ingeriti nel corso della giornata. Yo.

mac miller

Alt-J: arriviamo tardi al loro live perché presi dal cercare di comprendere il motivo di tanto mosciume di cui qui sotto parleremo.. gli Alt-j confermano le loro qualità artistiche già ampiamente espresse su disco. L’hype che gravita attorno al loro mondo è più che comprensibile e ‘accettabile’. Li aspettiamo al varco del secondo disco, vedremo se sapranno confermarsi.

Tame Impala: chissà cosa deve essere successo ai Tame Impala per rendere il loro live così moscio e inespressivo. Forse un acido andato di traverso, un bad trip o qualcosa del genere. Fatto sta che il poco coinvolgente set della band australiana ha finito per deludere il pubblico d’oltralpe. Unica consolazione la cover di “Are You A Hypnotist?” dei colleghi Flaming Lips, ma anche qui, che noiaaa.

Savages: ok eravamo appena arrivati e avevamo bisogno di tempo per ambientarci e probabilmente le Savages non sono propriamente  gruppo da ‘benvenuto’. Qualcuno le cataloga come la ‘triste’ “caricatura al femminile dei Joy Division”, ci sentiamo di confermare.

Surfer Blood: forse sarebbe stato meglio mettersi in coda, nelle infinite file per le toilette, per una bella pisciata. Di sicuro sarebbe stato più emozionante del live ‘inutile’ e piatto della band arriva dalla Florida.

The Computers: il loro rockabilly schizofrenico bagnato dalla pioggia parigina è una delle due sorprese uscite dal festival transalpino. Il piatto pubblico francese tuttavia non riesce a creare la giusta atmosfera per l’elettrizzante live proposto dai cinque inglesi che finisce per perdersi nel calderone dei gruppi passati, purtroppo, inosservati.

Temples: la vera sorpresa del festival parigino. Le sorti della psichedelia britannica sono tenute in piedi da questo giovanissimo gruppo nato da una costola dei Moons e che pare uscito da un incrocio tra Marc Bolan, Ray Davies e il primo David Bowie. L’album di debutto dovrebbe uscire entro la fine del 2013, e noi siamo qui ad aspettarlo con l’acquolina alla bocca.

patrice

Tra una birra e l’altra, impantanati nel fango dei due giorni di pioggia (ma che festival sarebbe senza fango?!), abbiamo anche avuto la fortuna di goderci, a volte di sfuggita, il rock scontroso dei Black Rebel Motorcycle Club, il britrock di Eugenie McGuinnes (la copia di un Miles Kane qualsiasi), il folk scheletrico dei Daughter, l’elettronica pestante dei Bloody Beetroots.. e molti altri live che causa qualche birra di troppo fatichiamo a ricordare. Perdonateci.

Vive la France! Vive Rock en Seine!
Photo credits: Claudia Rasmussen