Jane Swanbury e il santuario degli animali

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Giovani: tema caldo o tasto dolente? Oggi se ne parla in ogni dove, perché è risaputo quanto all’uomo piacciano le categorie, fasulle o inventate che siano. E di tutta l’erba, come solito, se ne fa un unico fascio. Ma noi abbiamo scovato e raccolto uno dei suoi fili più verdi, probabilmente il gambo sottile di ciò che diverrà un bellissimo fiore: Jane Swansbury, designer fresca di laurea presso il Revensbourne College di Londra, dove ha da poco presentato la sua collezione God of The Animals, un turbinio di camicie hawaiane, riflessi dorati e psichedelici grafismi, a seguire l’onda delle tendenze di stagione.

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Ciao Jane! Come stai? Sei riuscita a prendere fiato dopo i mesi di duro lavoro per il tuo show finale? Come trascorrerai la tua Estate? Noi ti aspettiamo in Italia!

Sto molto bene, sono finalmente riuscita a recuperare tutto il sonno perduto! Pronta per andare a caccia di qualche lavoretto estivo, attendendo l’HMS Bestival (il festival di musica che si tiene sull’Isola di Wight dal 5 all’8 settembre, ndr)! Mi piacerebbe davvero tanto poter ritornare in Italia: ci sono stata da bambina con la mia famiglia, che era solita viaggiare tutto il tempo in pullman per raggiungere i campeggi italiani. Ovviamente questa volta verrei in aereo: le tende sono carine, ma il pullman, no grazie!

Prima di presentare le tue creazioni, ci piacerebbe conoscere qualcosa di te e della tua formazione. Come ti descriveresti? Leggiamo sulla tua pagina web www.janeswansbury.com che non vivi a Londra da sempre, ma sei originaria del Nord Est britannico, è così?

Mi descriverei come una pretty average girl, una ragazza carina, nella media, sebbene i miei amici pensino che io sia un po’ insane. Provengo da Stockton-on-Tees, un piccolo villaggio situato vicino a Middlesborough, che solitamente gli omaccioni conoscono per via del football. A Londra mi sono trasferita tre anni fa, poco prima d’iniziare i miei studi universitari, ma ogni volta che faccio ritorno a casa, mi accorgo che persino nelle provincie più lontane, ci sono sempre più persone attente alla moda e, per fortuna, sempre meno chavs! (stereotipo ed epiteto britannico per indicare coloro che noi siamo soliti definire “truzzi”, “tamarri”, quindi giovincelli dall’abbigliamento rigorosamente firmato, eccessivi e grezzi nel loro mostrare, ndr)

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Studiare nella capitale inglese è il sogno di chiunque voglia tentare il cammino nel mondo della moda. Ti puoi ritenere soddisfatta della tua scelta o, col senno di poi, cambieresti qualcosa del tuo percorso?

Avrei potuto facilmente scegliere una facoltà di moda più vicina alla mia famiglia, ma ho scelto Londra perché avevo voglia di qualcosa di nuovo ed eccitante. Ero completamente d’accordo con tutti coloro che mi ripetevano che la capitale fosse il luogo migliore per intraprendere una carriera da stilista. Del resto, si sa, Londra è la sede delle maggiori testate di settore e dove gli stessi designer mettono a disposizione posti di lavoro concreti: ci sono molte opportunità, basta saperle cogliere. Tuttavia, se solo tre anni fa avessi avuto un po’ più di fegato e un briciolo della conoscenza che attualmente possiedo, mi sarebbe piaciuto provare un’esperienza all’estero, magari ad Anversa; ma credo che questo abbia in gran parte a che fare con il mio amore smisurato per Walter Van Beirendonck.

Ci sembri una ragazza molto schietta e non neghiamo che chiacchierare con te ci entusiasma particolarmente; in primis perché ci permette di individuare cosa i giovani designer di oggi sognano e pensano circa le possibilità che il sistema della moda offre agli studenti neolaureati. A riguardo, ritieni che ci sia abbastanza attenzione rivolta ai nuovi talenti?

Tutti sanno quanto sia difficile imporsi e affermarsi come designer, personalmente preferirei lavorare accanto a qualcuno. Le collaborazioni possono davvero divenire interessanti, soprattutto se le due parti che condividono gli stessi valori e principi sono in realtà molto diverse tra loro, se non addirittura opposte. Per quanto riguarda l’attenzione ai giovani studenti, iniziative come la Graduate Fashion Week, Fashion Scout o Fashion East, agiscono proprio in questa direzione, dando visibilità ai veri talenti che le scuole inglesi di moda possiedono, quindi aiutandoli e spingendoli nel campo lavorativo.

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E proprio lo scorso giugno, durante la Graduate Fashion Week, hai presentato il tuo progetto: “God of The Animals” colpisce per l’uso dinamico di colori accesi e di motivi naturali. Da dove deriva la tua ispirazione? A chi appartiene il volto che appare stampato sulle camicie maschili?

I santuari. I santuari sono ciò che mi hanno ispirato, da quelli religiosi a quelli privati. E da ciò ho di conseguenza deciso di dare vita al mio personale santuario, dedicato al Dio degli Animali, nonché personificato nel divulgatore scientifico David Attenborough. Ecco a chi appartiene quella faccia disegnata: il signor Attenborough è un amante della natura e il suo santuario sarà pertanto ricoperto da foglie ed elementi floreali, esattamente come i miei capi. Ho scelto di creare qualcosa di divertente, che includesse gli animali e la leggenda vivente quale è Attenborough, perché ho ritenuto fosse lo spirito giusto per affrontare al meglio i sei mesi di progettazione. Un lavoro noioso si sarebbe rivelato ancor più estenuante.

Descrivi la tua collezione in poche parole:

L’armadio meravigliosamente bizzarro di Sir Attenborough.

I tuoi modelli indossano un paio di occhiali giocoso e al contempo inquietante. Perché?

Ho voluto catturare nella collezione non solo l’atmosfera dell’estate, ma anche una sottile influenza hip-hop anni ‘90. Gli occhiali mi sono sembrati il giusto accessorio, perfetto per alludere agli spaventosi occhi della lucertola, rimarcando così il tema animalistico.

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C’è un capo tra quelli proposti a cui sei maggiormente affezionata?

A molti piacciono i capospalla glitterati, sui quali ho raffigurato coppie di animali in intimità: il mio tutor, inizialmente, non approvava l’idea di utilizzare questo tipo di materiale, ma a volte è necessario sfoderare in tutto e per tutto le proprie armi. Così, nonostante abbia instaurato un rapporto di amore e odio con il capo in questione, poiché per giorni mi sono ritrovata ricoperta di glitter dalla testa ai piedi, ora posso affermare che ne è valsa la pena.

Quali sono i materiali che hai utilizzato maggiormente? L’effetto dorato delle magliette è una specifica tecnica di manipolazione tessile?

Essendo una designer di stampe, ho utilizzato principalmente una tipologia di tessuti che meglio si adattano al trasferimento e all’impressione delle fantasie grafiche. La stampa digitale è il metodo più consono per ottenere dei colori forti e vibranti sui tessuti naturali, così ho impiegato questa tecnica per la seta ed il cotone. Per ricavare l’effetto gold, ho invece legato un tessuto dorato a un cotone sottile, disegnando e sovrapponendo alcune teste di animale.

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Osservandolo, questo pezzo ci ricorda – seppur molto lontanamente – il diffuso logo di Louis Vuitton. Approfittiamo per chiederti quali sono i tuoi designer di riferimento o con chi ti piacerebbe collaborare.

Il simbolo che vi ricorda la firma LV è in realtà l’incontro tra il segno di pace e la medaglia CBE (Commander of the Order of the British Empire) di Attenborough, da me interpretato. Vi ho già parlato del mio amore per Walter, al quale si aggiungono Comme de Garçon, Prada e Givenchy; sarei onorata se un giorno avessi la possibilità di lavorare con uno di loro.

Una ragazza può sempre sognare, no? Deve sognare. Pertanto, tra dieci anni, dove ti vedi?

Tra dieci anni sarò ancora giovane e mi piacerebbe ritrovarmi in un altro Paese, a imparare cose nuove per il tempo a venire, portando avanti le mie sperimentazioni legate alle stampa e sviluppando le mie capacità nel menswear.

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Che aggiungere? In bocca al lupo Jane!