A Portrait of: Margaret Thatcher

Londra 1990. Una donna lascia la casa dove ha vissuto per 11 anni e 209 giorni. Trattiene a stento le lacrime, mentre abbozza un sorriso e saluta, prima di infilarsi in una macchina nera e sparire. Indossa un completo giacca e gonna bordeaux, perle, una spilla sul lato sinistro, borsa nera sotto braccio. Ha il volto segnato dal tempo, dalla vita che ha vissuto, dal potere, da un tentato assassinio, una guerra ed una rivoluzione economica.

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Quella signora si chiama Margaret Thatcher e l’indirizzo che sta abbandonando è il numero 10 di Downing Street, tradizionale residenza del primo ministro britannico. Con lei si chiude un’epoca, un periodo pieno di cambiamenti, proteste, conflitti sociali in cui l’Inghilterra è profondamente mutata. E pensare che diversi anni prima, durante un’intervista televisiva afferma «Non penso che riuscirò a vedere un primo ministro donna nella mia vita» ed invece è proprio lei a riuscirci, una ragazza nata a Grantham, piccola cittadina nel Lincolnshire, da una famiglia modesta.

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La madre è una sarta, da lei Margaret eredita un gusto classico e molto british nel modo di vestire, ma è il padre ad influenzarla maggiormente. Se di sua madre dice «La amavo molto, ma già a 15 anni non avevamo più niente da dirci. Non è stata colpa sua. Lei stava sempre in casa», con il padre ha un rapporto totalmente diverso: «Devo quasi tutto a lui, davvero. Mi ha portato a credere a tutte le cose a cui io ora credo». Gestore di un alimentari e membro del consiglio cittadino, introduce la figlia alla politica.

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A 10 anni piega volantini per il locale candidato conservatore, a scuola eccelle nel dibattito, ad Oxford, è la terza a farsi eleggere presidente dell’associazione del suo partito. Dopo la laurea in chimica, il matrimonio e la maternità, nel’ 59 riesce ad ottenere un posto nella House of Commons. È solo il primo passo. Ancora qualche anno e Maggie verrà eletta prima leader del suo partito e poi, il 4 maggio 1979, primo ministro

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La ragazzotta di provincia si è trasformata in una macchina da guerra conservatrice, anche se per molti suoi detrattori, primo fra tutti il principe Filippo, resterà sempre “la figlia del droghiere”. La Thatcher è una self made woman, crede nell’ottenere il proprio posto nella storia, alla vecchia maniera, lavorando duro, il doppio degli uomini. Fonda la sua politica sull’idea che la società non esiste, ci sono individui, uomini e donne, è necessario deregolamentare lavoro e mercati capitalisti, privatizzare le industrie.

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Spigolosa, mai una sbavatura, Margaret è percepita come arrogante, dittatoriale, sprezzante. La chiamano that bloody woman, le urlano mad monetarist, la stampa sovietica le affibbia il soprannome di iron lady, mentre per Mitterand è Brigitte Bardot con gli occhi di Caligola. La criticano per la sua politica, ma anche per la voce troppo stridula, i vestiti troppo sciatti e pretenziosi, i denti irregolari. Lei che ha sempre rifiutato ogni vittimismo va avanti per la sua strada, è inamovibile come i suoi capelli dalla famosa acconciatura ad elmetto.

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Quando la stilista Katherine Hamnett le si presenta con un t-shirt con lo slogan 58% don’t want Pershing, cioè i missili americani di stanza in Gran Bretagna, la leggenda racconta di un verso simile a quello di una gallina uscito dalla bocca di Mrs Thatcher, ma nulla di più. La signora del Lincolshire è una donna tutta d’ un pezzo, solita dire “ Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo, se vuoi che venga fatto, chiedi ad una donna”.

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È istantaneamente riconoscibile: perle, rossetto, calze color carne, spilla sul bavero sinistro, tacco medio, bluse col fiocco, borsetta d’ordinanza, descritta come l’unico posto sicuro di Downing St. Nera, di Asprey o Ferragamo, diventa simbolo di autoritarismo, tanto da far entrare nel vocabolario il termine handbagging, sinonimo di violento attacco verbale o aspra critica.

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Mai schiava della moda, del suo modo di vestire restano solo pochi capi, come le sue famose pussy blouse, riviste nelle sfilate di Marc Jacobs, Saint Laurent, Temperly London e molti atri. Il suo stile è un’eredità della madre sarta, così come l’amore per il marchio Aquascutum. Provando gli abiti volteggia come una bambina, ma fuori dal camerino quegli stessi capi diventano potenti e simbolici, una dichiarazione di self confidence.

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Ogni suo outfit è una tappa iconografica del secolo scorso: il cappotto cammello del viaggio a Mosca, il vestito di lana verde della conferma a leader del partito, quello in stile marinaresco indossato ad una festa in giardino a Buckingham Palace o quello a fiori sfoggiato ad un incontro con l’amico Ronald Reagan.

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Ogni suo completo è un’armatura che la rende più sicura, potente e femminile, iconica, tanto da venir impersonata da Georgia May Jagger in un servizio per Harper’s Bazaar o sulla copertina di Tatler da Vivienne Westwood, con abito Aquascutum e capelli cotonati.

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Immutabile nell’estetica, è instancabile sul lavoro: trasforma l’economia, limita il diritto di sciopero, sostiene la guerra delle Falkland, lotta contro i sindacati, storica quella contro i minatori, si dimette volontariamente, dopo tre mandati consecutivi, perché in disaccordo col proprio partito su questioni fiscali e posizioni verso l’Europa. Mrs Thatcher è il primo ministro inglese, ma è anche altro. Ama pane, marmellata e cioccolato, i film romantici hollywoodiani, i romanzi di Kipling, ha una cura maniacale per la pelle, retaggio della beauty routine materna.

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Madre assente, è però una moglie premurosa e devota, il marito Denis è la sua roccia, tutte le sere si siedono e discutono della loro giornata ed ogni mattina lei gli prepara la colazione. Fuori è il primo ministro, ma a casa è solo una moglie. Su di lei scrivono in molti, altri come Morrissey o i Pink Floyd le dedicano canzoni, graffiti, ispira un vero e proprio genere cinematografico che ha per capo stipite Ken Loach, il cosiddetto cinema thatcheriano.

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C’è odio verso di lei, è questo sentimento ad unire arti e sentimento popolare. L’unico ritratto compassionevole glielo concede l’interpretazione di Meryl Streep nel film The Iron lady. A Margaret non interessa la popolarità, è l’ambizione a guidarla. È una donna dura, una figura complessa, con molte pennellate indefinite come un’opera di Paul W. Ruiz, con il pugno di ferro ed una corazza spessa, che non concede nulla.

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Vuole il potere e riesce ad ottenerlo, ma lo paga. È impopolare, osteggiata, derisa. Si ammala di Alzheimer, ha diversi infarti, un ictus, muore a 87 anni in una camera di hotel, il Ritz, il suo posto preferito al mondo. Con lei nessun amico, nessun parente, è sola. Paga il prezzo del potere.