A Portrait of: Jeanne Moreau

“Jules: Catherine fa tutte le cose a fondo, una per una, è una forza della natura che si esprime in cataclismi, vive tutte le circostanze in base alla sua logica, alla sua armonia abitata solo dalla sicurezza della sua innocenza.

Jim: Parla di lei come di una regina.

Jules: Ma lo è, Jim. Sto parlando francamente. Catherine non è particolarmente bella né intelligente né sincera, ma è una donna vera ed è questa donna che noi amiamo, è lei che ogni uomo desidera.”

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Catherine è Jeanne Moreau. Le due, nel film di Truffaut “Jules et Jim”, condividono il volto ma anche lo spirito libero, anticonformista, simbolo di seduzione e di una donna forte. È il 23 gennaio del 1928 quando Katherine, un’inglese ballerina alle Folies Bergère e Anatole, un ristoratore parigino, diventano genitori di una bimba che, cresciuta, diventerà un’icona del cinema francese. La famiglia si trasferisce a Vichy, dove la piccola è libera di giocare, correre e salire sugli alberi, come un maschiaccio, ma l’idillio dura poco. Anatole è un bevitore e subisce le critiche dei familiari che si vergognano di avere una nuora ballerina, come se non bastasse, arriva la guerra. I due si separano, lei a Parigi, lui nel sud della Francia, ma divorziano solo una decina di anni dopo. Nel frattempo la loro figlia maggiore, Jeanne frequenta la scuola cattolica che lascia a 16 anni per seguire la sua vera vocazione: diventerà un’attrice.

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È la visione dell’Antigone di Jean Anouilh a farla innamorare della recitazione, “Ha avuto un effetto enorme su di me”- ricorderà più tardi – “È stata la prima volta che avessi mai visto attori, mai visto un gioco vero e proprio, e sono stato sopraffatta”. Ora la giovane Moreau sa cosa vuole fare, così, malgrado l’opposizione del padre, ma con il sostegno materno, entra al Conservatoir National d’Art Dramatique. Un anno dopo fa parte della Comédie Française e presto diventa una piccola stella nell’ambiente teatrale e in film di serie B. Lavora già da dieci anni quando avviene l’incontro con Louis Malle che la vuole in “Ascenseur pour l’échafaud”, alla fine dei anni ‘50, segnando l’inizio di un successo internazionale.

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Non ha la bellezza assoluta di Anna Karina con cui si contende lo scettro di regina della Nouvelle Vague, né è esplosiva ed appariscente come la Bardot che della Moreau dice : “ Trovavo Jeanne semplice e sofisticata, calorosa e dura, seducente e temibile, col suo straordinario potere seduttivo che mal dissimulava un carattere d’acciaio temprato. Non la trovavo bella, peggio, pericolosa… Capivo che gli uomini ne andassero pazzi ”.

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Jeanne è diversa. È intelligente, enigmatica, malinconica, il suo è un fascino cerebrale, indipendente. Scrive le sue regole giorno dopo giorno. “Ho vissuto come un ragazzo, ma m’irrita dirlo” confessa “Preferirei dire: ho vissuto come una donna libera”. Ha i capelli color cenere, grandi occhi scuri e labbra carnose, un viso altero, che non si dimentica, che racconta storie. Ad inizio carriera c’è chi le dice che non è fotogenica, addirittura brutta. La sua voce roca, ruvida e affascinante è il suo specchio. È carina, ma è il suo carattere a renderla bellissima. Ambiziosa, tenace, desidera una vita intensa.

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“Sapevo solo che volevo essere diversa, autre… Sentivo dentro di me una forza che mi spingeva, una curiosità insaziabile, una grande lucidità, una disposizione naturale alla marginalità”. Così impersona una donna decisa a sbarazzarsi del marito con l’aiuto dell’amante, una squillo d’alto bordo, una cameriera in una famiglia piena di ossessioni, un’adultera, una vedova-killer degli uomini responsabili dell’assassinio del marito e soprattutto l’enigmatica protagonista di un triangolo amoroso. Quando le domandano che tecnica usi per immedesimarsi nei vari ruoli risponde “Devi essere vuota, pronta a farti invadere da un’altra persona. E devi essere pronta all’imprevisto. Magari quel giorno non si può girare la scena che credevi, se ne gira un’altra. Tu devi essere pronta. Come nella vita, del resto. Che è fatta cose inattese. Proprio quelle che io attendo, sempre”. Nonostante una preferenza per le storie eccentriche, sceglie i registi, non i film: Bunuel, Antonioni, Besson, Welles, Fassbinder.

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Se Malle, con cui avrà una lunga relazione, è il primo a regalarle notorietà, è Truffaut a renderla immortale. È 1962 quando il cineasta le affida il ruolo di Catherine, donna combattuta tra l’amore di due uomini, alla spasmodica ricerca di liberazione dalle regole della morale comune. Per la Moreau è il ruolo della vita. Anni dopo ricorderà: “Quando ho fatto Jules e Jim, ero in quell’età in cui si vive in modo molto egocentrico, era la possibilità di una vita, la possibilità di sfuggire dallo stile della star … tutto ad un tratto giravamo per la strada con molto poco trucco, con costumi che noi stessi avevamo trovato. Nessuno mi diceva più: Hai borse sotto gli occhi, il tuo viso è sbilenco – all’improvviso era la vita”.

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La figura femminile del film diventa ispirazione e l’attrice parigina icona di stile. In un’unica pellicola passa da una moda belle epoque, a quella marinaire, attraverso l’indimenticato look tomboy in abiti oversized e baffi disegnati. Tracce stilistiche di queste trasformazioni restano ancora oggi nelle collezioni dei maggiori fashion designers, basta guardare Marc Jacobs, Saint Laurent, Rodarte, Opening Ceremony, Chanel, Dior o Band of outsiders. E che dire del suo caschetto e del velo di “La Mariée était en Noir”, ripresi in diversi editoriali e che ha influenzato anche Kill Bill, il suo tubino in “La notte” di Antonioni, la divisa di “Le journal d’une femme de chambre”, l’esistenzialismo chic di Eva o l’intero outfit borghese di “Les Amants”, omaggiato da Madonna in uno scorso servizio scattato da Klein per W magazine?

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Per molti di questi Jeanne deve ringraziare Pierre Cardin che di lei racconta: “Ero omosessuale, non avevo rapporti fisici con le donne. Jeanne mi ha sconvolto. Corrispondeva alla mia natura profonda. Era bella come sognavo fosse la bellezza. Sensibile. Intelligente. Una trascendenza”. È un colpo di fulmine durato quattro anni e un’amicizia continuata una vita. Donna libera e imperfetta, fedele solo a se stessa si sposa due volte, ha molti flirt, è amica di Cocteau, Henry Miller, Anais Nin, Coco Chanel e soprattutto di Marguerite Duras. Ama la musica, incide album, cambia profumo ad ogni stagione, ha una dizione perfetta, non ama le interviste, ascolta Nick Cave, non ha mai posseduto una casa, le piace la campagna ed è una lettrice accanita.

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Jeanne Moreau è una donna complicata e consapevole di esserlo. Ha cervello, come dirà Patti Smith dichiarandole il suo amore. È un quadro pieno di ombre ed interpretazioni, come i lavori di Rotchko, Zander Blom, Claire Falkenberd, Nicolas Wilton, nel suo viso si può leggere la Francia degli scatti di Dosneau e Brassaï. Tutte le sue rughe, immortalate stupendamente da Peter Lindbergh, sono frutto di una vita vissuta intensamente, di un animo irrequieto e libero. Truffaut ha detto: “Ogni volta che me la immagino la vedo che legge non un giornale ma un libro, perché Jeanne Moreau non fa pensare al flirt ma all’amore”. Qualcun altro ha scritto: “Il suo fascino risiede nel contrasto tra la sensualità della bocca e l’intelligenza del suo sguardo”. Ma le parole non sono superflue per parlare di Madame Moreau. Basta la musica di Miles Davis che in “Ascenseur pour l’échafaud” accompagnano la sua passeggiata notturna per le strade di Parigi.

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Jeanne attraversa la ville lumiere con il volto deformato dai suoi sentimenti, l’ansia, l’amore. La vita stessa si può leggere nelle frasi spezzate, pronunciate, ma non udite, coperte da una triste melodia. Era vero allora ed è vero ancora oggi. Le parole non servono per descrivere la vita di Jeanne Moreau, splendida ottantacinquenne. La melodia del suo profilo, ogni suo segno sul viso è lo strumento di un’orchestra imperfetta che racconta di Nouvelle Vague, amour fou, indipendenza, fascino, la storia che accompagna ogni donna che abbia scritto le sue regole giorno dopo giorno.