PUNK: Chaos to Couture (Punk’s not dead)

L’Inghilterra e la East Coast americana un tempo furono i centri di una rivoluzione culturale globale che ha portato alla nascita, intorno agli anni Settanta, di un’innovatrice subcultura giovanile il punk, che torna ciclicamente e prepotentemente sulla scena al grido di do it yourself.

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Il termine, ereditato dalla musica punk rock e portato alla ribalta da gruppi come The Stooges, Ramones, Sex Pistols e Clash, è stato poi esteso anche ad altre forme d’arte come la letteratura e la moda che, da quel modus vivendi, hanno tratto principi e ispirazione. Vestiti strappati, capelli corti e spettinati, spille da balia, borchie, giubbotti in pelle, indumenti sadomaso sono da sempre considerati il baluardo di una cultura figlia del nichilismo, del caos e del disordine, definita teppista, forse troppo avventatamente, dalla dilagante mentalità perbenista.

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Al di là di ogni slogan evocativo e/o propagandistico, il punk è ancora sinonimo di una cultura della disubbidienza che sfocia in un modo di essere e di vestirsi. Poco importa quindi che le spille da balia abbiano lasciato spazio alle paillettes e le borchie alle perle, è solo la naturale evoluzione di un’attitudine all’appariscente e al provocatorio.

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Ed è proprio questo il tema che il Metropolitan Museum of Art di New York ha voluto sviluppare organizzando l’esposizione PUNK: Chaos to Couture, un excursus sul potere e sugli effetti che il punk ha avuto sulla moda, a partire dalla sua nascita negli anni Settanta fino ad arrivare ai giorni nostri. Un percorso lungo 40 anni, articolato attraverso sette sale e quasi 100 creazioni, per spiegare in che modo l’haute couture e il ready-to-wear si siano appropriati dei simboli classici della subcultura, e della stretta relazione che intercorre tra il “do-it-yourself” del punk (il fai da te, l’autoproduzione) e il “made-to-measure” del couture (fatto su misura).

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Così Andrew Bolton, curatore al Costume Institute, spiega il costante connubio tra punk e fashion: “Fin dalle sue origini, il punk ha avuto un’influenza dilagante sulla moda. Anche se la democrazia del punk è in netta opposizione all’assolutismo della moda, i designers continuano ad adattare il vocabolario dell’estetica punk in modo da catturare la sua tipica ribellione giovanile e la sua forza aggressiva”.

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Accompagnata dalle note di alcuni tra i gruppi punk più importanti, la fruizione si snoda in un universo multimediale per un’esperienza multisensoriale unica in cui i veri protagonisti sono le immagini e le note. Organizzate tematicamente, le sette sale in cui è organizzata la mostra sono dedicate alle personalità che maggiormente hanno influenzato il mondo con la loro personale visione del punk. Partendo da Richard Hell, uno tra i primi musicisti ad adottare il classico look punk in stile britannico, e dal famoso CBGB a New York, il rock club nel Lower East Side di Manhattan da cui tutto partì, fino ad arrivare a Malcolm McLaren e Vivienne Westwood e alla loro Seditionaries Boutique, il negozio situato al 430 di King’s Road a Londra, inaugurato nel 1974 e specializzato in abbigliamento fetish e sadomaso.

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E ancora, il grande contributo del punk all’haute couture viene esposto nelle quattro sale dedicate alla do-it-yourself concept: la rivisitazione dei marchi di fabbrica della cultura punk, la scelta dei materiali, la reinterpretazione in chiave fashion della morale della subcultura, la tendenza alla provocazione, Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols, e la sua decostruzione.

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L’apertura della mostra, fissata per il 9 maggio, sarà preceduta da un gala di beneficenza cui presenzieranno l’attrice Rooney Mara, Riccardo Tisci, direttore creativo di Givenchy, Lauren Santo Domingo, co-fondatrice di Moda Operandi e Anna Wintour, editor-in-chief di Vogue America.