Se non hai una berretta, non sei nessuno!

Se ne vedono davvero di tutti i colori – ahinoi, anche fluo: il cappello ha perduto per sempre la sua congenita funzione, infilandosi sulle nostre teste come segno visivo di una presunta sensibilità modaiola. Nel tentativo di ispessire, ridefinire ed evidenziare la propria personalità (leggi: fingere di averne una), è da almeno due intere stagioni che uscire di casa senza indossarne uno risulta ormai inammissibile.

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Il mondo social ce ne dà la conferma: per ogni tre foto “instagrammate” almeno un berrettino lo si trova. E se non è firmato Carhartt, allora sarà Supreme. Lavorati a maglia e dalla semplice foggia, logano il centro della fronte come un tilak indiano, trasformandoci in ciclopi dello streetwear. Chi sceglie le tonalità catarifrangenti, lo faccia con estrema cautela: il rischio di essere scambiati per netturbini è dietro l’angolo.

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Neff, invece – dalla California e dal 2002 – abbina i suoi molteplici modelli alle nostre tavole da skate. Mentre scenderemo a valle come schegge, i nostri divertenti beanies potranno scorgersi sulla lunga distanza, tra ciliegine pon-pon, musetti d’animale e balaclava sorridenti, rendendoci immuni dall’assai temuto effetto profilattico. L’esperimento tutti-frutti vale anche per WARM-ME, che alla creatività aggiunge un’altissima qualità artigianale, producendo handmade e sostenendo un progetto di raccolta fondi per l’istruzione dei bambini nepalesi. La sensazione di dolce tepore – che solo il vero cashmere può dare – è racchiusa alla lettera nel nome del brand: tanto più nobili sono i filati, tanto più numerose sembrano apparirci le combinazioni cromate. Vale a dire, ad ognuno la propria.

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Poco importa, poi, se l’inverno è agli sgoccioli: morto un berretto, se ne fa un altro. Di cappello, però. Magari da baseball anni ‘20, magari con quella visiera un po’ all’insù che fa tanto “Willy, il principe di Bel’Air”. Eppure non occorre essere ballerini di hip hop, né tanto meno rapper di provincia, per indossare uno dei celebri cap di New Era, che con Kenzo continua inarrestabile la sua fruttifera collaborazione.

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Humberto Leon e Carol Lim, pionieri della contaminazione tra moda alta e cultura di strada, hanno scelto l’iconico 59Fifty, ricoprendolo di multipattern e munendolo di lettering cubitale. Complici le fotografie dei fashion blogger planetari, la diffusione si è rivelata da subito virale: i ricami 3D, tra gialli pop corn e righe sottili, lo hanno reso accessorio imperdibile, da desiderare e da avere anche a costo di 40€ spesi male.

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Per coloro che rimarranno incolumi dalla Kenzo-obsession, ma non resisteranno al potere distintivo e assieme massificante di un cappellino freestyle, ci pensa il marchio spagnolo MOUPIA, realizzando una linea esclusiva dove tessuti di pregio e disegni a campitura piatta si declinano su tre leitmotiv: sport, frutti e fiori.

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A preannunciare la primavera seguono le creazioni di Larose Paris che, con l’intento di costruire un modello a “cinque lati”, riduce le dimensioni della tesa per permettere al ciuffo ribelle di fare capolino. I materiali sono vari – dal cotone alla flanella, dal velluto al tweed, dalla gabardine alla tela – civettano con floreali fantasie vintage e tonalità super classiche. Vige un gusto francese incredibilmente retró, tanto da far credere all’hipster più convinto di essere l’ultimo dei bohémien.

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Ma qualcuno dovrebbe ben spiegargli che in un cappello, che sia bombetta, panama o cilindro, oggi non c’è più nulla di alternativo, unconventional e poco mainstream. Che per mostrare realmente chi siamo, è bene sfilarcelo con classe ed umiltà, come un galantuomo di altri tempi. Al primo che ci riesce, chapeau!