That’s me that’s not me: Cindy Sherman

Con cinquanta opere provenienti dalla collezione Verbund di Vienna, presso gli spazi di Merano Arte fino al prossimo 26 maggio, è allestita la mostra That’s me, That’s not me – Le opere giovanili 1975-1977, che ricostruisce, in parte, l’universo fotografico concettuale di Cindy Sherman.
I suoi lavori sono dei veri e propri manifesti fotografici tratti da una subcultura popolare che prende forma nei vecchi film e tra le riviste pulp. Lo stereotipo della donna, che troviamo nella fotografia della Sherman, viene colmato in diversi scenari all’interno della società tanto da portare a una lenta metamorfosi dominata dai media.

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Fin da giovane la Sherman è in contatto con i maggiori visiting artistis degli anni Settanta, come Bruce Nauman, Vito Acconci, Chris Burden, Lynda Benglis, Suzy Lake e altri ancora. Oggi è un’artista contemporanea poliedrica: tutti i suoi lavori sono influenzati dalle forme espressive che stavano nascendo all’epoca come l’istallazione, il video, l’arte concettuale, la performance e soprattutto la body art.

Attualmente residente a New York è stata protagonista nelle collezioni dei più prestigiosi musei di tutto il mondo come la Tate Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di New York, al Corcoran Gallery di Washainghton e in questo periodo la troviamo in Italia sia a Firenze al Museo Gucci che a Merano Arte.

Nella maggior parte dei suoi scatti la Sherman ruota la macchina fotografica su se stessa, un vero e proprio veicolo di commento rivolto allo spettatore, come ammiriamo all’interno della mostra a Merano, nella serie di opere realizzate tra il 1975 ed il 1977 a Buffalo, periodo fondamentale per il processo creativo concettuale e performativo dell’artista.

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La mostra può essere vissuta in tre fasi.

Untitled , growing up del 1975, sono fotografie che rappresentano i ritratti della Sherman nei cambiamenti della fisionomia, una bambina che diventa ragazza attraverso una proprio interpretazione. 

Una seconda fase è dominata dalla performance, l’artista fotografa il suo corpo in diverse pose per poi ritagliare le figura attraverso il processo del cut-out, da ciò nascono i famosi Doll Clothes.

Nella terza e ultima fase della mostra prende vita il mondo interiore femminile rappresentato dalla follia, la vanità,  il desiderio, la sofferenza, la donna affranta e l’amante ideale.

La maggior parte delle fotografie sono ‘untitled’ insieme alla numerazione sempre inesistente, vista come un attenta analisi di spersonalizzazione dell’immagine, lasciando colui che osserva in uno stato confusionale che va al di là di una semplice fotografia concettuale.

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Insieme al tema provocante della donna, sono proprio gli elementi di orrore e decadenza a lanciare il messaggio grottesco che la Sherman regala al suo pubblico che vive tutt’oggi in una società in cui la creazione è impossibile senza l’utilizzo di prototipi.