A Portrait of: Luisa Casati Stampa

Questa è la storia di una donna dallo spirito immortale. Questa è la storia della donna che voleva essere un’opera arte vivente. Questa è la storia della marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino.

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Luisa Adele Rosa Maria Amman nasce il 23 gennaio 1881 da una facoltosa famiglia di commercianti di stoffe di origine austriaca insediatasi a Milano. Poco meno che adolescenti lei e la sorella Francesca restano orfane dei genitori e, ricchissime ereditiere, vengono affidate alle cure dello zio. Luisa è una ragazza timida, che in famiglia chiamano vezzosamente Ginetta, cresciuta con i racconti della madre su personaggi eccentrici come Sarah Berhardt, Cristina Trivulzio o la contessa di Castiglione, tutte figure che avranno un fortissimo ascendente su di lei. È molto alta, magrissima e dal fisico androgino, gli zigomi prominenti e i grandi occhi verdi.

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Crescendo, Luisa diventa una sofisticata donna dallo stile belle epoque con i capelli raccolti, gli abiti lavorati in pizzo di Worth e Doucet, ma resta una bellezza atipica, una che più che piacere, suscita stupore. Durante uno dei molti balli di società, ai quali fa svogliata presenza, viene notata dal marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, che poi sposa nel 1900 e da cui, l’anno seguente, avrà una figlia, Cristina, così chiamata in onore della passione di Luisa per la principessa di Belgiojoso.

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Col matrimonio s’intensifica per la Casati una metamorfosi iniziata a diciassette anni con il taglio drastico della frangia. Tinge i capelli castani in color bronzo, accentua il naturale pallore con le polveri, cerchia gli occhi col bistro, scurisce le palpebre con inchiostro di china o vi ci incolla strisce di velluto nero, usa belladonna per dilatare le pupille ed inizia a vestire in modo più audace. Ogni cambiamento la rende sempre più vicina alle donne vampiro del grande cinema, ad una sorta di medusa surrealista dal fascino bizantino, all’ideale femminile del decadentismo. Non tarda ad accorgersene ed a rimanerne stregato anche Gabriele D’Annunzio, che la eleggerà a musa. Lei gli ispira il personaggio di Isabella Inghirami in “Forse che sì forse che no”, ma anche per quella di “La figure de cire”. E proprio qui lo scrittore farà in modo che il protagonista dica all’amata, doppelganger letterario della Casati : “ Per cui tu hai il viso che si addice a una donna per nascondere l’anima?”. Immortalando in una sola frase la natura più intima di Luisa.

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I due si incontrano per la prima volta durante una caccia alla volpe organizzata dal marito di Luisa, si innamorano e iniziano una relazione che durerà fino alla morte dello scrittore. Parlando della loro liaison D’annunzio scrive :”Adoro i capricci di questa donna. Quando cerco di immergermi nel suo mondo sento il suo profumo e vedo le sfumature del suo trucco disfatto”. Lui la chiama Corè, nome greco della dea degli inferi Persefone, ne incoraggia la trasformazione e ne alimenta le ossessioni: l’occultismo, i travestimenti, l’amore per tutto ciò che è esotico. Questa ultima mania tocca il suo vertice col trasferimento della marchesa nella città di Venezia. Il matrimonio con Camillo è oramai solo una facciata, anche se il divorzio arriverà anni dopo, e la Casati è libera di vivere la sua vita. La residenza a Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, attuale sede del museo Guggenheim, diventa il suo tempio, il palcoscenico su cui dare vita alle sue egoistiche ed eccentriche visioni. Si circonda di animali insoliti, pavoni, coccodrilli, scimmie, serpenti, levrieri ed è solita fare passeggiate notturne in piazza San Marco nuda, avvolta in un mantello di pelliccia, con ghepardi al guinzaglio ed un servo di colore con le torce accese ad illuminarne il cammino.

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Stupire è il suo credo e gli abiti il mezzo per riuscirci. Quando non è impegnata ad inventare sensazionali costumi per i suoi ricevimenti, indossa abiti di elaborati pizzi veneziani con maniche a palloncino e lunghi strascichi, broccati o altri dal mood più orientaleggiante come le creazioni di Fortuny, Poiret, Ertè, anche se sono le sue mise da ricevimento ad entrare nella leggenda. Come dimenticare l’orgia di bianco del costume da Arlecchino, l’abito di piume di airone che ad ogni movimento sparge piumini, lasciandola quasi nuda a fine serata o quello nero di Lady Macbeth con tanto di mano di cera insanguinata che le stringe la gola? Il più famoso è forse quello realizzato per lei da Leon Bakst lei: il vestito Luce composto da una gonna in crinolina dorata decorata di stelle e da uno strascico di seta blu semitrasparente, il tutto accompagnato da un cappello con piume e ciocche oro e argento e diamanti veri.

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La singolare signora è puro Tintoretto, una scultura egizia, un personaggio di Moreau, una farfalla notturna che ama specchiarsi negli occhi del suo pubblico. Tuttavia quello che spinge la marchesa ad osare non è solo vanità, è anche amore per l’arte. Luisa ha con i più interessanti artisti dell’epoca un rapporto simbiotico, di molti è la musa, di troppi la mecenate: Augustus John, Klimt, Arthur Rubinstein, T.E. Lawrence, Boldini, Von Dogen, Zuluaga, Drian, Martini, Alastair, Balla, Barjansky, Epstein, Man Ray, Beaton, De Meyer. La vita della Casati è eccessiva in tutto, nei looks, nell’uso di oppio, nelle ossessioni, nella sua megalomania, nello spendere sconsiderato delle sue ricchezze.

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Esaurisce la sua fortuna, a 50 anni ha debiti per oltre 20mila dollari e, quando non è finanziata da amici e parenti, usa i suoi preziosi gioielli come moneta. Quando si conclude il periodo veneziano inizia per lei un peregrinare tra diverse città Roma, Capri, Parigi, Londra, ma anche tra feste. All’Operà di Parigi si presenta con una coda di pavone tra i capelli e con il sangue di un pollo appena sgozzato che le scorre sul niveo braccio. Ad un ballo all’ambasciata di Roma arriva vestita d’oro, contornata di servi verniciati dello stesso colore e con un pavone al guinzaglio. La capitale inglese è, invece, il luogo dove trascorrerà gli ultimi anni della sua esistenza. È proprio a Londra che verrà sepolta alla sua morte nel ’57 con indosso la sua divisa dell’ultimo decennio: mantello nero orlato di pelle di leopardo, abito in velluto, occhi bistrati ed ai piedi il suo amato pechinese imbalsamato. Sulla lapide alcuni versi di Shakespeare: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”. Tutto in Luisa pare creato ad arte, persino la sua sepoltura.

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Ha avuto una vita romanzesca, decadente, trascendentale che lascia strascichi, che ha ispirato ed ispira ancora molti: Tennesse Williams, Kerouac, Maurice Druan, Theda Bara, Tallulah Bankhead, Vivien Leigh, Valentina Cortese, Ingrid Bergman, Erwin Olaf, Eugenio Recuenco, Eduardo Recife, Madame Peripetie, Floria Sigismondi, Nancy Cunard, Peggy Gunnheim, Lady Gaga.

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E poi c’è la moda, quella che la marchesa ha amato alla follia e che ora ne ricambia il sentimento: Galliano su tutti, ma anche Chanel, Marc Jacobs, Norman Norell, Victor & Rolf e Carine Roitfeld, che, come l’attrice Tilda Swinton, ne ha vestito i panni in un noto editoriale.

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C’è un famoso scatto di Man Ray, una doppia esposizione in cui la Casati sembra avere tre occhi. Luisa in quella foto appare spettrale, una dark lady eccentrica e metamorfica che sembra celare un segreto. Una volta ha detto: “Essere diversa significa essere soli. Non amo ciò che è ordinario. Quindi sono sola.” Sapeva che l’immortalità ha un prezzo e lo ha pagato. Rimane una figura inimitabile, una medusa surrealista, una dandy, amante dell’eccesso e del travestitismo, moderna come nessun altra. Voleva incarnare un’opera d’arte. È riuscita ad essere la donna più ritratta dopo la Madonna.