E-movie: Kink

Kink è una parola che abbraccia molteplici significati. La si può utilizzare per  descrivere un nodo, oppure come sinonimo di capriccio. Quest’ultimo significato, in particolare, è una delle ragioni per cui il termine kink ha subito – insieme ai suoi derivati – una pudica emarginazione linguistica. Esiste un sito, Kink.com, che a detta dei suoi ha tentato, nel tempo, di demistificare e celebrare le “sessualità alternative”. Questo sito è al centro del film di Christina Voros (regista e sceneggiatrice) e James Franco (produttore).

Francesca Le John Magnum

Kink, già proiettato in anteprima al Sundance Film Festival, è un viaggio inatteso in un luogo, quello abitato dagli amanti del BDSM (bondage, disciplina, sottomissione, masochismo, NdR), dove tutto avviene in maniera consenziente e in funzione del piacere di chi lo visita. Attraverso le voci di produttori e modelli del summenzionato sito internet, il film racconta un mondo paradossalmente vero, opposto quindi all’industria del porno “vanilla” (tradizionale, NdR), dove le star recitano e fingono orgasmi.

D’altronde, volendo trovare una connotazione artistica, non possiamo dimenticare l’interesse, culturale e/o reale, per pratiche sessuali poco ortodosse nell’ambiente letterario (a partire dal Marchese de Sade e ben prima, quindi, del tanto decantato Cinquanta sfumature di grigio). Come afferma la stessa Christina Voros, al romanzo erotico della scrittrice londinese E. L. James va comunque riconosciuto il merito di aver sdoganato il vocabolario di una sottocultura, quella BDSM, che risiede in pratiche sessuali attestate anche nell’antichità.

Locandina

Da profani ci chiediamo quale sia il limite, oltrepassato il quale, si passa da sottomissione a violenza, da ricerca a perversione. Kink sembra rispondere più a quesiti riguardanti l’aspetto economico e morale dell’industria del sesso estremo, e lo fa proprio tagliando le scene più crude, forse in vista de Il Grande e potente OZ (film non propriamente per adulti e che vede James Franco come protagonista) o forse perché spesso, le immagini, parlano (inequivocabilmente) più delle parole.