Luoghi Comuni, Alessandro Calabrese

Alessandro Calabrese è un giovane fotografo italiano.

Studia Architettura allo IUAV di Venezia prima, master in Photography and Visual design della Fondazione Forma in collaborazione con Naba a Milano dopo.

Oggi è lui a farci compagnia con questa piacevole chiacchierata.

Buona lettura.

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Se dovessi descrivere la tua fotografia con tre parole, quali sarebbero?

La Prossima Domanda?

Qual è la tua prima memoria fotografica?

Non ne ho una in particolare, ricordo però che quando ero bambino volevo sempre fotografare i miei genitori in posa davanti a panorami o monumenti.

Quand’è nata la tua passione per la fotografia? E qual è stato il tuo percorso formativo: autodidatta o studi specifici?

Durante un lezione di storia della fotografia al terzo anno di università, da lì soltanto un percorso portato avanti in solitaria, fino a quando mi sono laureato in architettura, specialistica in paesaggio, nell’autunno del 2011 e ho così deciso di provare a dedicarmi alla fotografiain maniera decisa.

A gennaio 2012 ho iniziato il master in Photography and Visual design della Fondazione Forma in collaborazione con Naba, a Milano, che terminerà tra pochissimo pochi giorni prima di Natale.

Qual è la tua attrezzatura? Digitale o analogico?

Utilizzo esclusivamente una Pentax 67, ma ho appena acquistato una Contax G2 per le situazioni in cui devo combattere fretta e buio.

Analogico perché nel mio caso è necessario per provare davvero piacere quando scatto delle fotografie, ti permette di acquisire maggiore consapevolezza riguardo questo linguaggio,  impari a rapportarti al tempo e allo spazio in maniera diversa, a danzare per la realtà che ti circonda finché non trovi il giusto punto di vista, non è più una questione di cercare, inutile, ma di lasciarsi visitare pazientemente, accettando anche la frustrazione che il negativo comporta, dopodiché non ho nulla contro il digitale, col quale tra l’altro ho iniziato, sono semplicemente due mondi diversi, e per quanto mi riguarda quello della fotografia che guarda nella direzione della ricerca autoriale è esclusivamente analogico.

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Fotografi muri, crepe, tende e margini: è l’indifferente, il non contemplato più che il banale sono i protagonisti delle tue fotografie. Tutto quello che normalmente non ci interessa, quello che viene tagliato fuori dai bordi delle inquadrature, è in questo caso, al centro dell’obiettivo. Ce ne parli?

Le immagini che ho scattato fino a poco tempo fa sono state una sorta di esercizio nel tentativo di trovare una mia strada, più personale e riconoscibile, si rifanno ad una serie di autori che in questi anni mi hanno influenzato e dai quali mi sto progressivamente distaccando.

In questo momento la mia attenzione è rivolta a soggetti che non pretendono attenzioni, è un voler togliere alle immagini qualsiasi tipo di forza che non sia data dal mio sguardo, nato da ricerca e ragionamento, mi concentro su particolari insignificanti che tengono lontano lo spettacolo che solitamente contribuisce a rendere interessante un’immagine, cerco di non farmi sedurre da tutto quello sono stato abituato a vedere ma seleziono la realtà senza troppa paura, per ribadireil rifiuto di una gerarchia prestabilita che precluda certi soggetti in favore di altri.

Cerco di tenermi sempre più lontano dall’idea di fotografia come semplice mezzo, abbracciando l’idea che la fotografia sia il fine stesso, credo sia necessario recuperare l’immediatezza dell’atto, a discapito della progettualità, riuscire a raccontare non raccontando, senza dover per forza mediare in maniera lineare ed esplicita un concetto, preferisco lasciar intravedere e intrasentire, questo è il difficile, l’affascinante e anche l’educativo, un po’come dice, molto meglio di me, Carmelo Bene parlando dell’Ulisse di Joyce e del cinema.

Tutti gli altri usi che vengono fatti della fotografia non mi interessano,  piuttosto metto da parte la macchina fotografica e mi dedico alle fotografie orfane già esistenti, il vernacolare, depredando l’immenso archivio di internet.

Sotto alle tue fotografie, in didascalia segnali dove sono state scattate: Venezia, Trento, Milano; ma quelle che scatti tu sono lontane anni luce dalle foto-cartolina e Venezia potrebbe essere qualsiasi altro posto, deserta e dimenticata. Così i (non)luoghi – periferie, supermercati – che fotografi sono sempre deserti, quasi abbandonati, come mai ci capita di vederli. È la poesia dei luoghi comuni?

In un certo senso sì, ad ogni modo io per primo nel corso di quest’anno mi sto discostando da certi temi che sono stati ampiamente affrontati in questi anni e dei quali sono un po’stufo, specialmente se si parla di non-luoghi e ancor più di archeologie industriali.

La periferia invece continua ad affascinarmi per la sua normalità anche se quello che sto cercando di fare al momento è di trovarla nel centro delle città, per questo mi sto spostando sempre più addosso ai soggetti che mi trovo a fotografare, come per decontestualizzare e togliere al massimo nei miei scatti la componente paesaggistica, anche se saltuariamente mi piace ampliare lo sguardo in una maniera più simile a quello che è il guardarsi attorno di una persona nel quotidiano , per far sì che comprenda più facilmente, come per dire, “voi siete qui”, insomma, è un continuo scendere e risalire di scala.

Al tempo stesso quest’anno ho avuto modo di confrontarmi più volte con la natura, quella vera persa tra valli e montagne, e devo dire che mi ha molto affascinato, credo proprio mi ci dedicherò con più attenzione prossimamente.

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A proposito di luoghi comuni. Insieme ad altri fotografi hai fondato il collettivo Luoghicomuni, di cui abbiamo parlato già l’anno scorso su questo sito. A distanza di un anno dalla sua fondazione, cosa ne è di questo collettivo? Quali sono stati i suoi risultati, quali i limiti?

Luoghicomuni è stato un ottimo esperimento, è morto dopo un anno dalla sua nascita, direi prematuramente, però è stato giusto così.

Siamo partiti con un’idea molto vaga di quel che avremmo fatto, abbiamo improvvisato alla leggera con l’unico scopo di divertirci e unire un po’le forze, dopodiché ci siamo accorti che la cosa si stava facendo più grande del previsto, nel frattempo il collettivo era diventato troppo numeroso, con idee e approcci alla fotografia molto differenti luno dall’altro, il che sarebbe stato un bene, ma ci mancava il tempo per poter metabolizzare le nostre diversità e confrontarci adeguatamente, quindi piuttosto che procedere in maniera del tutto casuale e scostante abbiamo preferito chiudere completamente.

Il collettivo ha portato visibilità maggiore ad ognuno di noi, ci ha fatto crescere e speriamo di aver dato degli spunti per migliorare anche a chi ci seguiva, ci rendiamo conto ancora oggi a distanza di 6 mesi dalla chiusura che il nome era girato molto più di quanto ci potessimo aspettare, anche per questo, ma con un numero di membri molto più ristretto e fisso, c’è l’idea di resuscitare nel 2013, con un approccio più serio e consapevole, ma è presto per parlarne.

Nel frattempo, per chi volesse, siamo ancora attivi sulla nostra pagina Facebook.

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Un viaggio (da fotografare): dove?

Banalmente mi piacerebbe molto confrontarmi con la fotografia statunitense, in particolare il Colorado, ma solo se parliamo di natura, altrimenti la realtà americana è già così fortemente radicata nell’immaginario di ognuno che faticherei a fotografare, certo sarebbe una bella sfida ma alla fine non so perché ma credo opterei per il Canada, mi sembra di non avere alcun preconcetto visivo riguardo quella zona. Ad ogni modo mi farei volentieri un viaggio per tutta l’Italia senza lamentarmi, perché è così piena di contraddizioni, corto circuiti e brutture fotogeniche che rende il mio vagare davvero stimolante.

Se dovessi scegliere una canzone da ascoltare mentre sfogliamo le tue fotografie, quale sarebbe?

Non amo assolutamente l’associazione di fotografia e musica ma se proprio devo dirne una allora ne dico due, entrambe dei nostri amici in comune, gli UACS, una per me, Non ora non qui, e una per voi, in quanto solo strumentale quindi priva di distrazioni dovute al testo, Casablanca.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

In questo periodo sono impegnato ad Amsterdam fino a Natale per uno stage in cui assisto il fotografo olandese Hans van der Meer, oltre ad aiutarlo concretamente nei momenti di ripresa, scansione e postproduzione, parliamo molto, io mi concentro nel capire soprattutto come si gestisce una vita come la sua, divisa freneticamente tra progetti personali, commissioni, libri, mostre, docenze, conferenze.

Nei ritagli di tempo cerco anche di portarmi a casa un lavoro tutto mio che riguardi questa parte d’Europa.

Nei primi mesi del 2013  continuerò un progetto sul parco del Mont Avic in Val d’Aosta che ho iniziato a fine estate in concomitanza con una residenza d’artista per cui sono stato selezionato, organizzata dal Mountain Photofestival di Aosta, che ha durata un anno e verrà pubblicata ed esposta l’estate prossima.

Queste per il momento sono le certezze, mi auguro che diverse novità mi taglino la strada di netto e senza troppo preavviso nel nuovo anno.

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Vi lasciamo in compagnia dei suoi scatti www.alessandrocalabrese.info