Sara Lando: Magpies

Faccio foto, dormo troppo poco.

Quando si vuole parlare di arte e fotografia il nome di Sara Lando spicca sempre fra le persone che sono riuscite a creare un’armonica commistione tra i due generi.

Fotografa e foto-ritoccatrice, lavora fra Bassano del Grappa e Milano, ma si sposta spesso in tutto il mondo. Membro del direttivo dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Vision, ha lavorato e pubblicato con grandi nome del settore: Nokia, Manfrotto, D-La Repubblica delle Donne, Foto cult, etc.

È una fotografa a cui piace molto condividere senza paura che qualcuno possa rubarle idee e infatti il suo blog è molto seguito.

Cita spesso i punti karma, che uno riceve o perde in base ad impropri utilizzi degli strumenti di fotoritocco. Non sappiamo se l’infortunio alla spalla di quasi un anno fa fosse condizionato da una condizione karmica negativa (ne dubitiamo), ma di certo le ha permesso di dedicarsi finalmente alla realizzazione di un progetto che aveva nel cassetto da molto, Magpies.

Magpies è 9 mesi di lavoro, 173 gigabyte di immagini, 7.854 foto, 450 sagome ritagliate, 15 lame di bisturi spezzate, 25 scatole di cartone, 3 barattoli di colla, 3 maschere, 1 cappello peloso, 156 puntate di serie TV guardate durante la post produzione, 2 personaggi, 412 km di corsa, 7 gazze, 13 persone coinvolte, 86 litridi caffè Starbucks, 150 pagine di graphic novel.

Nata come storia, scritta dalla stessa Sara nel 2004, ha atteso finora per prendere forma visiva attraverso un processo fotografico utilizzato in modo da diventare un’illustrazione: le foto ai personaggi sono state stampate, ritagliate, inserite in diorami di cartone e nuovamente fotografate, ottenendo una composizione finale simile ad un collage.

Magpies, parola inglese che significa gazza, richiama una filastrocca inglese per bambini. Quando si vedono delle gazze si dice che sia un presagio: una per qualcosa di triste, due per qualcosa di felice, tre per una femmina, quattro per un maschio, cinque per argento, sei per l’oro, sette per un segreto che non deve essere rivelato.

La graphic novel di Sara racconta la storia di due personaggi, uno femminile, nei capitoli dispari, e uno maschile, nei capitoli pari, e del modo in cui le loro vite si intrecciano, della perdita di qualcuno che si ama e della scoperta della propria identità.

Leggere questa novel è facile, già solo scorrere le immagini digitali è come entrare in un nuovo mondo, una fiaba che ti avvolge e ti incanta fino a trascinarti all’ultima pagina. Un lavoro da guardare e riguardare per cogliere ogni dettaglio, per vedere la passione e la volontà coniugate dietro ogni singolo scatto finale (somma di un numero indefinito di altri scatti).

Le scelte sono sempre all’avanguardia e anche in questo caso sta cercando di sfruttare anche in Italia metodi di finanziamento tipicamente americani. È aperta infatti una campagna sul sito Indiegogo, dove è possibile pre-acquistare una copia cartacea.

Ma per capire le scelte di Sara Lando e l’origine del progetto vi lasciamo all’intervista a cura della scrittrice Barbara Fiorio.

Quando e come è nata questa graphic novel?

La storia l’ho scritta nel 2004 e poi lasciata in un cassetto perché non sapevo cosa farne. Poi ho deciso di utilizzare un processo fotografico utilizzato in modo da diventare un’illustrazione: ho fatto le foto ai personaggi, le ho fatte stampare, poi le ho ritagliate e ho costruito dei diorama usando del cartone. Il risultato è stato nuovamente fotografato. L’immagine finale è una foto, ma dà l’impressione di essere un collage. Quando ho mostrato il lavoro a Nicola Scodellaro, un eccellente graphic designer specializzato in motion graphics che chiamiamo «l’oracolo dei font» per ovvie ragioni, lui mi ha suggerito di realizzare il lettering manualmente, differenziando i due protagonisti. Io ho scritto quello per il personaggio femminile e lui quello per il personaggio maschile e i titoli. È stato un lavoro certosino, ma credo che il testo scritto a mano abbia in effetti arricchito e dato un senso di completezza al lavoro.

Mentre eri a Los Angeles, all’inizio di quest’anno, una rivista ha notato e dato spazio al tuo lavoro su Magpies.

Sì, è vero. Ero stata contattata da Diane Wallace, di Litrof Magazine, che voleva intervistarmi e mi ha chiesto a cosa stavo lavorando in quel periodo. Quando le ho parlato di Magpies si è innamorata del progetto e mi ha chiesto se potevamo incentrare l’articolo su quello. Alla fine l’ha messo in copertina. Litrof Magazine è una rivista nuova che parla soprattutto di arte e fotografia, la vendono negli States, ma tramite Magcloud di HP la mandano anche nel resto del mondo. Vedere per la prima volta la reazione di qualcuno che non sapeva nulla di me e del progetto ma riusciva a capirlo in modo così profondo, è stata una sorpresa e la conferma di essere sulla strada giusta.

E ora che il lavoro è terminato, anziché cercare un editore tu hai deciso di realizzarlo autonomamente. Perché?

Il motivo è principalmente dovuto al fatto che voglio avere controllo totale sul prodotto finale e sulla qualità di quello che verrà reso disponibile al pubblico. Voglio che abbia una carta specifica, che sia stampato con attenzione. Tra le altre cose, voglio poter decidere di collaborare con persone che lavorano bene e con entusiasmo, ma che non sarebbero proponibili all’interno di un discorso di editoria tradizionale (per esempio lo stampatore con cui lavoro normalmente). Mi piace l’idea di creare un prodotto che per certi versi è locale, in un momento in cui tutti vanno a stampare in Cina perché costa meno. Preferisco supportare realtà più piccole, che lavorano con passione e che condividono il mio desiderio di creare un prodotto di cui essere innanzi tutti fieri.

E come intendi fare?

Intanto Alessandro Locatelli, mio marito e mio socio nella Papermoustache, ha creato una App per iPad con la graphic novel, i contenuti speciali, ossia immagini, filmati, backstage, storyboard, video promo, e il tutorial per provare a creare un prodotto simile. Questa versione sarà venduta on-line sull’Apple Store a 3,49 euro. Chi non possiede un iPad potrà scaricare dal sito di Magpies il pdf in alta risoluzione della graphic novel, senza contenuti speciali né tutorial, a un prezzo che deciderà lui, anche gratis. Infine, ci sarà una tiratura limitata di copie stampate. Per realizzare queste ultime utilizzerò il crowdfunding. Ultimamente se ne sente parlare molto in relazione a Kickstarter (che però è utilizzabile solo da cittadini statunitensi), ma ci sono altri siti che si basano sullo stesso principio: l’ideatore della campagna chiede una somma (nel mio caso la somma andrebbe a coprire i costi della stampa) e le persone possono donare soldi, pre-acquistare copie del libro o aggiungere prodotti extra (ad esempio stampe, magliette o altro, a seconda di quanto decidono di donare). Una volta raggiunta la somma, il progetto viene portato avanti, mentre se la somma non viene raggiunta a nessuno vengono addebitati i soldi. In America il crowfunding funziona molto bene, soprattutto sui siti più grossi, e le persone che partecipano sono davvero tante. Donano perché in realtà non si tratta di una donazione nel senso tradizionale del termine, ma si tratta di acquistare qualcosa che si vuole (un CD, un libro, un oggetto) e quindi avere qualcosa in cambio. Semplicemente questo qualcosa non esiste ancora e viene prodotto grazie alla gente che lo acquista, e gli utenti sono di tutti i tipi, a seconda del progetto. Un esempio famoso è Double Fine Adventure. Tim Schafer e Double fine, i creatori di Monkey Island, un videogioco cult, hanno chiesto su Kickstarter 400.000 dollari per un videogames su cui nessun produttore era disposto a investire. Ne hanno raccolti più di tre milioni in poche settimane e mano a mano che i soldi sono aumentati, il progetto è diventato più grande e con più features. Anche noi abbiamo partecipato, per cui ci sentiamo un po’ dei piccoli imprenditori del meraviglioso. Quel videogioco è anche un po’ nostro.

E in Italia lo fanno in molti?

Sinceramente non ne sono sicura. Credo che in Italia questo tipo di finanziamento sia ancora poco utilizzato. Cominciano a spuntare i primi siti italiano di crowdfunding, per esempio Produzionidalbasso.com o Crowdfundingitalia.com, però in genere in Italia si parla sempre di cose piccole e sconosciute.

Tu però hai deciso di appoggiarti a Indiegogo, che è USA. Come mai?

Ho scelto questa piattaforma perché, mentre i siti italiani sono per lo più sconosciuti, al momento Indiegogo è il più grosso che ci sia. Per cui, anche per chi deve fare donazioni, c’è la sicurezza di avere a che fare con una realtà già rodata. Inoltre Magpies è un progetto pensato per un pubblico internazionale e non potrei chiedere a degli stranieri di navigare su un sito in italiano e donare dei soldi senza poter capire cosa stanno facendo.

In sostanza, le persone che sostengono le buone idee possono scegliere quanto investire e a seconda della cifra ottengono qualcosa in cambio se viene realizzato il progetto, altrimenti non perdono nulla. Tu cosa metterai in palio?

Esatto! Puoi offrire anche solo il costo di un caffè e avere in cambio solo un grazie. Oppure offrire la somma del prezzo di copertina per avere la tua copia. Con la tranquillità che, se la cifra necessaria non dovesse essere raggiunta, non verrà addebitato alcunché. Io ho deciso di mettere ogni copia stampata di Magpies a 30$: è un prezzo accettabile per una graphic novel di 150 pagine. I premi aggiuntivi saranno stampe autografate, poster, t-shirts e anche cose assurde, tipo che se mi dai una cifra spropositata puoi venire in studio da me, ti faccio un ritratto e costruiamo una foto come le tavole di Magpies, poi ti porto a cena fuori e ti mando a casa la stampa gigante. Tutte le persone che contribuiranno al progetto verranno elencate come contributors nella versione stampata del libro. Ci saranno anche delle limited edition, con un pacchetto di gadget. Parlo in dollari perché, come ho detto, Indiegogo è americano, ma il sito converte automaticamente i versamenti in euro.

Questa la storia di Magpies. Speriamo di avervi affascinati al punto da scaricare il file e leggerlo per entrare nel magico mondo.
Inoltre consigliamo la lettura del suo blog perché spesso si trovano delle perle di ironia, ispirazione ed esperienza valide non solo per i fotografi, ma per chiunque.