Live Report: Bon Iver

Quando alle 19, davanti all’Alcatraz, ci si trova di fronte una fila interminabile di giovani (chi più, chi meno), la risposta è una sola: Bon Iver è diventato una “cosa grande”, forse anche troppo. Dalla solitudine nelle campagne del Wisconsin, in cui Justin Vernon aveva trovato rifugio per i suoi tormenti sentimentali (e in cui era stato concepito il debutto For Emma, Forever Ago, fragile e allo stesso tempo immenso capolavoro), alle platee di festival e teatri/palazzetti di tutto il mondo. Il passo è stato di quelli importanti, uno di quei passi che a volte si rivelano ingestibili, soprattutto per artisti con una sensibilità fuori dal comune, artisti à la Bon Iver appunto.

E invece, eccolo il ragazzo del Wisconsin presentarsi con tutta calma sul palco milanese dell’Alcatraz, dopo un’attesa snervante (per il pubblico) di una quarantina di minuti, come se il coronamento definitivo ottenuto con il secondo omonimo album non lo avesse quasi nemmeno sfiorato. Eccoli, Bon con tanto di bandana di Springstiana memoria e i suoi otto compagni di (av)ventura, perché sì, dall’intimità dei primi concerti che prevedevano la sola presenza di Vernon e la sua chitarra acustica, ci si è spinti verso un suono maggiormente elaborato in cui trovano spazio fiati, tastiere, violini e ben due batterie. Artisti di una semplicità fuori dal comune la cui intesa affiora in uno show capace di lasciarti per un’ora e mezza col naso all’insù e la bocca aperta dal piacevole stupore. Un’ora e mezza di brividi. Un’ora e mezza in cui la poesia fatta musica prevale su qualsiasi chiacchiera fine a se stessa (discorsi di hype e hipsterismi vari). Un’ora e mezza in cui il gioco di luci che riflette sulla coreografia piratesca ti rapisce e ti conduce a bordo del galeone del pirata Vernon. Un’ora e mezza in cui, se ti aspetti le atmosfere dilatate e rarefatte dell’ultimo album, ci rimani male perché il suono che i nove propongono è puro rock nelle cui nelle vene scorre un orgogliosissimo sangue americano. Un’ora e mezza in cui i pezzi tratti dal fresco Bon Iver ma già comunque ben rodati (le suggestive Holocene, Calgary, l’iniziale Perth e Beth/Rest che arriva subito prima dei bis) si alternato ad altri ormai divenuti “Classici”: Flume, re:Stacks e Creature Fear dall’album di debutto, Blood Bank dall’ep omonimo e le immancabili Skinny Love e For Emma, cantate a gran voce dai fan, a chiudere le danze.

Un’ora e mezza in cui il pubblico milanese si perde per poi diventare un tutt’uno con la musica di Bon. Un’ora e mezza che comunque vorresti non passasse mai, un’ora e mezza che vorresti vivere e rivivere all’infinito. Se solo fossimo dotatati del tasto Rewind..