A Portrait of: Isadora Duncan

Quattro ballerine del teatro nazionale di Praga, coreografate da Jakob Sekuba, fluttuano in un cortometraggio di Alessandro Possati. Indossano mini abiti con drappeggio e dai tagli simmetrici. E’ un cortometraggio che celebra i 100 anni della maison Vionnet e ne anticipa la collezione di demi-couture, ma è anche un omaggio ad una grande icona della danza: Isadora Duncan.

Come Madeleine Vionnet vive nella Parigi degli anni ’20, ama l’estetica dell’antica Grecia, si batte per liberare il corpo femminile dalle costrizioni degli abiti, a favore di una bellezza più naturale.

Isadora Duncan nasce Dora Angela a San Francisco nel maggio del 1878. Nella famiglia Duncan l’arte è fondamentale e la piccola cresce spinta all’amore per la cultura ed al rispetto per la natura, la sua educazione viene influenzata dalle teorie di Delsarte, compositore e scrittore francese che codificò un insieme di gesti e movimenti da adottare per esprimere precise emozioni. Il padre, Joseph Charles, è poeta e mantiene la famiglia pubblicando riviste, libri, aprendo una galleria d’arte e persino grazie una vincita alla lotteria, fino a quando la banca che possiede fallisce. Allora Joseph decide di abbandonare la famiglia e costruirsene un’altra a Los Angeles. Tocca a sua moglie Dora Gray, insegnante di piano, mandare avanti la casa e mantenere i quattro figli.

Anche Isadora vuole aiutare ed appena può si unisce, come ballerina, ad una compagnia teatrale che gira per gli Stati Uniti. La danza è la sua passione da sempre. È ancora una bambina quando rimane ore in piedi con le mani incrociate sul plesso solare e capisce che i movimenti non scaturiscono dalla base della colonna vertebrale, come insegnano nel balletto, ma hanno il fluire naturale del respiro, delle onde, del vento, delle emozioni. Anni più tardi scriverà: “… Per me la danza non è soltanto arte che esprime l’anima umana attraverso il movimento, ma è anche il fondamento di una concezione totale della vita, di una vita più libera, più armoniosa, più naturale..”.

Isadora viaggia su e giù per il continente, risparmia, ma un incendio le brucia tutti i guadagni. Bisogna ricominciare daccapo: a Londra, dove Lady Campbell, ricca nobildonna, le fa da mecenate, e poi a Parigi. Visita il British Museum ed il Louvre e passa giornate ad osservare bassorilievi e pitture vasaie dell’antica Grecia, a studiarne le pose. La cultura ellenica diventa un’ossessione, legge i classici, Platone, ne abbraccia l’estetica e la filosofia di vita. Segue la dieta vegetariana, veste tuniche orientaleggianti, delphos dress disegnati da Fortuny o da Poiret, lanciando una moda che torna ciclicamente anche ora sulle passerelle, gli ultimi a proporla Caroline Seikaly e Victor & Rolf. Cita come maestri Jean Jacques Rousseau, Walt Whitman e Nietzsche, ma anche l’attrice Ellen Terry, con il cui figlio intratterrà una relazione.

È alla ricerca dell’eleuteron, la liberazione dello spirito e del corpo e per ottenerlo rivoluziona l’intera concezione della danza così come era stata fino ad ora. Basta con le costrizioni dell’era vittoriana, basta corpetti, tutù, scarpe e punte di gesso. Danza a piedi scalzi, indossa tuniche ampie e drappeggi, in tessuti impalpabili che evidenziano il corpo e i movimenti, ritorna a linee pulite, usa il suo corpo come medium.

La sua è una rivoluzione che la incorona madre della danza moderna e apre la strada ispirando gente come Diaghilev, fondatore dei Ballets Russes, Ruth St Denis, Anna Pavlova, Margot Fonteyn, Martha Graham, Pina Bausch, ma anche Konstantin Stanislavskij, l’inventore del celebre metodo di recitazione. Ispira tutto il mondo dell’arte: la serie petit malinconie di Frank Eugene, Intimitè di Eugenie Carriere, Edgar Degas, John Ruskin, Paul Swan, Arthur Bowen Davies, Andrei Talaev, Walkowitz, John Sloan. Ogni apparizione della Duncan sul palco è un evento, un successo. Si sposta dappertutto Romania, Grecia, Italia, Danimarca, Cuba, Stati Uniti, Russia, i francesi chiamano Isadorable, i tedeschi la divina Santa Isadora.

Dice di aver sposato la sua arte e che non sposerà mai un uomo, ma ha tre figli, da tre uomini diversi, accumunati dalla stessa terribile sorte. I primi due, Deidre, avuta dallo scenografo Gordon Craig e Patrick , dall’industriale Paris Singer, muoiono annegati dopo che l’auto su cui si trovavano è scivolata nella Senna, il terzo, dello sculture Romano Romanelli, spira poco dopo la nascita. È atterrita dal dolore e straziata, trova consolazione nella amicizia della famosa attrice Eleonora Duse, ma per Isadora è la fine di un altro capitolo della sua vita. Scrive: “La danza è il ritmo di tutto ciò che muore per poi vivere nuovamente; è l’eterno sorgere del sole”. Come eterno è il suo rialzarsi dopo ogni caduta, fallimento, colpo basso, dopo ogni dolore di cui deve sopportare il peso. Il suo motto è sans limites.

È una donna anticonvenzionale, disinibita, libera, nel modo di ballare e nella vita privata. Vive di passioni e s’innamora spesso, la prima volta di Oskar Beregi, l’ultima del giovane scrittore russo Sergej Esenin. Per quest’uomo, di diciassette anni più giovane di lei, cambia idea sul matrimonio. Lo incontra negli anni venti a Mosca, dove va su invito di Lenin per aprire una scuola, ed subito passione, ma la storia non dura. Presto Esenin manifesta il carattere ombroso e collerico, bisessualità e alcolismo. La coppia si lascia. Pochi mesi dopo il poeta si suiciderà. Per la diva è l’ennesimo dolore. Sopravvive altri due anni, ma ormai resta solo l’ombra della diva che danza scalza, acclamata dal pubblico di tutto il mondo. È appesantita nella figura e nell’anima, quasi sempre ubriaca, sul lastrico. Vive tra Parigi e Nizza ed è in questa città che il 14 settembre del 1927 che trova la morte in uno strano incidente.

È sera, sale sull’auto, un’Amilcar, che il proprietario, Benoit Falchetto, soprannomina Bugatti, ma le frange della sciarpa che porta lunghe si impigliano nei raggi di una ruota, spezzandone l’osso del collo. La leggenda vuole che le sue ultime parole siano state “Adieu, mes amis. Je vais à la gloire!”, più probabilmente invece disse “Je vais à l’amour”, alludendo alla notte d’amore che l’aspettava, ma la verità è troppo banale per una donna così straordinaria.

È la prima a introdurre il concetto di respire natural, a definire i movimenti sulla base di leggi naturali e dello spirito e non su formali considerazioni geometriche, la prima a comparare la danza con le altre arti fino ad elevarne lo status, a togliere enfasi a costumi e scenografie a favore di un setting semplice. Fonda diverse scuole, sfida i ben pensanti, ama, soffre, ma si rialza ogni volta alla ricerca della sua verità, specchio di una visione in cui sono le emozioni a muovere il mondo. “La missione delle arti tutte è esprimere il più alto e bello ideale dell’uomo, per esprimere cosa sia il più morale e sano e bello nell’arte. Questa è la missione di una ballerina ed è a questo che ho dedicato la vita.” Così scrive e in questo modo vive, disegnando la sua immortalità.