Paula Pire e le sue bugie

I punti di cesura non sono mai puliti, in vita non esiste un prima o un dopo definito. Le cose accadono, le interpretazioni si fanno, sì, ma dopo.
Deve essere quello che Paula Pire ha sempre creduto: non pianificare, non costruire, non disegnare i tuoi sogni su carta millimetrata, perché le distanze non seguono le regole decimali, i centimetri non significano niente in realtà. Così seguiamo la storia di una giovane fotografa spagnola, Oviedo, 22 anni, è tutto quello che ci dice di sé, che non crede nelle fotografie come ricordo, che sembra mettere da parte la sua vita quando scatta, e che nelle sue foto finisce per trovare tutto quello che le è accaduto.
Con Enquire andiamo a parlare con Paula Pire, delle fratture, dei cambiamenti e di quello che poi resta: fotografie di un paese straniero, così diverso da averti detto tutto quello che volevi sapere (su di te).

Buona lettura.

Ciao Paula, iniziamo dalla musica: scegli una canzone da ascoltare mentre parliamo, una canzone che senti legata alla tuo modo di fotografare.
Quando stavo lavorando in Finlandia al mio progetto fotografico ho ascoltato molto l’album di Memoryhouse, di Max Richter, quindi vada per November.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla fotografia? La prima foto che hai fatto o la prima in cui ti riconosci, bambina nelle foto di famiglia, un ricordo lontano che è impresso nella tua memoria.

Mi ricordo di un giorno, di tanto tempo fa. Alcuni amici di mio padre erano venuti a trovarci – era estate. Uno di loro aveva questa grande macchina fotografica con cui ci ha scattato alcune foto – analogiche, in bianco e nero. All’epoca avevo 9 o 10 anni. Ho sempre queste foto a casa, sono così belle, così vere. Non credevo che quel tipo di fotografia, quell’atto artistico mi avrebbero poi incantato e affascinato così tanto. Nelle foto giocavamo con le bambole – sono foto naturali, non in posa.

Parlando di memoria: qual è la tua concezione di memoria e fotografia? Riesce la fotografia a congelare il momento, a mantenerlo per sempre? O è un modo per cogliere indizi del passato, portarlo a nuova vita?

Non credo di fare fotografie per ricordare. Per me ha a che fare col presente, anche se ogni tanto navigando sulla mia pagina di flickr, vedo le mie vecchie foto e realizzo che parlano di me in quel momento, perché riesco non solo a ricordarmi dove le ho scattate, ma ci vedo dentro anche cosa accadeva nella mia vita in quel momento.

Quand’è che la fotografia è diventata una parte importante della tua vita? Quando hai iniziato a fotografare? E ricordi qual è stato il primo progetto a cui hai dato vita?

Non ricordo quando ho preso la mia prima macchina – avevo16 anni, credo. Era una compatta digitale e anche adesso mi piace scattarci qualcosa ogni tanto – più di quanto non mi piaccia scattare con la mia seconda macchina, una reflex digitale, con cui ho imparato però la tecnica. Poi finalmente sono approdata all’analogico e non so quale fosse il mio primo progetto vero, ricordo che scattavo un sacco di foto al panorama, ai fiori, alle formiche… foto alla natura, insomma. Il mio primo vero progetto aveva come soggetto delle ragazze in una foresta.

Quali sono le macchine con cui scatti?

Ho venduto la mia reflex digitale e adesso scatto solo con le mie analogiche: ho alcune 35 mm, ma soprattutto tendo ad usare la Rolleiflex medio formato e la Yashica 35 mm.

Il tuo ultimo progetto è Suomi. Ce ne parli? Come mai la Finlandia?

Sono andata in Finlandia per un progetto legato ai miei studi di medicina in un ospedale. Ho capito ben presto quando fosse diversa la Finlandia dalla mia patria e volevo trovare un modo per darne testimonianza: dare una forma alle mie sensazioni attraverso le fotografie, metterle in forma di foto. Mi sono resa conto di quanto rispettino la natura, di quanto amino andare in bicicletta – e così anche io pedalavo, mi fermavo e scattavo le fotografie – volevo ritrarre la pace, la quiete che provavo là. Questo insieme a altri aspetti culturali, la loro quotidianità, il paesaggio, gli spazi aperti, le foreste. Volevo trasmettere quanto vicina fossi a me stessa, circondata dal silenzio, dagli alberi e il cielo sconfinato, che arriva fino a terra, la luce così intensa.

Hai già pensato a una pubblicazione, una mostra per Suomi? E parlando di questo: come vive un progetto? Come si pianifica, scatta, organizza – qual è la sua vita dopo la realizzazione: online, mostre, portfolio, libri, flickr. Come sopravvive?

Non ho neanche finito di scannerizzare il lavoro, ma voglio organizzare una mostra – non ne ho mai fatte una prima. Non sono la persona più adatta per parlare di progetti, dato che sono molto disorganizzata. Tutto accade in modo spontaneo, con me. Per esempio uno dei miei ultimi progetti, El trabajo os harà libres mi è venuto in mente una volta che camminavo per la strada: pensavo a come vivevano le persone e ho deciso di fotografare i luoghi morti della città, non quelli ricchi, o lussuosi. Volevo creare un’atmosfera decadente – e forse il progetto parla di persone che cercano di migliorare la loro vita lavorando duramente e non ci riescono – ma questo è solo un modo per riassumerlo. Il progetto riguarda la grade bugia del sogno americano, che ha permeato le nostre menti senza che noi ce ne accorgessimo.

Molte volte posso definire cosa sto facendo solo a posteriori, sono le foto a descriverlo, a dargli una forma. Non so pianificare niente in anticipo – e odio il lavoro di scannerizzazione, ritocco, pulizia della polvere dai negativi; ma lo devo fare, è il modo di tenere vivo un progetto, far sì che le persone se ne interessino, far sì che seguano i tuoi lavori.

Guardando il tuo flickr ho notato che hai progressivamente cambiato il soggetto delle tue foto, nell’ultimo anno: meno ragazze, una fotografia meno dreamy, intima cede al posto a una fotografia da reportage, documentativa, come un’orma da seguire, una prova di esistenza. Città, macchine, madri con i figli, le pareti di un palazzo…

Sì, ho cambiato il soggetto delle mie foto e anche il modo in cui scatto. L’atmosfera dreamy era data dal mio utilizzo di pellicola scaduta e una bassa esposizione. Ma come ho detto prima, queste cose cambiano in modo naturale e spontaneo. Ci posso pensare ora, a posteriori, e capire che a cambiare sono stata io, la situazione in cui mi trovavo. Il mio modo di pensare è adesso molto diverso – ero molto più malinconica in quel periodo. Adesso sono molto più serena: prima mi guardavo dentro, ora posso guardare all’esterno e questo è quello che forse tu chiami essere documentativa.

Sul tuo flickr citi «Non l’amore, non i soldi, non la fama, datemi la verità». Può la fotografia portarti più vicina al cuore della verità?

Quella è una frase detta da qualcuno molto sicuro di certi aspetti della vita, come l’onore e la fede. E la verità è quanto di più importante possa governare la nostra vita. La fotografia è una bugia, ma la puoi usare per riportare la verità, la tua verità.

Ognuno sviluppa una personale sensibilità, occhio fotografico. Ma tutti hanno le loro influenze: puoi individuare le tue? Cosa ti ha portato a fotografare in questo modo?
E tra i tuoi colleghi, chi sono i tuoi preferiti?

Guardare le foto di altri ti aiuta a capire cosa ti piace e cosa non ti piace, ma ti fa necessariamente sviluppare qualcosa di personale. Ultimamente mi sono interessata di documentary photography. Alcune persone dicono che i fotografi classici, del passato, hanno già detto e fatto tutto, ma non credo sia vero:  la fotografia si reinventa, rinnova ogni volta. Il compito dei nuovi fotografi è comunicare il loro punto di vista sulle condizioni sociali, viaggi, vita, esperienze.

Ci sono alcuni fotografi alla ribalta, adesso, tipo Olya Ivanova, Brad McMurray, Ylenia Arca, Dan Wetmore, Amy Stein, Andrés Medina, Yosigo, Missy Prince e offrono alcuni esempi di ottimi lavori. Se devo parlare dei grandi classici, direi Stephen Shore, Helen Levitt, Alec Soth, Eggleston…

Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?

Sarebbe A single man. Mi piace molto e sento una forte empatia con la sua conclusione del film.

E l’ultima cosa prima di salutarci: dove troviamo i tuoi lavori fotografici?

Ho un sacco di pagine, tra cui flickr, tumblr e sto lavorando a un bel sito internet.

E, intanto noi vi lasciamo in compagnia delle sue foto che potete trovare sul suo Flickr.