Postcard from Berlin: Ezgi Polat

La ventiduenne Ezgi Polat vive a Berlino e studia alla Neue Schule für Fotografie e nel tempo libero racconta di mattine assolate e domeniche lunghe, che dicono troppo di te.
Guardando le sue fotografie si sente l’odore del caffè che pervade la stanza, i suoni di una città che dovrebbe svegliarsi e che invece resta dormiente. La voce assonnata di qualcuno che ti chiama dalla cucina, le sigarette condivise alla finestra, le giornate in cui la salvezza si può trovare solo tra le pieghe delle coperte: c’è tutto questo, ma non solo, nella grana delle fotografie di questa giovane fotografa, anche se queste cose non le possiamo vedere.
Parliamo con lei di questo e di altro, qui su Enquire.

Chiediamo sempre ai nostri ospiti di descrivere la loro fotografia usando tre parole, ma cambiamo: se dovessi farlo con una canzone, quale sarebbe?
Ascolto talmente tanta musica che una canzone sola non basterebbe per parlare della mia fotografia. Ma se proprio devo scegliere, allora dico Beirut – Postcard from Italy. Questa canzone ha sempre avuto un’attinenza particolare con le mie foto, soprattutto per un certo periodo della mia produzione.
Quando hai iniziato a considerare seriamente l’attività di fotografa? Quand’è che è passata dall’essere una passione a qualcosa di più preciso?
È stato un passaggio naturale e morbido. Non saprei dirtelo con precisione, ma è da quando ho 8 anni che fotografo chi mi sta intorno; quando ho compiuto 16 anni mi sono comprata la prim SLR analogica e da quel momento in poi ritengo di essere passata al livello, come dire, professionale. Ed è da quel momento che non riesco più a immaginare una vita senza macchina fotografica.

Ti ricordi la tua prima fotografia? Quella che hai scattato o una di quelle in cui appari – il tuo ricordo di macchine e pellicole, insomma.
Mia madre ha sempre fatto un sacco di fotografie a me e a mia sorella. Eravamo circondate da macchine e stampe, ma credo fossi troppo piccola per poter ricordare adesso.
Quanto è difficile vivere di fotografia? Sei giovane, certo, ma così talentuosa che posso chiedertelo: qual è la differenza di approccio tra la fotografia commerciale e i tuoi progetti personali? E la prima può essere definita artistica?
Sinceramente, ad oggi non posso dire di mantenermi con la fotografia – ma, va detto, non ho ancora voglia di farlo stando ai termini di qualcun altro. Il mio desiderio è quello di vivere e esprimere la mia passione. Non ho ancora fatto servizi commerciali per adesso: ho avuto delle proposte, ma non è più il tipo di fotografia che mi piace e negli ultimi tempi mi sono trovata a rifiutare alcune di queste offerte.  Ma se qualcuno mi chiedesse di fare fotografie per un progetto, ma a modo mio, ecco, accetterei con piacere!

La prima cosa che mi viene in mente guardando le tue foto è la parola silenzio. E c’è un tuo progetto che porta questo nome, l’album che aggiorni nella tua pagina facebook si chiama feel my silence. C’è uno strano sentimento di day after in quello che produci, di lunghe domeniche mattina piene di luce, risvegli e notti bianche.
Di mattina (ma lo puoi trovare anche in altri momenti del giorno) c’è uno speciale sentimento che riguarda sì il silenzio, ma non solo: è qualcosa che c’entra con lo stare soli con se stessi, osservare e ascoltare il  mondo intorno a noi, di riflessione. Le mie foto ti portano in quel momento, ti ritrovi nella persona ritratta, percepisci la sua fragile delicatezza. È questo il motivo per cui adoro fotografare situazioni quotidiane.
Un’altra tua serie famosa è skin, un argomento su cui hai lavorato molto. Anche i corpi  raccontano storie, giusto?
Adoro osservare come le persone si comportano, il linguaggio del corpo ha un potere espressivo fortissimo, anche in movimenti minimi. E così, la pelle ci racconta molte storie, sì. C’è molto da scoprire: ci copre, è sensibile e sensuale, ci rende vulnerabili, ma anche unici.

Se potessi scegliere come modello chiunque (star, qualcuno del passato, una diva, uno scrittore) e un posto dove ritrarlo, chi sceglieresti e dove lo porteresti?

La giovane Francoise Sagan intenta a scrivere, in Costa Azzurra.

Moltissime tue foto sono scattate in interni. Non ti piace molto lo stile foto sul tetto, che tanto spopola o forse c’è qualcosa di diverso che cerchi in camera, tra le lenzuola, nelle stanze d’hotel?

In realtà ultimamente ho scattato anche su tetti, parchi, spiagge e boschi – ma sì, molte delle mie foto sono in interni. A casa le persone si comportano con più naturalezza, sono più a loro agio, più se stessi. Volti e movimenti sono naturali e io mi riesce più facile relazionarmi a loro mentre scatto.

Se la tua vita fosse un film: chi lo dirigerebbe, chi comprarirebbe? E per la soundtrack?

Trovo interessante che tu me lo chieda. Sono al mio ultimo anni di studi e sto lavorando a un progetto collegato ai film di Godard. Mi piace moltissimo Belmondo e quindi sceglierei lui. Come colonna sonora Max Richter al piano.

Il suo sito: www.ezgipolat.de