Prada SS13: il dubbio

La settimana della moda milanese è ormai giunta al suo termine, mancano ancora pochissime sfilate. Di solito Enquire non da molto spazio agli aggiornamenti dalle fashion week, ma questa volta c’è un motivo.
Tra tutti gli show e gli eventi in calendario, c’è stato un momento in cui il dubbio è serpeggiato tra gli addetti ai lavori. Una parola: PRADA.

Molti sono stati coloro che, appena usciti dalla sfilata, si sono guardati chiedendosi tra loro “ma cosa è successo?”, “non so cosa pensare” oppure “una collezione difficilissima”.

Ma in realtà che cosa è accaduto? Parliamo dello spazio, una passerella che Dazed Digital definisce “loop” e che tiene lo spettatore totalmente fuori dal percorso costringendolo ad assistere – quasi da lontano – alla sfilata. Uno spazio indefinito, grigio, accentuato da una soundtrack d’effetto, quasi industriale, un mix tra suoni elettronici ed effetti al limite del minimal.

Dallo spazio, al suono, alla collezione. L’estate 2013 rappresenta l’estremizzazione di un lavoro di ricerca profonda operata da Miuccia. Un percorso di continua elaborazione che si protrae ormai da alcune stagioni. Quella presentata è un’estate cupa, fatta di neri, blu notte, grigi antracite, verdi smeraldo opposti a bianchi ottici, cipria, verdi pastello per finire in uno sporadico rosso.

È un’estate in cui le geometrie sono rigorose, i volumi netti e il rimando al Giappone più castigato è continuo. I ricami essenziali, sempre floreali, riempiono gli spazi vuoti di capi spalla, bluse e gonne. Le stampe, quasi come se fossero patch applicate ci parlano d’arte, il riferimento è immediato, i fiori di Andy Warhol, quelle linee così semplici quasi infantili. Insomma da buona designer-artista Miuccia ha stupito tutti con uno show fuori da ogni schema e da ogni aspettativa, con gli accessori che diventano portatori sani della contraddizione insita nella collezione: platform altissime e tabi (calzini giapponesi) metallizzati.

C’è chi ha visto in questa collezione un omaggio a Rei Kawakubo, a noi sembra anche un rimando a quel lato degli anni ’90 – di cui naturalmente Kawakubo fa parte – più orientaleggiante ma estremamente metropolitano. Naturalemente come per ogni opera d’arte la percezione è sempre personale. Piace, non piace. A voi la scelta.