Grizzly Bear: Shields

Il nome Grizzly Bear ci porta indietro al 2009, quando il loro Veckatimest, terzo studio album, è riuscito nell’impresa di portarli in cima alle classifiche di mezzo mondo, con le lodi della stampa di settore.

Come tutte le scommesse di blog, magazine e riviste musicali, questi “levrieri” (per dirla all’inglese) dell’indie-rock americano (nonostante in tanti facciano ancora fatica a credere vengano dal grande continente), propongono la loro prima prova dopo la pericolosa “acclamazione universale” dell’album precedente, con gli occhi puntati addosso e qualche invidioso in attesa di un loro fallimento.

Purtroppo per chi li vorrebbe già alla frutta, Shields (in uscita il 18 settembre) è una spanna sopra il suo predecessore. In questo album c’è tutto: armonia, un suono robusto e maturo, e soprattutto, una consolidata identità artistica.

Sleeping Ute apre il nuovo lavoro dei Grizzly Bear e subito capiamo che abbiamo tra le mani un disco completamente suonato (non poco ai giorni nostri). Yet Again è il pezzo furbo dell’album, comincia con quattro accordi di chitarra elettrica e qualche nota di piano, e prosegue con un crescendo malinconico che esplode nel chorus, fatto di giochi vocali che sembrano arrivare dal passato.

Poi c’è The Hunt, una ballata sinistra, dimostrazione del fatto che la genialità dei Grizzly Bear può arrivare in alto anche con pezzi quasi spogli. Con Simple Answer, per un attimo, ci sembra di ascoltare un pezzo dei Kings Of Leon, fortunatamente la via intrapresa è un’altra. Il chorus è sognante, quasi bowieano.

What’s Wrong è un po’ retro e un po’ “parisienne”, con quella fisarmonica che leggera accarezza le percussioni che tanto piacciono alla band di Brooklyn.

Half Gate è uno dei nostri pezzi preferiti. Ci sono i Beatles e una buona dose di Britpop anni ’90 (e quando diciamo Britpop noi ci riferiamo ai Gomez, non certamente alla band dei fratelli Gallagher).

A chiudere, Sun In Your Eyes, la vera ballata dell’album. Sensuale, malinconica e costruita su una melodia non facile che però sa raccontare la propria storia in maniera eccelsa e che, prima di poter essere digerita e descritta, in linea con la filosofia dei Grizzly Bear, si trasforma da “pezzo popolare” a conclusione festosa di un album che verrà ricordato come i migliori tra quelli usciti nel 2012.