A Portrait of: Anna Piaggi

2865 abiti, di cui almeno 100 solo Poiret, 265 paia di scarpe, 932 cappelli, 24 grembiuli, 31 boa di pelliccia e piume sono il risultato di una vita dedicata alla moda, quella della giornalista Anna Piaggi. Una donna minuta, onde marcel grigie le incorniciano il volto paffuto, un tira-baci turchino scende sulla fronte, gli occhi sono bistrati del medesimo colore, la bocca a cuore è scarlatta, sulle guance cerchietti di blush la rendono un perfetto soggetto per un Matisse o un altro quadro del movimento fauves o il fiabesco soggetto di uno scatto di Tim Walker.

Gli abiti che indossa sono vistosi, stravaganti, surreali. Sono un mix‘n match d’improbabili convivenze: un cappello da bucaniere con jodphurs da motociclista di Laurence Corner, risalenti alla Seconda guerra mondiale, una parrucca femminile del Settecento con un gilet di MacDonald, una mantella con la Union Jack con pantaloni zebrati.

Anna Maria Piaggi nasce a Milano nel marzo del 1931 da una famiglia di accademici. Il nonno è un insegnante e traduttore di latino e greco, il padre, invece, è manager e buyer per LaRinascente. Quando lui muore, la piccola ha sette anni e la madre, una signora elegante, dotata di grande senso dell’umorismo e dignità, la manda in un collegio fuori Milano, dove la bambina riceve una formazione classica. A scuola è molto brava, ma l’ambiente accademico la limita, così, presto inizia a viaggiare e per imparare la lingua si mantiene lavorando come ragazza alla pari.

Cresciuta, si arrangia facendo diversi mestieri: impiegata in una raffineria di petrolio, telefonista, traduttrice di libri gialli per la Mondadori, fino a quando non trova un lavoro a Grazia. Quel lavoro le apre una strada che, attraverso giornali come Arianna, Epoca, Vanity, Panorama, L’Espresso la condurrà finalmente nel ’68 al suo amato Vogue. Qui una mattina del 1988 inizia a scrivere le ormai celeberrime double pages, quattro pagine attraverso le quali, una volta al mese, esterna la sua personale, unica, colta e mai banale interpretazione sugli stili ed i trends del momento, che saranno spunto per il libro Fashion Algebra.

Anna mixa letteratura, arte, musica, architettura, intuendo prima di altri quanto la moda influenzi altri media. Quelle futuristiche sequenze di parole in libertà sono studiate, scelte con precisione chirurgica, frutto di un lungo esercizio che porta alla stesura di testi brevi, asciutti che si fondono con la grafica e le immagini che le accompagnano. Anna definisce la sua opera come “puramente decorativa”, ma di fatto getta le basi del mestiere di redattrice di moda. “L’iniziale idea fotografica delle Doppie Pagine non sarebbe potuta esistere senza la mia totale dipendenza, il vivere all’unisono con il mio fotografo di una vita, Alfa Castaldi. La convivenza dei miei cappelli con le sue Leica, dei miei vestiti con le sue Linhof, dei miei orecchini con il suo “21 mm” o con lo zoom”.

La Piaggi incontra Castaldi nei corridoi della casa editrice per cui fa la traduttrice negli anni 50 e se ne innamora al Bar Jamaica, celebre ritrovo d’intellettuali. Anna e Alfa saranno per quarant’anni, complici nella vita e nella professione, restando al fianco l’uno dell’altra. Lei rivela: “Dal contrasto tra la formazione intellettuale di Alfa e una mia disposizione frivola era nato il nostro incontro. Con Alfa respiravo un mondo di grande cultura, di appassionata ricerca. Per me meravigliose particelle, straordinarie molecole che non dovevano però scalfire la mia superficialità. Per me era importante non abbandonare mai il filone dell’istinto, quoziente primordiale e refrattario alla profondità.”

Insieme inventano lo still life, i collages dadadisti, realizzati con tessuti, accessori ed oggetti del mondo della moda, immortalano artisti e con loro un intero momento storico. Oltre al fotografo ci sono altri due uomini a incidere nella vita di Anna: Vern Lambert e Karl Lagerfeld, entrambi legati dalla passione per abiti, arte e cultura. Il primo, dandy, antiquario e collezionista di abiti d’epoca l’accompagna nelle infinite ricerche di tesori da indossare, in un weekend londinese visitano oltre 68 boutique. Lui le è amico, mentore e per un periodo amante. Il secondo, teutonico stilista, lo incontra per la prima volta a Parigi davanti alla casa di lui in Rue de l’Universitè. Lei indossa un Ossie Clarke, lui le dice “Oh, si indossi Ossie Clarke”. Così è stato l’abito a presentarli. Qualche decennio più tardi ne sarà la musa nel libro Anna-Chronique, celebrata negli schizzi di Lagerfeld mentre lava i piatti con i guanti di gomma ed una tunica di Poiret o veste i panni dell’eroina con mantello di zibellino e camice da infermiera.

Per lo stilista lei è una diva del cinema muto con lo sguardo verso il futuro: “Anna inventa la moda. Nel vestirsi fa automaticamente quello che noi faremo domani”, sarà solito dire. Lungo la sua strada, questa minuta signora incontra persone straordinarie; collabora con l’artista Antonio Lopez, scopre Missoni, che all’epoca lavorava a LaRinascente, è architetto della carriera di Manolo Blahnik e sostiene il cappellaio matto Stephen Jones. Del lavoro di questo ultimo scrive: “la costruzione di un accento non è solo un momento effimero, ma una grande responsabilità, l’identity card di un periodo, di un gusto, la simbiosi con grandi creatori”. Il designer ribatte: “Con Anna non dev’esserci Dior. Lei ha sempre indossato scarpe degli anni ’20 con pantaloni Dolce, un cappotto vintage Patou e una cinta di plastica, una polo da sci, un bastone da passeggio, strani capelli blu e un buffo cappello. Rappresenta una possibilità, ciò che la moda può essere.” Fashion reporter, editor, fashion lover, musa, presenza fissa tra le best dressed, vistosa, surreale è lei l’accento che rende musicale l’industria moda.

A tre anni e mezzo indossa un vestito di carnevale da olandesina per giorni e giorni. All’inizio degli anni Cinquanta, veste in gonna e camicetta. “Nessuno era preparato all’Anna Piaggi di là da venire – dice – Nemmeno io, probabilmente”. Anni dopo è un tableau vivant, opera d’arte lei stessa, invenzione estetica, in grado di far convivere fra loro i più antitetici capi di abbigliamento: l’abito giornale di Galliano con uno da marinaio anni ‘30, la tunica di lana cotta con la parrucca settecentesca. Gli abiti sono degli amici, il più caro al suo cuore è un Lagerfeld del ’68 con delle pailettes che disegnano un jukebox, regalatole dal marito.

Il suo guardaroba è spettacolare, colossale a tal punto da essere oggetto della mostra Fashion-ology nel 2004 presso il Victoria & Albert Museum. Anna Piaggi avrebbe voluto rinascere regina ed il suo rituale di vestizione può essere paragonato proprio solo a quello di regnanti e religiosi. “Il non conformismo, la contraddizione della forma, una certain ampleur e un’inaspettata gonfleur non fanno parte necessariamente della moda ufficiale, ma possono essere sorprese emotive, confronti inattesi. Intuizioni”.

Può concedersi il lusso di reinventarsi, cambiando sempre restando sempre fedele a se stessa, ma può anche permettersi quello della frivolezza perché a sorreggere le sue performance di stile è una cultura quasi enciclopedica. Scrive oltre 7000 editoriali, tutti o quasi usando la fidata macchina da scrivere Olivetti modello Valentina, rossa, disegnata da Ettore Sottsass nel ’69, a cui ha dedicato un abito Mary Katrantzou, mentre ad Anna è Marc Jacobs ha dedicare un’intera collezione. Chan Park la omaggia con una bambola, Hormazd Narielwalla una serie di illustrazioni, per Bill Cunningham “è l’unica italiana che valga la pena di fotografare”.

Fantasiosa, avventurosa veste secondo un umore, introduce il pubblico italiano al mondo del vintage, i suoi preziosi tesori sono un ponte tra passato e futuro, tra ciò che veniva indossato e ciò che la moda proporrà domani. Non indossa mai la stessa cosa in pubblico due volte, reinventa, assembla, trasforma, immortala con delle polaroids i looks già sperimentati e studia lo scenario in cui deve esibirli. Profuma di Chanel n°5, non mette fuori piede dalla camera da letto senza make up e non esce senza cappello dagli anni ’80.

Ogni outfit cattura il suo mondo di contraddizione, la sua logica illogica, il suo corpo distilla poesia. A riguardo dice: “La mia filosofia della moda è umorismo, barzellette e giochi faccio le mie regole non sono mai prendere qualcosa e basta… gettare sulla schiena in quel modo. C’è un po’ di studio, ed è sempre meglio che pensare a quello che ho intenzione di indossare la sera prima del giorno successivo. E ciò che è da evitare a tutti i costi è l’aspetto twinset, il total look” ed ancora “a meno che siano stivali di gomma. La semplicità e l’eccesso di vivere molto bene insieme, credo. E’ meglio non essere troppo coordinato”.

E’ una modernissima evocazione di persone, stili ed umori: Sarah Bernard, Basso & Brooke, Castelbajac, Lacroix, Schiapparelli, Gaultier, Mucha, Marras, Anna Sten ma anche Isabella Blow, Tavi Gevinson, Anna Dello Russo, Lady Gaga, Catherine Baba, Daphne Guinness, Maria Antonietta.

Da qualche tempo resta un posto vuoto nelle prime file delle sfilate. Anna se ne è andata, ma continua ad esserci. E’ un’icona immortale d’irriverenza, unicità, talento e dignità con il suo essere perbene, i piccoli passi, il volto di porcellana e gli abiti cuciti di sogni.