Fughe underground: Marco Cappella

Sono un giovane fotografo, innamorato del cinema, con la passione per il viaggio e proprio in uno di questi ho scoperto la fotografia, con queste parole si presenta Marco Cappella, nato e cresciuto nelle Marche. Durante un viaggio a New York inizia il susseguirsi quasi maniacale dei suoi scatti secchi, rapidi, quasi crudi. Nonluoghi della contemporaneità uniti a volti senza  nome.
Prima d’iniziare la nostra chiacchierata con Marco, vogliamo citare una frase di uno dei più grandi scrittori del Novecento americano Truman Capote, che in questo caso non è poi così surreale, anzi: “New York è il luogo dove nascondersi, smarrire o scoprire se stessi”.

Il primo scatto, quando e dove?
Quando ero piccolo, al mare, con una macchina usa e getta regalatami dai miei genitori.

Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Per puro caso direi. È iniziato tutto a New York, due anni fa. Ho comprato li la mia prima reflex perché sentivo che fotografare una città così affascinante soltanto col telefonino sarebbe stato un vero peccato. Da quel momento in poi non ho più smesso.

Chi, tra i fotografi italiani e non, senti più vicino alla tua sensibilità estetica?

Non riesco a dirti un nome ben preciso, ma senza dubbio fotografi come Brittany Markert e Katrina Spectre hanno influenzato molto la mia sensibilità.

New York, Berlino, Parigi, Barcellona, Londra sono le protagoniste dei tuoi scatti. Cittadini fantasmi all’interno di prospettive underground. Che mondo osservi dietro l’obbiettivo?

Osservo un mondo sotterraneo, con poca luce, fatto di persone senza volto in continuo movimento, persone assenti che a volte non si accorgono neanche che sei li, ad un metro di distanza e che le stai fotografando.

Il senso di movimento e gli spazi urbani sono i temi centrali delle tue fotografie. Cosa ami di tutto ciò?

È proprio il senso di movimento che amo in tutto ciò ed è per questo che ho sempre cercato di fotografare grandi città e le persone che vi abitano.

Se dovessi scegliere tre aggettivi per descrivere le tue fotografie
Fredde, veloci, buie.

Analogico o digitale? Che attrezzatura usi?

Utilizzo una Canon 60D per il digitale, una Pentax ME Super ed una Olympus OM3 per l’analogico, ma credo che in fondo l’attrezzatura sia solo un dettaglio abbastanza trascurabile. Ciò che conta davvero è ottenere quello che hai in mente o almeno cercare di avvicinarcisi il più possibile.
David Lynch tempo fa disse: le idee sono nell’aria, non ha alcuna importanza quale sia lo strumento che utilizziamo per catturarle. Aveva ragione.

La prima cosa che ti viene in mente se dico cinema?

Una Sala vuota e un grande schermo nel quale vengono proiettati solo film di Bergman, Antonioni, Resnais, Cronenberg, Lynch, Kar-Wai, Anderson e tutti gli altri registi che amo.

Spesso il cinema è fonte d’ispirazione. Se la tua vita fosse un film, chi sarebbe il regista? Perché?

Se la mia vita fosse un film vorrei che fosse diretta da Terrence Malick e fotografata da Emanuel Lubezki. Chiunque abbia visto le immagini di The Tree of Life sa di cosa parlo.

E la colonna sonora?
Angelo Badalamenti, Trent Reznor e i Mogwai andrebbero benissimo.

L’ultimo album musicale che hai acquistato?
Ho appena ordinato The Haunted Man il nuovo album di Bat for Lashes. Tra l’altro l’artwork del disco è stato realizzato da Ryan Mcginley, un altro dei miei fotografi preferiti.

La tua città ideale?

Ne ho due: Stoccolma, per la sensazione di calma e tranquillità che riesce a trasmetterti e New York, l’unica città nella quale mi sia sentito davvero a casa.

Alcuni dei tuoi scatti sono stati esposti al MostraMi Art di Milano. Mostre e progetti futuri?

Forse, se tutto va come spero, da Novembre alcuni dei miei scatti saranno esposti a Londra, in una mostra dedicata alla fotografia urbana. Sto ancora aspettando la conferma, quindi, per scaramanzia non dirò di più. Speriamo bene!

Vi lasciamo come di consueto con il suo portfolio personale.