A portrait of: Damien Hirst

Spesso frettolosamente definito furbo, cinico e privo di profondità.
Damien Hirst è considerato  il capofila di un fenomeno artistico che a partire dagli ultimi anni Ottanta vede l’arte britannica al centro della scena internazionale. Un artista che con il suo lavoro ha lasciato importanti eredità al settore artistico contemporaneo riuscendo ad influenzarne i meccanismi che ancora oggi lo regolano.

Nell’estate del 1988 il giovane Hirst ideò ed organizzò Freeze, la mostra di studenti del Goldsmiths College di Londra allestita in un edificio industriale dismesso e considerata l’inizio della carriera dei giovani artisti inglesi poi diventati protagonisti della più recente stagione di successo dell’arte britannica. Freeze fu la prima di una serie di esposizioni dalla grande visibilità mediatica che diedero modo a Hirst di concepire opere dall’impatto dirompente come A Thousand Years, in seguito acquistata da Charles Saatchi, magnate del mondo dell’advertising e uno dei collezionisti d’arte contemporanea di più grande successo.

Tra il 1988 e il 1990 videro la luce le serie di opere diventate caratteristiche del suo lavoro, oggi schematicamente suddivisibile in tre categorie: i dipinti, le sculture composte da armadietti per medicinali e le vasche contenenti tassidermie di animali. Pur nella loro apparente diversità, esse presentano un inequivocabile tratto autoriale, una costante ricerca di un ordine talvolta definito scientifico dallo stesso artista. Da questo punto di vista le opere più interessanti rimangono i dipinti conosciuti con il nome di Spot paintings. Il cosiddetto “ordine scientifico dato al colore” è infatti il risultato di un’indagine della tecnica pittorica che ha visto Hirst impegnato fin dai tempi degli studi al College.

Tutto ebbe inizio con la creazione di collage tridimensionali composti di oggetti di scarto sui quali veniva applicata della pittura, proseguendo poi con la scelta di dipingere direttamente sulle pareti. La ricerca terminò con l’intuizione di applicare un rigore al colore, sottoponendolo a griglie dalle misure prestabilite in grado di far apparire la macchia di colore unica ed elemento di un sistema allo stesso tempo.

La ricerca del senso di ordine si percepisce allo stesso modo nelle serie di oggetti (farmaci, confezioni o strumenti chirurgici) collocati all’interno di armadietti o vetrine. A questa si affianca la volontà dell’autore di trasmettere una sensazione allo spettatore. L’accurata disposizione degli oggetti è portata a stridere con l’utilizzo che di questi viene fatto: dall’abuso di farmaci al dolore provocato al corpo umano da uno strumento chirurgico.

L’obbiettivo di trasmettere sensazioni attraverso opere di alto livello iconico raggiunge il suo apice con la serie Natural History, della quale è emblema lo squalo conservato in formaldeide. In questo caso le emozioni come il disagio e la paura sono rappresentate dall’enorme animale posizionato all’interno di una struttura di vetro e metallo decisamente ispirata a geometrie minimaliste. Si mettono così in un confronto forzato il soggetto e l’ordine che fa ad esso da cornice, creando un cortocircuito tra le due componenti dell’opera.

La sua produzione artistica non è quindi accomunata soltanto dalla volontà di trasmettere una sensazione ma è sempre approcciata attraverso l’ordine e il rigore di geometrie che assumono il ruolo di cornice al cui interno collocare visioni del disordine e dell’irrazionalità delle emozioni. Ne è un esempio l’apparente insensatezza del ciclo vitale di un essere vivente in A Thousand Years, dove nugoli di mosche nascono, vivono e trovano la morte all’interno dell’opera stessa.

Il lavoro di Hirst sembra essere costantemente in equilibrio tra due poli: il contenuto e la forma. Con la definizione di contenuto si può intendere l’argomento di riflessione proposto attraverso l’opera come la fragilità dell’esistenza, la sofferenza dell’essere umano e l’insensatezza della vita. Questi vengono consapevolmente adattati alle problematiche contemporanee attraverso il richiamo alla medicina di fine millennio e all’utopia del conservare la vita per sempre alla quale questa sembra ancora oggi ambire.

In un secondo momento tali aspetti vengono sintetizzati in una forma nuova ed originale collocandoli all’interno di strutture precise e pulite dall’essenza concettuale, il cui valore è frutto, e in un certo senso giustificazione, unicamente dell’intuizione dell’artista. Da questo punto di vista alcuni aspetti dell’opera di Hirst sono capaci di trascendere la produzione materiale degli oggetti. Le iniziali intuizioni astratte che hanno dato origine al suo lavoro permettono di vedere oltre l’aspetto tangibile delle pratiche artistiche e penetrano con una profondità inaspettata nei meccanismi di legittimazione socio-culturale di oggi, primo fra tutti il valore economico.

L’intera ricerca ha dunque origine da intuizioni astratte che ne portano ad indagare un’altro aspetto intangibile: l’emozione trasmessa al fruitore. Il procedimento creativo dell’artista diventa capace di creare oggetti che oltrepassano la materialità entrando a pieno titolo nel sistema della comunicazione visiva contemporanea. La partecipazione emozionale dello spettatore è resa protagonista di un dialogo fra tre soggetti: l’artista-creatore, il pubblico-fruitore e il sistema di comunicazione stesso capace di influenzare la percezione dell’opera. La sensazione trasmessa dalla produzione di Hirst sarà allora l’inutilità di ricercare la bellezza ad ogni costo? Oppure riuscirà a farci provare quell’impressione di compiutezza (così rara nella vita umana) tale da farci scordare l’ossessione della morte che ci attanaglia e donarci per un istante la certezza che l’essenza di ciò che siamo ci sopravvivrà?

Questa domanda non trova però una risposta esaustiva in Damien Hirst. Rimane invece sospesa in un delicato equilibrio tra contemplazione del desiderio di bellezza assoluta (ma fruibile soltanto in assenza di vita) e l’inesorabile destino della decomposizione, inutilmente posticipata dall’immersione dei corpi inanimati in soluzione antisettica. Viene così prepotentemente rivelata l’essenza effimera del cercare di dare ordine al caos dell’esistenza, lasciando allo spettatore la tragica responsabilità di comprendere il significato ultimo di questa.