A portrait of: Yayoi Kusama

Il Tate Modern di Londra le dedica una retrospettiva e il Whitney Museum di New York, in collaborazione con il museo londinese, replica oltreoceano. Marc Jacobs ha fortemente voluto collaborare con lei alla creazione di una collezione per Louis Vuitton di cui la prima parte è stata da poco presentata al pubblico ed una seconda arriverà ad ottobre. Oggetto di tanta attenzione è l’artista giapponese Yayoi Kusama, una donna di 83 anni, minuta, con indosso una eccentrica parrucca rosso fuoco e centinaia di pois che ne adornano la figura, ricordando un personaggio manga.

A venire omaggiata è soprattutto la sua opera, un mondo visionario di punti, fiori, reti, zucche e nervi biomorfici. Yayoi Kusama nasce il 22 marzo 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, da una famiglia benestante, occupata in diversi settori, immobili, coltivazione di piante ed imprese di stoccaggio. Il padre è un donnaiolo, gentile, ma debole e troppo spesso assente da casa.

Da piccola Yayoi resta con la madre, una donna d’affari spietata, che la odia e rimpiange apertamente di averla messa al mondo. Più di tutto detesta che la bambina dipinga, la cosa la irrita a tal punto da distruggere ogni suo disegno. Consapevole dei tradimenti del coniuge la signora Kusama costringe la figlia a seguire il padre nelle sue avventure amorose ed a riferirle ogni cosa, per poi umiliarla aspramente e affermare che le donne sono sporche. “L’educazione di mia madre è stata bigotta. Mi ha reso una persona fragile, vulnerabile. Mi picchiava, pretendeva di farmi sposare un uomo che non avevo mai visto. La mia arte invece aveva bisogno di una libertà più illimitata e di un mondo più vasto”.

Questa famiglia disfunzionale alimenta il suo rapporto conflittuale col sesso, tema che in futuro svilupperà nella sua arte, ma accresce anche le sue fragilità. Ha solo dieci anni quando inizia a soffrire di allucinazioni. Vede fiori, zucche, puntini, reti, ricoprire tutto il mondo che la circonda e trasferisce ossessivamente le sue visioni su carta. “L’unico modo per me di eludere queste apparizioni furtive” – scrive nella sua autobiografia Infinity Net – “è quello di ricrearle visivamente con la pittura, la penna o una matita nel tentativo di decifrare quello che sono, per ottenere il controllo su di loro ricordando e disegnando ciascuna di esse”.

Appena ne ha l’occasione si allontana da casa per andare a Kyoto dove frequenta, con scarsa convinzione, corsi di pittura Nihonga, l’arte tradizionale giapponese. Un giorno si reca dalla madre per informarla della sua decisione di lasciare il Giappone, “troppo piccolo, troppo servile, troppo feudale e troppo sprezzante verso le donne”, per New York, la donna le dà un milione di yen e le intima di non mettere più piede in casa sua.

È l’amore per la pittura di Georgia O’Keeffe a spingerla verso il nuovo continente. Ogni giorno Yayoi si reca all’ambasciata americana per avere l’indirizzo dell’artista del Wisconsin e, una volta ottenutolo, le scrive immediatamente. La risposta arriva presto, segnando l’inizio di una fitta corrispondenza e di una grande amicizia.

È il 1957 quando la Kusama arriva nella grande mela, segnando il principio di una nuova vita, intensa e pazza. È qui che nasce la Yayoi più produttiva, più libera, più estrema, ma anche la più tormentata. Entra in contatto con personalità di spicco: Andy Warhol, Salvador Dalì, Frank Stella, Eva Hesse, Donald Judd e Joseph Cornell con cui intraprende una relazione amorosa, ma platonica, che durerà dieci anni. Entro diciotto mesi dal suo arrivo ottiene la sua prima mostra personale Infinity Nets: cinque grandi tele dipinte bianco su bianco che formano un reticolo.

La sua arte si ramifica: dipinti, film, sculture, moda, ma sono gli happenings a darle risalto. Sono vere e proprie esplosioni anatomiche di cui lei è la sacerdotessa dipingendo di pois i corpi di modelli e modelle. Apre la chiesa Self-Obliteration e celebra nel ’68 il primo matrimonio gay d’America. Yayoi influenza ed è di ispirazione per molti. Sue tracce si vedono nelle Costellazioni di Komi Yamashita e nelle opere pop a puntini di Lichtenstein, anticipa i puntini multicolor di Damien Hirst, il mirroring di Samaras, mentre le sculture morbidi di Claes Oldenburg ricordano la sua nave e i suoi divani ricoperti di sculture falliche.

Altri vedono nel suo essere donna ed artista parallalelismi con Niki De Saint Phalle, Pipilotti Rist, una donna che indaga la realtà attraverso un medium e con Louise Bourgeois, anche lei protagonista di un viaggio autobiografico dal rurale al cosmopolita. Quando Cornell muore Yayoi è desolata, sprofonda nella malattia e, nel’73, mentalmente esausta e senza soldi torna in Giappone, dove si ricovera in una clinica psichiatrica, posto in cui ancora oggi vive. La sua stanza è di 12 metri quadri, non ha mobili, solo il letto ed una finestra in stile francese che dà sul giardino. Tutti i giorni, dopo colazione, un pulmino ricoperto di pois la porta al suo studio, che occupa 3 piani in un’anonima palazzina nel quartiere di Shinjuku di Tokyo, per poi ricondurla in clinica ogni sera.

Non ci sono drammi e lacrime, ma solo molto lavoro. “Io combatto il dolore, l’ansia e la paura ogni giorno, e l’unico metodo che ho trovato capace di alleviare la mia malattia è quello di continuare a creare arte”. Creare per lei è tutto: “Ho bisogno di lavorare perché la morte è dietro l’angolo. E perché fra il momento in cui me ne andrò e il tempo presente c’è una guerra da combattere”. Le sue ossessioni, le sue compulsioni ed i suoi incubi ha scelto di esporli nei musei, di renderli al mondo e di non rimanerne vittima. Il suo stile ripetitivo, ossessivo, ritmico, fatto di fiori, zucche, reti e punti comunica un’esperienza personale e universale.

I Dots Obsession, emblematici quelli rossi su tela bianca, simboleggiano la malattia, le reti l’orrore verso l’infinito dell’universo. Le sue supposizioni surreali arrivano alla notorietà solo negli anni ’90, dopo sette decenni dedicati all’arte e quest’anno tocca uno dei vertici più alti. Le sue tele monocrome, ricoperte di punti ispirano non solo il mondo dell’arte, ma anche quello della moda.

Di lei Marc Jacobs dice “La sua energia è a dir poco infinita. Nella dolorosa ossessione che trasmette ogni sua tela e scultura si coglie una prospettiva inedita sul mondo, come fosse una storia che non ha mai fine. Credo che sia questo aspetto ad attrarmi maggiormente nell’opera di Kusama”. Se lo stilista americano ne celebra l’opera, Commes De Garçons nella sua linea invernale ne omaggia la figura e fa sfilare modelle con caschetti rossi, in perfetto Kusama style, mentre l’anno scorso con le sue zucche aveva ispirato David Koma.

Questa eccentrica signora ottantenne ghiotta di dolci è una delle artiste più prolifiche di tutti i tempi, le sue tele ossessive e scrupolose sono il frutto di un pathos psichico che nella creazione e nella ripetizione esorcizza i suoi demoni. La sua esistenza è quella di un pois fra milioni di pois che tenta di catturare l’infinito. È una vertigine che disorienta e disturba, ma mai si arrende perché ogni vita è una guerra da combattere, magari con un’armatura di apparentemente frivoli polka dots.