Angelo Mangiarotti

Nei miei progetti, ho sempre cercato che le esigenze delle persone partecipassero alla definizione dell’opera. Direi che il punto di partenza fondamentale, per progettare un oggetto di design, risiede nell’utilità che questo ha per la gente. Un oggetto che non nasce da una necessità non può essere neppure considerato come appartenente a questa categoria, il design.

Il 2 luglio 2012 è venuto a mancare uno dei grandi maestri del design italiano.

Classe 1921, milanese da sempre, Angelo Mangiarotti ha saputo restituirci una dimensione elegante e poetica della progettazione e degli oggetti scaturiti dalla sua matita.

Ne è un esempio celebre la lampada Lesbo, disegnata nel 1967 per Artemide, uno dei simboli del design italiano anni ‘70. Tratti caratteristici dello stile di Mangiarotti che si rispecchiano nell’utilizzo del vetro e nella morbida forma scultorea.

Una vita progettuale che si è distinta per la ricerca nell’innovazione tecnologica, per la materia ed i suoi modi di lavorarla.

Una ricerca mediata però dalla sua sensibilità creativa perché non deve portare all’esasperazione della tecnica a scapito degli altri aspetti.

Un’attività che trova la sua controparte nell’attività didattica internazionale e soprattutto in una dimensione artistica legata alla scultura, ambito che specialmente negli ultimi 20 anni ha influenzato molto il suo lavoro. Elementi come la pietra, il marmo, lo affascinano e diventano sue grandi passioni.

Angelo Mangiarotti si era laureato al Politecnico di Milano, entrando subito dopo in contatto, negli Stati Uniti, con capisaldi dell’architettura quali Frank Lloyd Wright, Walter Gropius e Mies van der Rohe.

Mangiarotti ne ha interiorizzato gli insegnamenti riportandoli in una propria filosofia di progetto basata sul senso profondo dei valori etici, dell’impegno civile e il rigore morale, che lo hanno reso unico nel suo essere insieme architetto, designer e scultore.

Da un suo progetto di una megastruttura a maglia quadrata in cemento armato precompresso del 1975, dove il gioco statico-figurativo è affidato alla semplice morfologia dei singoli pezzi trattati con la tecnica dello stampaggio, alla libreria componibile Cavalletti, rieditata nel 2010 da Agapecasa, con elementi impilabili in legno di betulla e rovere, fino alla seduta Clizia ricavata da un unico blocco di marmo attraverso un solo taglio, la sua firma è evidente.

Come capita spesso, un’idea progettuale forza a tal punto una materia da snaturarla: si pensi ai prodotti in legno dove la giuntura dei pezzi è affidata più ad elementi metallici.

Al contrario si pensi all’uso unico del marmo giuntato a semplice incastro di alcuni tavoli di Mangiarotti, ad esempio il tavolo Incas, prodotto oggi sempre da AgapeCasa in legno massello, in cui traspare ancora una volta la sua personalità poetica ed allo stesso tempo concreta.

Una lezione progettuale che rimarrà un segno e un orgoglio del Made in Italy.

Dopotutto, come lui stesso affermava: la felicità viene dalla correttezza.