Vecchiaia, morte e decadenza: Paolo Schmidlin

Paolo Schmidlin nasce a Milano, dove si diploma in Visual Design all’istituto Politecnico di Milano e in scenografia all’Accademia di Belle Arti a Brera.
Agli inizi della sua carriera si è dedicato all’ambito pubblicitario, teatrale e grafico. Oggi si invece quasi esclusivamente alla scultura, i cui soggetti sono generalmente divi di Holliwood, immortalati nel grottesco risultato e prodotto dell’artificiale ricerca della bellezza.
Estremamente attuale, sia relativamente alla problematica della chirurgia estetica, dell’eterna fuga dal tempo e dai segni che inesorabilmente si porta dietro, che ai personaggi più in vista e discussi dei nostri tempi, negli ultimi anni sta ottenendo sempre maggiori consensi. Collabora dal 2003 con il progetto Italian Factory, che gli ha fruttato diverse esposizioni in Italia e all’estero (Biennale di Venezia, Strasburgo, Torino, etc.)
Foto di Carla Sedini.

Oggi capita piuttosto raramente di osservare un’opera d’arte e intuirne immediatamente il messaggio. Osservando le tue, accade.
La tua Arte è alla portata di chiunque, ne hai riesumato a tuo modo l’intento educativo. Mentre lavori, quanto riesci a pensare all’impatto sul pubblico in questo senso?

Mentre lavoro su una scultura sono in genere concentrato su una cosa che amo fare, inseguo un pensiero che mi ha colto, seguo un’immagine che mi gira in testa. Non mi soffermo a pensare mai alle reazioni che si potranno innescare né, tanto meno, c’è l’intenzione di mandare un messaggio alcuno.
Lo definirei piuttosto un rapporto di tipo intimo tra me e l’opera. Se poi la scultura che ne è generata, nel bene e nel male smuove qualcosa nell’osservatore, vuol dire che ha raggiunto un suo scopo: c’è una comunicazione in atto. E questo mi fa un immenso piacere poiché significa che sto condividendo qualcosa che appartiene al mio mondo.

Sembri particolarmente ossessionato dal binomio arte-morte, e questo ci ha fatto immediatamente pensare che forse il tuo modo di fare arte è anche un modo come tanti altri di fermare la realtà, afferrarla meglio. Se è così, come ti senti? Riesci nel tuo intento?
Ancor più della morte mi turba la caducità della carne. Osservare i nostri corpi che invecchiano e che pian piano ci trascinano verso freddo della tomba è assai difficile: richiede forza titanica.
L’evento del trapasso, che conclude la nostra breve parabola esistenziale, ha una sua misteriosa bellezza : dopo la morte ogni traccia di futilità, di grettezza, di superficialità a poco a poco scompare. I tratti del viso diventano più essenziali, più solenni; solo le linee più astratte resistono, atteggiate a una suprema indifferenza.
Invece vedere i nostri corpi vivi lentamente cadere a pezzi è davvero di una crudeltà estrema.
Con la scultura creo corpi che non si corrompono ed ho la vaga illusione di poter fermare in questo modo un volto, un istante.
Soffermarmi sul rughe, macchie, carni cascanti e vene dilatate mi costringe a familiarizzare con qualcosa che profondamente mi inquieta. Sono convinto che sia assolutamente terapeutico.

La tua scultura Marilyn Monroe ci ha immediatamente fatto pensare al concetto di bella morte del periodo arcaico greco, quindi alla morte che coglie i giovani in pieno vigore come premio divino, sottraendoli così all’irrimediabile deperimento fisico. Non che il suicidio della Monroe sia strettamente connesso a questo concetto, certamente c’erano diverse altre problematiche. Ma trovo sia profondamente diversa dai tanti personaggi famosi che hai immortalato. C’è stato un sentire diverso in questa reazione, rispetto alle altre?
A differenza ad esempio dall’epoca vittoriana in cui esisteva una vera e propria estetica della morte e con essa quasi si flirtava, nel nostro tempo manca totalmente questo tipo di cultura.
La morte viene occultata quasi fosse qualcosa di indecente: si rifugge dalla sua visione, dimenticando che è così parte integrante della vita.
Persino della donna più fotografata del mondo – un’icona immortale come Marilyn Monroe – non esiste un’ultima immagine che faccia da coronamento alla sua breve parabola terrena e che potrebbe conferire un significato finale a questa breve esistenza.
Per questo ho voluto rappresentarla proprio mentre riposa ricomposta nel suo feretro, nel silenzio, finalmente in pace. Le passioni e i travagli del mondo già così lontani.
Una bella addormentata contemporanea, una visione che strazia e incanta allo stesso tempo.
La bellezza enigmatica dell’abbandono definitivo.

Da cosa deriva la costante accezione grottesca che permea i tuoi lavori?
Sembri molto affascinato dalla trasformazione di quelli che un tempo erano reali incarnazioni di ideali estetici, dal modo in cui vengono completamente modificate dal Tempo. Che rapporto hai con esso? Lo vivi tranquillamente o ne sei ossessionato?

Come spiegavo prima la vecchiaia è sempre una prospettiva che angustia l’uomo. La scultura mi aiuta a sciogliere ansie e paure a riguardo. Già da piccolo agivo in questo modo, ma attraverso il disegno. L’arte a mio parere è una sorta di psico-analisi e porta a toccare temi ricorrenti: nel mio caso vecchiaia, morte, decadenza del fisico.
In alcuni personaggi che mi colpiscono è manifesta la caparbietà di cercare di rimanere vitali, seducenti. Questa è conseguenza dei valori imposti dalla società attuale, che fortemente ci condizionano: la vecchiaia è oggi percepita in modo quasi esclusivamente negativo, diviene una fonte di costante preoccupazione. La donna in questo senso rimane ancora più condizionata, poiché culturalmente le viene da sempre imposto di rendersi desiderabile.
Impazza la chirurgia plastica ma se ti pieghi a questa ottica di illusoria rimozione del tempo passato, ecco che esce il grottesco. C’è il rischio di trasformarsi in una caricatura. Soprattutto le attrici non sfuggono a questo crudele diktat.
Trovo che l’intervento chirurgico sia deleterio in quanto snatura, deturpa. E purtroppo quanto si cerca di camuffare la vecchiaia e tanto più la si rende evidente.

Quanto ti senti limitato dal fatto di dover necessariamente vendere, quindi piacere\colpire, nel momento in cui pensi a una nuova opera? Hai trovato un buon compromesso?
In realtà io mi sento un po’ un outsider.
Lavoro in piena libertà e la preoccupazione di vendere/piacere è per me molto secondaria; amo avere libertà di decidere – di volta in volta – dove e con chi lavorare. Ma soprattutto, ci tengo ad avere assoluta autonomia creativa. Non voglio sentirmi condizionato: cerco di collaborare liberamente con gallerie e curatori di cui ho stima evitando di essere  soggetto al tiranneggiamento di un contratto in esclusiva. Questo è un lusso impagabile.
C’è un’altra faccia della medaglia che va considerata: non avendo un rapporto privilegiato con un’unica galleria, non c’è nessuno che sia pronto a coprirti le spalle e ti ritrovi spesso scarsamente tutelato, anche dal punto di vista economico. In pratica ti autogestisci.
Personalmente mi considero fortunato ad avere incontrato alcune ottime gallerie e vari eccellenti curatori che mi hanno coinvolto in progetti stimolanti, dandomi spazio senza farmi sentire imbrigliato.