A Portrait of: Louise Brooks

Louise Brooks nasce nel Kansas nel 1906.
Sarà sua madre a instradarla verso la sua passione principale, la danza: un amore grande per Louise, tanto forte da spingerla ad abbandonare il liceo per fuggire a New York, dove studia alla scuola di ballo Denishawn con compagne di corso dal calibro di Marta Graham. Un’esperienza che non si rivela troppo duratura e che la conduce, dopo un breve periodo di lavoro con i George White Scandals, nell’ atmosfera anticonformista e scoppiettante delle Zigfield Folies.

Il suo temperamento ribelle, le sue battute argute, la sua spavalda sincerità, emergono con forza in un ambiente caratterizzato da una profusa ipocrisia e dal falso perbenismo: proprio questo atteggiamento la rende il prototipo della flapper, nuovo modello femminile di donna indipendente, che rompe con il tradizionalismo in ogni sua declinazione.
Louise esprime questa sua essenza anche nel look, attualissimo a tutt’oggi: i capelli lisci tagliati, ultracorti, in un geometrico caschetto dalla frangetta lineare, ispireranno (oltre mezzo secolo dopo) Guido Crepax  per la sua Valentina.

È datato 1925, il suo debutto cinematografico in The street of forgotten men. Sono gli anni del muto e Louise, con la sua intensa espressività, nei chiaroscuri del bianco e nero esprime al meglio le sue doti innate. Nel 1928, un serpeggiante erotismo carico di intrigante ambiguità caratterizza ogni film a cui la Brooks prende parte: indossa abiti maschili in Beggars of Life di William Wellman, è una provetta seduttrice contesa da due marinai in A girl in every port di Howard Hawks.

La vera svolta arriva per lei in Germania, dove Georg Wilhelm Pabst la preferisce a Marlene Dietrich per il ruolo di Lulu in un film che traduce cinematograficamente due drammi di Wedekind (Il vaso di pandora e Lo spirito della terra) ed ha il titolo di Il vaso di Pandora. Lulu incarna il mito della donna fatale: sensuale, provocante, temibile nella sua amoralità ma al tempo stesso, come lo spirito della terra, di una purezza istintiva e immediata, naturale nella sua quintessenza. Il suo è un eros primordiale, senza calcoli né finzione, che per contrasto porta alla luce la falsità e la doppiezza sociali insinuate in esistenze all’apparenza irreprensibili. Un tema che riappare in tutta la sua eclatanza anche nella successiva pellicola di Pabst, Diario di una donna perduta.

In Europa Louise Brooks, mai in sintonia con Hollywood, riesce a trovare un’affinità professionale e di vedute che sfocia in risultati eccellenti: a Parigi, nel 1930, è protagonista di Prix de beautè di Augusto Genina, sceneggiato da Pabst e Renè Clair. Nello stesso anno inizia paradossalmente il suo declino: il rifiuto di doppiare un suo film muto, The canary murder case di Malcolm St.Clair – di cui rimane memorabile il costume da canarina, creato da Trevis Banton, da lei indossato – le attira un’aperta ostilità nei suoi confronti.
In patria si sposa e divorzia, recita in due western e in film minori, ripiega sulla radio dove è protagonista di alcune soap operas e sketch pubblicitari, trova impiego presso i grandi magazzini Saks.

Con l’avvento del sonoro e delle bionde di celluloide in stile Jean Harlow, Louise si allontana dal mondo del cinema scegliendo la solitudine, l’oblio; ma nel 1955 sarà ancora l’Europa a rilanciarla: a Parigi Henri Langlois, direttore della Cineteca Nazionale, elegge il suo volto a simbolo della mostra 60 anni di cinema, riproponendo i suoi film. L’incontro decisivo con James Card, fine esperto di film muto, la incoraggia poi nella direzione della scrittura: sagace, colta, brillante, rivela lati inediti della sua personalità in una serie di articoli sullo show business e sui suoi personaggi raccolti, nel 1982,  in Lulu in Hollywood.

Louise Brooks muore nel 1985: icona, donna simbolo di un’era, vibrante e versatile, incarna a tutt’oggi l’avvincente fascino di uno stile senza tempo.