Armonia, innocenza e purezza: Giulia Bersani

Sentire gli alberi, le foglie, l’erba bagnata; sporcarsi le mani e i piedi, graffiarsi la pelle: questo è il verbo di Giulia Bersani. Il suo mondo è un film che nessuno ha ancora girato, in cui l’obiettivo è silenzioso e trasparente e si muove tra sogno e realtà, in un mondo altro che vive parallelo e incontaminato, dove le ragazze sono libere, pure e di un innocenza strana che vive ancora prima della stessa innocenza. I colori sono pieni, le immagini vive, quasi corporee, ma le sue ragazze non si fanno toccare, corrono via e non ci vedono mai.
Classe 1992, questa giovane fotografa milanese ci porta in un mondo di purezza originaria, con una sensibilità e un occhio preziosi. E i graffi sulla pelle diventano i nostri, l’odore dell’erba bagnata riempie la stanza a guardare a lungo le sue foto.
Così, mentre parliamo, tutto si fa più luminoso.

Se dovessi descrivere le tue fotografie scegliendo solo tre parole, quali sarebbero?
Intime, grezze e in movimento.
Qual è il tuo primo ricordo associato alla fotografia?
La piccola Kodak usa e getta che i miei mi hanno affidato per andare in gita a cinque anni. La credevo preziosissima!
Come ti sei avvicinata alla fotografia? E com’è stato il tuo primissimo apprendistato: autodidatta o hai seguito (o segui) dei corsi?
È difficile rispondere. È come se più volte mi fossi avvicinata alla fotografia, ogni volta su un livello diverso, per cui è difficile stabilire quando e come è successo. Da piccola fotografavo bambole e amiche come una qualsiasi bambina con un qualsiasi gioco, e ho continuato fino a quando non ho smesso di giocare (forse mai… Forse anche adesso fotografo bambole e amiche).  L’ anno scorso ho seguito un corso base da 30 euro al liceo. Da quest’ inverno lavoro da autodidatta (con l’ aiuto di amici e internet) sull’ analogico.

Utilizzi sia il digitale che l’analogico – con quale ti senti più a tuo agio, quale senti più tuo?
Di sicuro, appunto, l’analogico. È come se ormai le avessi (quasi) addomesticate quelle macchine e quelle pellicole (o meglio, come se loro avessero addomesticato me), mentre con il digitale ancora ci sono dei malintesi, e lo sento troppo leggero. Come se non desse consistenza a quello che vedo. Come se il primo fosse terra, con alberi e tutto quello che ci sta dentro, e il secondo solo vento che sfugge.
 Quali sono le tue macchine fotografiche?
Una Canon EOS 1000D, una Polaroid Spirit 600, una Diana-giocattolo F+, la Zenit EM che uso il 90% delle volte, e poi tre analogiche di scorta (Zenit, Pentax e Praktica).

Ragazze e luci morbide: cosa ami fotografare e che mondo vedi attraverso l’obiettivo?
Amo fotografare soprattutto me stessa e i miei sogni. Non sono molti i miei self, e ancora meno quelli in cui mi si riconosce. Non amo particolarmente mostrarmi e non voglio venire giudicata per il mio aspetto ma per il mio occhio. Tuttavia amo trovare me stessa nelle mie modelle e far fare loro quello che farei io (arrampicarmi, vivere con tutti i sensi il posto in cui ci si trova e vivere molti posti come se fossero un parco giochi, a volte chiudermi e stare due minuti con me stessa, a volte sentirmi più animale che uomo etc.). Per questo è difficile trovare le persone adatte.

Nelle tue foto spesso compaiono altri fotografi – chi hai fotografato e quale credi che sia il peso che queste collaborazioni hanno nel tuo percorso formativo?
Questa domanda mi spiazza un po’. È vero, ho fotografato una decina di amici con cui condivido (o ho condiviso) la passione per la fotografia, con cui ci si scambia pareri e ci si ispira a vicenda. Anche loro hanno fotografato me. Non è un progetto particolare, semplicemente mi piace fare ritratti a persone che stimo e che conoscono il mezzo con cui li ritraggo.
Di sicuro non il fatto di esserci fotografati a vicenda ma quello di avere conosciuto tutti loro mi ha aiutata moltissimo e continua ad aiutarmi. Da ognuno imparo qualcosa sul mezzo fotografico o su me stessa, e ci si scambiano energie e sogni, sempre utili per andare avanti.

Se potessi scegliere una persona, del presente o del passato, famosa o meno, da fotografare, chi vorresti avere?
Björk. È una grande ispirazione per me, per come appare. Poco civilizzata, forte, con atteggiamenti animaleschi che sembrano provenire dall’inconscio.

Chi troviamo nel tuo immaginario? Fotografi, registi, ispirazioni e amori, quali sono le tue influenze, le tue passioni?
Non sono brava con i nomi. Nel mio immaginario ci sono pezzi di immagini, di sogni, di vita o di ispirazioni che non riesco a collocare. Magari provengono da ricordi lontani, o da uno spot pubblicitario visto l’ altro giorno, davvero a volte non mi ricordo. Prendo un po’ di qua e un po’ di là. O meglio, io vado avanti e mi ritrovo questi frammenti incollati addosso.

Tra i fotografi contemporanei, chi ci inviti a seguire?
So che ce ne sono di molto più bravi e famosi, ma voglio indicare Heiner Luepke. Adoro il modo in cui le sue ragazze sembrano essere in trance, e sentire il mondo e muoversi senza mai svegliarsi.
Se Giulia fosse un film, chi dirigerebbe la pellicola, chi reciterebbe e chi canterebbe la colonna sonora? 
Nessuno. Oppure tutti insieme. C’è tanta gente in cui ritrovo un lato di me stessa, ma nessuno in cui mi ritrovo tutta. Ho molte facce, molti aspetti. Alcuni vengono fuori più spesso e più facilmente e altri quasi mai, ma non è detto che questi ultimi siano meno importanti e meno forti dei primi. Anche io continuo a stupirmi di me stessa. Ogni tanto scopro un lato nuovo senza averlo sentito arrivare e senza averlo mai immaginato.

Ringraziamo Giulia e vi invitiamo a guardare le sue belle fotografie su Flickr.