A Portrait of: P.J. Harvey

Polly Jean Harvey nasce e cresce in paesaggio rurale tra animali e verde in una fattoria del Dorset, posto dove ancora oggi ha scelto di vivere. I suoi genitori amano l’arte, la madre scultrice ed il padre artigiano incoraggiano lei ed il fratello Saul ad esprimere loro stessi e li crescono con il blues di Robert Johnson, Howlin’Wolf e Bob Dylan.

La ragazzina è inquieta, trascorre molto tempo da sola, dipinge, scolpisce e scrive racconti, poesie ma soprattutto canzoni. Studia sassofono e presto con gli amici inizia a suonare in qualche gruppo. È il 1991 quando questa ventiduenne magrissima, quasi emaciata, con grandi occhi verdi, labbra carnose e capelli corvini esordisce con “Dress”. Il singolo è una folgorazione, la stampa inizia ad interessarsi a lei e, con la pubblicazione di “Dry”, eletto miglior album dell’anno, iniziano a fioccare le copertine, tra le quali quella di NME con la schiena nuda, particolare che solleva accuse di anti-femminismo.

La sua immagine è quella di ragazza semplice, senza un filo di trucco, in jeans, giubbotto di pelle, canottiera e Doc Martens, con i capelli raccolti, le ascelle non depilate e lo sguardo spaesato, un’immagine che riporta alla mente un vecchio scatto della pittrice Georgia O’Keefe. I suoi testi sono tutt’altra cosa. “Dry” è un pugno in faccia, a tal punto da venire definito la colonna sonora di un esaurimento nervoso. È una deriva frammentaria di urgenza carnale in cui si parla in modo diretto e crudo di sessualità, sangue, amore che consuma e lascia lividi.

Questa foga inquieta trova continuità nel successivo “Rid of me”. Polly Jean diventa P.J. I paragoni con altre riot girls si sprecano, in particolare quelli con Patti Smith e Lydia Lunch, che la cantante liquida come giornalismo pigro. La fanciulla del Dorset sta crescendo e, come ogni ragazza della sua età, è tempo per P.J. di sperimentare con la sua immagine. Il trucco diventa molto marcato, a volte sbavato, drammatico, i capelli da gorgone, indossa vestiti aderenti, tutina in lycra fucsia, pellicce ecologiche, soprabiti maculati, boa di piume.

Rifiuta ogni presunta influenza del teatro Kabuki, dell’estetica drag queen, per poi autodefinirsi “Joan Crawford in acido”, ricordando l’interpretazione dell’attrice in “Che fine ha fatto Baby Jane”. Il risultato dovrebbe essere una sorta di caricatura della perfetta casalinga anni ’50 sempre curata, con le scarpe col tacco alto e gli occhiali dalla montatura felina. A Spin dichiara: “Questa combinazione di essere elegante, divertente e rivoltante tutto allo stesso tempo che mi affascina. Veramente trovo che questo modo di portare il make-up, tutto sbavato, sia estremamente bello. Forse ho solo un senso della bellezza un po’ distorto”.

La rivista Mojo la definisce in modo centrato come l’improvvisata fusione tra Gloria Swanson, Diamanda Galas e Vampirella: lungo abito scarlatto, capelli simili a un nido di corvi, il trucco di chi sta per scendere nel sepolcro. È questo il frame che s’imprime nella mente di molti mentre P.J. canta. Erotismo drammatico, magnetico senso della fisicità, sangue, dolore e desiderio sono elementi che accomunano la Harvey alla poetica della fotografa Francesca Woodman e dell’artista francese Gina Pane, di cui fino all’ 8 luglio è possibile visitare la mostra antologica presso il MART di Rovereto.
Il 1995 è l’anno di “To bring you my love”, del blues viscerale, dell’incomunicabilità, di testi come “Ho giaciuto col diavolo, ho maledetto il buon Dio, rinunciato al Paradiso per portarti il mio amore”, ma è anche l’anno di un duetto che passerà alla storia. Polly incontra il suo alter ego maschile Mr Nick Cave con cui canta lo standard “Henry Lee”.

Durante la lavorazione del video, vestiti allo stesso modo, come due immagini speculari, immersi l’uno nell’altra, i due s’innamorano e per un periodo fanno coppia fissa, dando origine ad una sorta di carteggio musicale che avrà strascichi nei loro lavori successivi. Lei di lui dirà: La prima volta che ho ascoltato un suo disco avevo diciotto anni. Sono rimasta sconvolta dalle sue canzoni e non ho ascoltato altro per molto tempo. La sua musica aveva toccato alcune parti di me in modo così forte.

Se una sola immagine potesse rendere l’emozione di To bring you my love la candidata favorita sarebbe un vecchio scatto di Helmut Newton intitolato Pina Bausch coccodrillo, in cui le gambe della danzatrice sbucano dalle fauci dell’animale. P.J. matura e si libera degli orpelli: “Era solo una maschera per me, mi serviva a esorcizzare un momento molto difficile della mia vita. Ma era tutto falso, costruito. Adesso sono cambiata e sul palco mi sento me stessa, come quando vado a fare la spesa”.

La natura intima, ma raffinata, quasi eterea si manifesta con “Is this desire” in cui la cantante presta la voce a Catherine, Angelene, Leah ed alle altre figure femminili che popolano il disco. La conferma di un ormai stabile successo arriva con “Stories From The City, Stories From The Sea”, dodici canzoni scritte tra New York e il Dorset che restituiscono una Polly più solare.

Con “Uh uh her” del 2004 torna l’aggressività, il low-fi, il livore che lascia la ferita d’amore, ma non il look truce, l’unica scelta eccentrica è quella del completo bianco in pvc realizzato per lei dallo stilista Todd Lynn per il video di “This is love”. Il P.J. style è arrivato, negli anni, ad una formula abbastanza consolidata composta da top basici, minigonne, culottes, stivali col tacco, su cui a farla da padrone sono le esili gambe di Mrs Harvey, rese celebri da una sua immagine in slip e t-shirt nera su cui campeggiava la scritta “Lick my leg”.

Sin dall’esordio Maria Mochnacz contribuisce all’estetica dell’artista, ne cura i video e le copertine degli album e con cui Polly Jean vive un sodalizio quasi più spirituale che artistico, che ha visto l’entrata di una terza componente quando Annie Mochnacz, sorella di Maria, ha iniziato ad occuparsi del look della cantante. Se i lavori dei primi anni ben si sposano con una fotografia livida, in bianco e nero come quella di Eugenio Recuenco, Katia Chansheva e la sua arte femminile e sofferente, Ellen Rogers, Jacques Henri Lartigue, Emmet Gowin, Frank Horvat, Bill Brandt o Edouard Boubat, il matrimonio migliore per i suoi ultimi lavori è quello con l’arte classica e preraffaellita. In particolare con “The Lady of Shallot Looking at Lancelot” di John William Waterhouse e con “The white girl” di James Abbott Mcneil Whistler, ma anche con Schiele, Lucien Freud e il più contemporaneo “The murmur of the innocent” di Gottfried Heinwein.

Questa minuta donna del Dorset, umorale, istintiva, viscerale che ha scelto di basare tutta la propria vita sull’istinto, nel 2007, quarantenne, dà alle stampe “White Chalk”. Piano chitarra e voce, la magnetica P.J. canta il dolore di un amore finito, la solitudine, senza sovrastrutture, nuda, offrendo i suoi sentimenti a chiunque ascolti. L’estetica che accompagna l’album è quasi spiritistica e vede la donna eterea, simile ad un fantasma, in abiti ottocenteschi, edoardiani, austeri scelti con cura da Annie Mochnacz.

Polly è un’incarnazione terribile ed intensa che ricorda la figura di June Carter Cash e la poetica di Louise Borgeois. Parte della crescita di una persona è aprirsi al mondo, cosa da cui la Harvey è sempre rifuggita, ma con cui sceglie di fare i conti in “Let England Shake”. È un folk elettroacustico registrato in una chiesa, scarno che contiene struggenti brani sugli orrori delle guerre. A dare volto alle liriche e il visual di Seamus Murphy, a dare forma agli abiti è una grande fan di Polly, la stilista Ann Demeulemeester che la veste per l’ultimo tour con look, poetico, mistico, quasi ancestrale fatto di lunghi abiti in pelle, che ne esaltano la fragilità.

Nel tempo molte si sono ispirate a questa cantante che tanto crudamente ha cantato i suoi demoni, da Peaches a Marina and the Diamonds, passando per Karen O, Anna Calvi ed Alison Mosshart, ma nessuna di loro è riuscita a coglierne in pieno la complessità. Ha influenzato la musica, ma anche la moda di stilisti come Vena Cava, Jantine Van Peski, Cratures of the wind, Sara Bro Jorgensen, Alice Temperley, Gareth Pugh.

Polly Jean Harvey ha basato tutta la sua vita sull’istinto, dando vita ad un’immagine iconica ed allo stesso tempo aperta a più letture. Ha avuto un’epoca drammatica e teatrale in abiti kitsch e make up sfatto, è stata ninfa acquatica dal lungo vestito rosso in raso, è passata per una più gioiosa in cui vestiva con abito t-shirt delle Spice Girls, è stata spirito edoardiano fino a diventare the last living rose.

Ha detto “non sono più complessa di qualunque stereotipo, e ci sono parti di me destinate a rimanere completamente sconosciute” e nella penombra ha scelto di vivere ritirandosi nell’amata campagna inglese. Poco si sa della sua vita privata, è zia di quattro nipoti, frequenta una cerchia ristretta di amici, vive lontano dalla frenesia e dalla folla, ama la solitudine, è stata innamorata, ma a trapelare sono pochi nomi: Steve Albini, Nick Cave, Vincent Gallo, John Parish, che da quasi vent’anni ne è la spalla musicale.

Ha sempre cercato con attenzione le parole da usare, volendo rimanere una narratrice. Magra, minuta, con la bocca storta, i capelli ribelli, il viso irregolare e una somiglianza con una giovane Inez Van Lamsweerde, nessuno si azzarderebbe a definirla bella eppure gode di un incredibile fascino. È il magnetismo dell’inquietudine, della fragilità esposta come la dote principale e non come una cosa di cui sbarazzarsi. È la foga elegante che giace nel cuore di tutti noi.