E-movie: Diaz (Don’t clean up this blood)

Il 2001 è stato sicuramente l’anno più buio del XXI secolo. L’11 settembre e la conseguente guerra in Iraq sono diventati rispettivamente il punto di inizio e il culmine di una stagione buia, che ha coinciso con le rappresaglie avvenute nel complesso scolastico Diaz, durante il G8 di Genova. Quei fatti, risalenti all’estate di quell’anno, vengono ora raccontati nel film di Domenico Procacci, Diaz (Don’t clean up this blood), sotto il monito di Amnesty International, che allora non esitò a definire quanto accaduto a Genova, come “la più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.

Lontano da dietrologie e finti perbenismi, la pellicola racconta quella che è stata più volte definita come la “notte cilena”, per le violenze disumane inflitte ai pacifisti in seguito al raid della polizia, e degne della peggior dittatura sudamericana, all’interno delle scuole Diaz, Pascoli e Pertini, in un edificio che quindi porta il nome di quell’uomo che affermava che “i giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.

Purtroppo, come sappiamo, quella notte l’onesta è venuta a mancare e la ricostruzione attuata da Domenico Procacci ne è la prova. Avvertire e poi vedere negli occhi lucidi degli spettatori in sala lo sconcerto per il venir meno del diritto umano per antonomasia, la democrazia, rende disarmati.

Ancora una volta l’ostracismo da parte di chi dovrebbe finanziare la cultura non ha esitato a manifestarsi. Il film, distribuito da Fandango, è partito “indipendente” per poi contare su piccoli aiuti, sia pubblici sia privati, in particolare dopo aver vinto il Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Berlino, dove il film è stato accolto con i dovuti riconoscimenti.

D’altronde, il cast parla da solo. C’è uno spettacolare Claudio Santamaria nei panni inaspettati del vicequestore del primo reparto mobile di Roma, Max. E c’è Elio Germano che interpreta il giornalista della Gazzetta di Bologna, barricatosi anch’egli insieme ai pacifisti. Vedere questo film significa contribuire a divulgare una storia che in tanti ancora non conoscono, ed evitare di commettere gli stessi errori in futuro, in un paese dove purtroppo, il reato di tortura non è contemplato dal codice penale.