A Portrait of: Rudi Gernreich

Futurismo è, nel fashion system, la parola sulla bocca di tutti da più di sei mesi. Le prime suggestioni a colpire l’immaginario comune sono tessuti metallizzati, forme dinamiche, colori fluorescenti e inserti di vinile. Spesso si chiama in causa il Mod-style, con donne in abiti di resina e stivali bianchi sopra il ginocchio; in alternativa, si cita la Factory di Andy Warhol, interamente rivestita di fogli argentati. Di fatto, l’influenza che la Space Age ebbe sulla cultura – e, in particolare, sulla moda degli anni ’60 – fu forte e inevitabile. Furono anni in cui si rincorse l’utopia di un mondo altro, migliore e migliorato. Oggi, come allora, futurismo, non a caso, fa rima con escapismo.

Eppure, parlando di look futurista, il primo nome da fare sarebbe quello di Rudi Gernreich. Lo stilista, nato nel ’22 a Vienna, fu costretto appena sedicenne ad espatriare a Los Angeles per fuggire i nazisti. Trascorse il resto della sua vita in California e, nel 1943, venne naturalizzato cittadino statunitense. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale si esibì come ballerino classico per la Lester Horton company di Los Angeles; all’interno della compagnia, Rudi era anche costumista. Fu questo il suo primo ruolo da designer, che lo portò a fondare, nel 1964, la Rudi Gernreich Inc. Fu portatore sano del look futurista e, da buon antesignano di una corrente, proprio lui la superò, andò oltre, anticipando così i tempi di abbondanti tre decenni.

Gernreich si dedicò instancabilmente anche all’attivismo politico, ponenedosi in prima fila a sostegno dell’emancipazione femminile e per la difesa dei diritti degli omosessuali. Lo stilista fu infatti co-fondatore, insieme al suo amante Harry Hay, della prima organizzazione omofila negli Stati Uniti, la Mattachine Society.

Libertà è plausibilmente il termine più adatto a descrivere il lavoro di Rudi Gernreich. Egli fu fautore di un’estetica avulsa da nostalgie e attaccamento al passato, quanto piuttosto proiettata all’avvenire, fautrice del progredire e nutrita di dinamismo. Influenzato dal funzionalismo della corrente Bahuahus, Rudi Gernreich progettò abiti per un essere umano libero da qualsivoglia condizionamento sociale o pregiudizio di genere.

Di conseguenza, spesso i modelli disegnati venivano proposti per la donna come per l’uomo, indifferentemente, tanto che viene spesso citato come propulsore del look unisex. Frutto di tale filosofia libera e libertina fu l’invenzione del monokini – un bikini senza reggiseno, antenato del topless – e del pubikini.

A Rudi Gernreich si deve anche la rivoluzione del ‘no-bra’ bra, il reggiseno-non-reggiseno, che per la prima volta liberò il corpo femminile da imbottiture, ferretti e costringenti spalline, con l’intento di alleggerire la donna che si stava emancipando, donandole la sfacciataggine, l’indipendenza e la spensieratezza di un seno che non si atteneva a canoni estetici predefiniti, ma che appariva così com’era: reale.”Quando le persone sono giovani” diceva Gernreich, “è il momento giusto per rendere perfetti i loro corpi e indossare abiti che mostrino le loro forme”.

Collaborò assiduamente con il fotografo William Claxton e la modella Peggy Moffit. Quest’ultima, armata di ciglia finte e pesante trucco nero, divenne musa dello stilista e posò nelle sue creazioni più dissacranti e controverse, tra cui gli irriverenti costumi da bagno, i tanga, gli avveniristici abiti in vinile, le stampe geometriche mixate con l’animalier, o il primo abito in plastica completamente trasparente. Furono queste tutte innovazioni introdotte nella moda da Rudi Gernreich e promosse tramite la fotografia di Claxton. Forgiarono l’estetica di un’era e consegnarono alla storia alcune tra le immagini più emblematiche degli anni ’60.

Ad oggi, niente è più originale, nè tantomeno controverso o rivoluzionario. In un momento storico in cui tutto è già stato visto, detto e inventato, la figura di Rudi Gernreich risulta oltremodo profetica. Padre di una moda che fu più moderna allora di quanto lo sia attualmente, emblema di un progresso nutrito di ideali – e non del progresso fine a se stesso – Rudi Gernreich è più contemporaneo dei protagonisti del presente.