A Portrait of: Diana Vreeland

Esistono vite così piene di incontri fortuiti, di personaggi importanti, stravaganti, da sembrare fatte per essere raccontate; tanto piene di magia da poter essere frutto della penna di un abile scrittore. Una di queste è sicuramente quella di Diana Vreeland. La sua è un’esistenza fantastica, decisamente elitaria, al limite del surreale.

Nasce a Parigi all’inizio del ‘900. Considera questa una grande fortuna tanto da affermare anni dopo: “una volta che hai fatto in modo di nascere a Parigi, tutto il resto è strada in discesa”. Il padre Frederick Young Dalziel è un banchiere scozzese. La madre Emily Key è una bellissima socialite che chiama la piccola Diana “il mio orribile mostriciattolo”, sottolineando la non avvenenza della figlia. La bambina cresce tra la capitale francese e Londra, per poi seguire la famiglia a New York.
La sua è un’educazione prettamente visiva e non convenzionale, immersa tra persone ed esperienze uniche. Frequentatori abituali dei Dalziel sono personaggi come: Buffalo Bill, Nijinski, i Windsor, Coco Chanel, Charles Lindbergh, Diaghilev. Grazie proprio al famoso coreografo la ragazza sviluppa una passione per l’iconografia dei Balletti Russi e per l’imperatrice Caterina II che l’accompagnerà sempre.

Il rapporto complicato con la madre la spinge ad essere differente. A quindici anni nel diario scrive: “devo essere originale, devo imparare a trasformarmi”. Così, col tempo, costruisce un’immagine iconica. Unghie laccate di rosso, come l’immancabile rossetto e il fard marcato che porta sulle guance, cerone bianco in viso, che la rende una maschera perfetta per il teatro Kabuki, capelli a caschetto blu scurissimo, gioielli vistosi, scarpe su misura ed abiti meravigliosi, meglio se Chanel e Balenciaga. Diana è ora extraordinaire. È splendidamente brutta.

Nel ’23 incontra e sposa il banchiere Thomas Reed Vreeland, con lui trova nuova sicurezza in se stessa, le insegna a camminare elegantemente e lei lo ripaga con 60 anni d’amore. Il loro matrimonio è pieno di mondanità, di feste e balli ed è proprio durante uno di questi che la vita di lei cambia. Una sera mentre balla al St Regis Hotel con un abito in pizzo bianco di Chanel ed una rosa tra i capelli viene notata da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar che le offre un lavoro nella redazione moda.

Diana ha poco più di trenta anni e non ha mai lavorato un solo giorno in vita sua. La Snow le affida “Why don’t you”, uno spazio in cui Diana risponde alle lettere delle lettrice dando bizzarri consigli come ad esempio: “perché non lavare i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne?” o “perché non dipingete una mappa del mondo sulla parete della camera dei vostri bambini?”. La rubrica è un successo, grazie anche all’impaginazione creativa di Alexey Brodovitch, e l’influenza della Vreeland cresce sempre più.

Presto il giornale diventa lo specchio del suo gusto. Inserisce soluzioni innovative come le doppie pagine, eredità raccolta da Anna Piaggi, copertine meravigliose dalla grafica ricercata scopre modelle, fotografi, artisti. È lei ad offrire il primo lavoro ad Andy Warhol e a dare spazio a Richard Avedon. Alla morte della donna il fotografo afferma: “Prima di lei il fashion editor metteva cappelli in testa alle signore della buona società. Diana invece partiva dalla straordinaria galleria della sua immaginazione”.

Prima di lei la professione dell’editor non esiste, i giornalisti si limitavano a guardare le collezioni, a scattare qualche foto e a pubblicarle con una didascalia di poche righe. Mrs Vreeland è una donna curiosa di tutto, senza pregiudizi e convinta che si debba dare alla gente ciò che non ha a casa, bisogna portarla da qualche parte. È alla costante ricerca del perfect whole, della chiave per rendere la moda attraverso un’immagine, un’esperienza sensoriale coinvolgente. Ha una precisa idea di stile. Non segue la moda, è la moda a seguire lei.

Dopo ventotto anni a Harper’s Bazaar passa alla direzione di Vogue. Il suo Vogue è più femminile, sexy, con maggiore attitudine, parla di jet set, introduce il fashion editorial all’arte, offre servizi scattati in località esotiche, ha unicità, individualità, un nuovo standard a cui tutte le riviste di moda si adegueranno e che, oggi come ieri, è un esempio a cui guardare. Con Diana Vreeland si apre un nuovo corso del giornalismo di moda.

Lavora con fotografi come Louise Dahl Wolfe, Cecil Beaton, Irving Penn, David Bailey, Richard Avedon, Lillian Bassman e fa scrivere articoli ad amici come Fitzgerald e Capote. Scopre le chicerinos, neologismo che mischia il termine chic con una forma diminutiva: Lauren Bacall, Verushka, Anjelica Huston, Barbra Streisand, Edie Sedwick, Peggy Moffitt, Marisa Berenson, Twiggy e Benedetta Barzini. Proprio questa ultima dell’editor dice “voleva che le donne consumassero moda, consumassero bellezza”. Avvicina i lettori alla factory ed al mondo della pop art di Warhol, pubblica servizi su O’Keeffe, Pollock, Nureyev, vuole introdurre l’arte nella moda.

Sposa il culto della celebrità, diventando lei stessa l’oggetto di quel culto, anticipando di anni l’attitudine di stylists e bloggers. Pioniera del bello non convenzionale, Diana è attratta da bellezze imperfette, di cui esalta i difetti. Con lei le ragazze diventano personalità, le attrici diventano modelle e le beautiful people del jet set come Marella Agnelli appaiono tra le pagine della rivista, una delle tante cose che riprenderà Mrs Wintour. È ancora l’eccentrica signora a dare immagine agli anni 60, arrivando a paragonare i giovani stesi nel prato a Woodstock ad un opera di Manet. È un tramite tra Europa ed America, introduce le americane al bikini, alle stampe animalier, alle ciglia finte, al maglione a collo alto, ai sandali con la zeppa. Diventa persino stylist di Jackie Kennedy, creando così una nuova icona.

È una direttrice fuori da ogni schema. Impartisce ordini alla redazione da casa, arriva in ufficio solo dopo mezzogiorno, ma lavora 18 ore filate, lasciando ovunque post-it gialli con le sue direttive. Singolare è anche il suo vocabolario, crea continuamente termini e neologismi come flamboyant , allure, chic, pizazz. È lei, con il suo stile personale, le sue ossessioni ad avere l’unica opinione che conta. È la personificazione del “Diavolo veste Prada”, prima di Prada – come lo conosciamo noi oggi – .

È il 1971 e Diana, che viaggia sui sessant’anni, viene licenziata. Il suo Vogue è troppo eccessivo, eccentrico, troppo esotico, dispendioso, elitario. Ma la signora che andava alla ricerca del rosso perfetto, asserendo che una donna non può esimersi dal colore rosso, perché sarebbe come rinunciare a una persona che si ama, trova un incarico al Metropolitan Museum of Arts. Ed anche qui è rivoluzionaria.

Dipinge i muri, fa lo styling ai manichini, sega loro i seni, sparge profumo. Attinge a tutte le sue ossessioni come il colour blocking, i balletti russi, l’orientalismo, la couture dei primi decenni del ‘900. Vuole dar peso all’idea piuttosto che all’accuratezza storica, desidera suggerire un’interpretazione al museo come ponte tra luogo di riflessione culturale e luogo dello shopping.

Proprio in questi giorni Palazzo Fortuny a Venezia, fino al 25 giugno 2012, le dedica la mostra Diana Vreeland after Diana Vreeland, che attraverso un’esposizione scarna cerca di rendere il suo snapshot critico della pratica curatoriale ed il suo approccio visionario. Diana Vreeland è un personaggio immortale, la cui influenza seminale resta salda nel fashion system contemporaneo. Ha fatto dei giornali di moda non solo un medium che riporta i fatti, ma ha donato loro un ruolo nella società e tutte da Carine Rotfeld, Suzy Menkes, alla glaciale Anna Wintour fino alle fashion bloggers le devono molto e certo si sarebbe innamorata dei fashion films di Diane Pernet. Fra tutte è Anna Piaggi con il suo stile eccentrico e le doppie pagine su Vogue che ha raccolto la sua grammatica della moda.

Della donna per la quale il lusso era una necessità restano frasi memorabili: “L’eleganza è innata, e non ha niente a che fare con l’essere ben vestiti”, “Non bisogna mai aver paura di essere volgari, solo di essere noiosi”, “Il bikini è l’invenzione più importante dopo la bomba atomica”, “Non conta l’abito che indossi, conta la vita che vivi in quell’abit ”.

È parodiata da Kay Thompson in “Funny Face” con il motto “think pink!”, diventa bambola nelle opere di Greer Lankton, viene interpretata da Sarah Jessica Parker in un editoriale per Harper’s Bazaar. Lei che pareva mimetizzarsi nella carta da parati del suo ufficio, sarebbe perfetta come protagonista nelle installazioni di Liu Bolin e nelle opere di guerilla crochet di Olek. Allo stesso modo le sarebbero piaciute le immagini del lookbook primaverile di Mary Katranzou, così pieno di stampe e colori. Tra gli stilisti che subiscono il suo fascino certo quella che incarna i suoi gusti, orientalismo, colori forti, singolarità, è la spagnola Elisa Palomino.

Diana Vreeland non è mai stata banale, ha sempre fatto scelte coraggiose, non ha mai accettato un no come risposta e non ha smesso di imparare dalla vita. Ha sempre seguito i suoi desideri, le sue visioni e ha fatto in modo che prendessero forma in un’idea di stile, creando un riverbero che chiunque abbia a che fare con il mondo della moda non può ignorare.