La storia di un attimo: Philipp Bartz

Fotografare è raccontare la storia di un attimo, è attraversare un momento e riuscire a catturarlo, a salvarlo dal tempo: in questo Philipp Bartz è un maestro.
Ventitre anni, di Berlino, Philipp racconta ad Enquire come ha iniziato a fotografare, come da bambino che gioca ai giardini filmato dalla madre, sia diventato il fotografo delle luci tenui, dei sussurri e di come sia difficile raccontare una fotografia.

Qual è la tua prima memoria fotografica?

In realtà non ho un ricordo preciso. Quando ero piccolo, mia madre aveva l’abitudine di riprendermi, di scattarmi delle foto: un bambino dai capelli biondi e ricci che gioca in giardino. Insomma sono cresciuto avendo sempre macchine fotografiche intorno. Poi, abbastanza presto, avrò avuto nove o dieci anni, ho iniziato a scattare con la compatta di mia sorella. Facevo foto della mia stanza, dei miei poster, dei miei genitori, quel tipo di foto che fai da bambino. Sono felice di averle ancora con me, conservate in una piccola scatola.

Quando hai iniziato a scattare foto? Hai seguito una scuola o sei autodidatta?

Tre anni fa mi sono comprato la mia prima macchina digitale SLR, e un anno e mezzo dopo ho iniziato a scattare anche in analogico, per convertirmici definitivamente un anno fa. È stato un momento in cui ho capito che tutte le cose che amo, odio, ho o desidero, sono in continuo cambiamento e, dato che come scrittore non valgo un granché, il mio unico modo per conservarle è la fotografia.

Quali sono le tue macchine? E analogico o digitale?

Possiedo una Olympus OM2n analogica dei primi anni ottanta e di recente mi sono preso anche una compatta, la Olympus Mju II. Tutte le foto che vedete sul mio blog sono scattate con un obiettivo 50mm, due settimane fa ho comprato anche un bellissimo 28mm. Tutto quello che avevo di digitale l’ho venduto: non mi sentivo più a mio agio nell’utilizzarlo.

Ritrai persone e sentimenti, e la cosa più bella della tua fotografia è quella dolcezza, quella grana dolce, quella sottile sensualità. Com’è il tuo mondo attraverso l’obiettivo?

Io non sono bravo a dirti cosa ci sia nelle mie fotografie; spesso mi dicono che sì, c’è una dolcezza, una softness nei miei scatti. Quello che credo io è che la fotografia sia l’interpretazione del fotografo, della persona, dell’oggetto, di ciò che deve ritrarre, e quest’interpretazione si ottiene con i colori, la saturazione, la composizione e perfino con la scelta di ciò che si pubblica. Questo vale per l’arte come per il fotogiornalismo.

Uomini o donne, amici o modelli. Chi preferisci fotografare?

Mi piace lavorare con i modelli e le modelle, ma alla fine preferisco ancora fotografare i miei amici. In passato, quando ho iniziato, fotografavo solo ragazze, ma adesso sto fotografando via via sempre più ragazzi, che siano amici o modelli, perché con loro mi identifico più facilmente ed è dunque più facile per me inserire anche me nella fotografia. Ma, se dobbiamo parlare di estetica, continuo a preferire le ragazze.

Cosa c’è nel tuo immaginario? Fotografi, registi, artisti.

In questo momento sono affascinato in modo assoluto dal cinema, quasi più che della stessa fotografia. L’arte sofisticata di creare dialoghi, tensione, di raccontare una storia, di fare un film, mi emoziona e entusiasma moltissimo e i miei registi preferiti sono Kubrick, Spike Jonze e Lars Von Trier.

Philipp, se fosse un libro?

Sarei Il piccolo principe di Saint-Exupéry.

Il suo blog: www.blog.philippbartz.de