Preservare la dignità, soprattutto

La centrale elettrica di Battersea, a Londra, è certamente un’icona.

Ritratta in moltissime fotografie e in altrettanti film, forse il suo scatto più celebre è quello sulla copertina del disco Animals dei Pink Floyd. Era il 1977 e la centrale era ancora perfettamente funzionante: non sarebbe stata più attiva a partire da una manciata di anni dopo, nel 1983, esattamente dopo 44 anni di attività (era stata costruita nel 1939 su progetto dell’architetto Giles Gilbert Scott). Da quando ha smesso di funzionare è diventata uno spazio vuoto, inutilizzato: urban wasteland, come dicono oltremanica.

La Battersea non è solo un’icona tra gli appassionati di musica, come abbiamo visto, o del mondo cinematografico. O di Londra stessa. È famosa anche per i suoi pregiati interni in stile Art Déco. Dallo scorso febbraio è in vendita (articolo qui): è verosimile che ci vorranno molti soldi per comprarla, ma è altrettanto verosimile che chi si accollerà una spesa del genere potrà ricavarci quello che vorrà. Tipo un parco giochi. O un centro commerciale.
In verità c’era già stato un tentativo, da parte di John Broome, di trasformarla in un parco a tema, ma i fondi a disposizione sono finiti, il tetto nel frattempo è stato smantellato e la struttura in questo modo indebolita. La classica toppa peggiore del buco.
Allo stato attuale, dopo la messa in vendita, l’unico progetto concreto è stata l’approvazione da parte del Consiglio di Wandsworth di un progetto del valore di 6,5 miliardi di euro per il solito sviluppo di uffici, alberghi, negozi e attività commerciali di vario genere intorno all’area.

Sì è dunque creato, in Inghilterra, lo spazio per un dibattito sull’architettura dismessa e le sua funzione nel nostro presente. E cioè: giusto preservare un edificio del genere nella sua integrità (ovviamente per quanto possibile), oppure è meglio destinarlo ad altri utilizzi, più o meno snaturando l’impianto originale? A Vienna, per esempio, le quattro cisterne del vecchio Gasometro sono state date in restauro ciascuna ad una famosa archistar (Jean Nouvel, Manfred Wehdorn, Wilhelm Holzbauer e la cooperativa di architetti Coop Himmelb(l)au), e all’interno sono stati ricavati una grande sala per concerti e un centro commerciale suddiviso, appunto, in quattro diverse aree collegate tra loro da corridoi sospesi. Il risultato, in verità, è decisamente scarso. Se vi recate a Vienna convinti di visitare una buona rivalutazione di un’area industriale dalla grande importanza storica e iconografica, vi renderete invece conto che del vecchio Gasometer rimane solo la struttura  (alcuni interventi architettonici sono stati svolti ex novo anche all’esterno delle cisterne) e gli enormi manometri, tenuti lì un po’ per soluzione estetica esotico-vintage e un po’ per il pudore di non sottrarre completamente il passato. A onor del vero, è stata riqualificata meglio l’area intorno alle quattro cisterne, le quali però rimangono il simbolo indiscusso di tutto quell’impianto industriale. Applicare questa soluzione anche alla Battersea Power Station, probabilmente, non sarebbe il modo migliore per rendere giustizia ad un luogo storico. Non per via del centro commerciale in se, sia chiaro. Piuttosto per come l’operazione è stata condotta.
Un ottimo suggerimento arriva da Louise Banbury che, dalle colonne di Monocle, s’interroga su quale tra le soluzioni possa essere la migliore, e conclude strizzando l’occhio a quella suggerita dall’architetto Terry Farrell. Si tratterebbe di effettuare il restauro delle ciminiere pericolanti, in modo che esse non rappresentino un pericolo, e delle stanze di controllo in stile Art Déco, per preservare il patrimonio artistico. Dopo di ché, verrebbe creato un parco urbano che non snaturi la struttura della vecchia centrale. Una sorta di parco del ricordo, con la Battersea come unico elemento protagonista dell’area. Questo perché, dice Banbury, a volte è bene che di una struttura architettonica siano preservati il design, il patrimonio storico-culturale che si porta appresso e, soprattutto, la dignità.

Ecco la soluzione migliore: preservare la dignità. Essa, infatti, non va in disuso con la dismissione dell’attività industriale, ma rappresenta invece il perno per far rinascere l’elemento architettonico e conferirgli il giusto valore.
Foto in allegato dal Daily Telegraph e fanno riferimento ai render di Terry Farrell and Partners