A portrait of: Sandra Dee

Sandra Dee nasce Alexandria Cymboliak Zuck nel 1942 da una famiglia di origini polacche trapiantata nel New Jersey. Presto i genitori divorziano e la madre Mary, si risposa con Eugene Douvan, più vecchio di lei di diversi decenni. “Non sto sposando tua madre. Vi sto sposando entrambe” dice l’uomo, gettando ombre sul futuro a venire.

Mary sogna per la figlia una carriera nel mondo dello spettacolo e, come Anna Magnani in “Bellissima”, spinge e mente pur di farle ottenere un ingaggio. La piccola ha quattro anni quando riesce a farla debuttare su Girls Scout Magazine. Sandra è bionda con gli occhi azzurri ed il visino pulito. Inizia come modella, poi arrivano gli spots televisivi. Nel ’57 fa il suo esordio al cinema. È solo quattordicenne, ma già guadagna 70.000 dollari l’anno. Sono tre i films che le regaleranno la popolarità: “I cavalloni”, “Lo specchio della vita” e, in particolar modo, “Scandalo al sole”. Nella pellicola Molly, il personaggio interpretato da Sandra, rimane incinta dopo un unico incontro amoroso, ma si parla anche di matrimonio di convenienza, tradimento e divorzio.

L’America fa i conti con il sesso tra adolescenti e con i panni sporchi che si è soliti lavare in famiglia, ma alla piccola Dee si perdona tutto, con quel viso non può che essere innocente, senza colpa. Qualcuno scrive che incarna perfettamente il passaggio dalla devianza giovanile dei ‘50s alla edificante rispettabilità dei nuovi teenager acqua e sapone, è l’assorbimento della rivoluzione teen all’interno delle logiche di mercato. Gli adulti la amano, la trovano rassicurante e sono loro a sovrapporre la sua immagine a quella della ragazza della porta accanto, dal viso pulito ed ingenuo. Sono loro a farne la fidanzatina d’America. Per i giovani, al contrario, rappresenta cio a cui ribellarsi: bigottismo, provincialismo, zuccherosa artificialità, a tal punto da venir parodiata come emblema di verginità anni più tardi in una celebre scena di Grease.

È la ragazza con l’abitino ben stirato, i twin sets, le gonne a ruota, i pantaloni Capri, i penny loafers, i cocktail dresses – visti di recente in the Help – e l’immancabile peter pan collar. “Io non sono capace in nulla, tranne nello stare sul set con bel vestitino. Non possono costringermi ad indossare peter pan collars per il resto della mia vita.” – dichiara l’attrice – “Devo andare avanti, devo crescere. Voglio interpretare ruoli drammatici, sesso, pellicole con soggetti reali”. La Universal non le presta ascolto e ne fa il simulacro culturale della ninfetta continuando a relegarla in film adolescenziali e commediole. Nel ’60 a Portofino, mentre sta girando uno di questi con Rock Hudson e Gina Lollobrigida, incontra il divo pop Bob Darin. Lui le dice: “Un giorno ti sposerò”.

Lei dichiara: “Piuttosto muoio. A me sinceramente non piace questa persona”. Ancora una volta è la madre a forzarla ad uscire con il cantante. Otto settimane più tardi la relazione è diventata seria ed il primo dicembre lei va all’altare con un vestito di velluto viola ed un cappotto di lontra. Durante il fidanzamento lui le invia ogni giorno 18 rose gialle, dopo il “sì” i fiori smettono di arrivare. Nasce il primo figlio. Dopo il parto la donna vuole solo essere madre, ma Bobby, Mary e la Universal non sono della stessa idea. È depressa, un dottore le prescrive pillole della felicità, inizia così una dipendenza. Sandra si chiude sempre più in se stessa.

Quella dell’american sweetheart è una finzione, l’attrice è artificiale nella sua vita, “La Sandra Dee che promuovevo era una creazione di Hollywood. È una bugia, ed io non voglio più portarla avanti”. È un invenzione dei media, non esiste al di fuori delle pellicole, è una marionetta i cui fili che la manovrano passano dalle mani della madre a quelle della Universal. La vera Sandra soffre di anoressia nervosa, depressione, alcolismo a causa delle violenze del patrigno. È repressa da una madre manipolatrice che, convenientemente, si tappa gli occhi davanti agli appetiti sessuali del marito. Se a dirigerla ci fosse stato Lynch ne avrebbe sicuramente colto il senso di frammentarietà, di tragedia e di perdita. Se la macchina da presa fosse stata nelle mani di Clouzot lui le avrebbe fatto prendere il posto di Romy Schneider in L’Enfer, eroina in lisergici colori pastello.

Come la Blue Moon Rose di Irving Penn, alcuni petali stanno cadendo, altri iniziano a marcire, così Sandra bella e perfetta in apparenza, dentro muore. Ai giovani appare zuccherosa e smielata con il suo disturbante senso di calma, tanto da guadagnarsi il soprannome di Candy floos, anche per i colori pastello che spesso indossa. È una Marie Antoinette, versione Coppola, che regala macaroon al pubblico, regina di un castello di carta pronto a farle sbattere il sedere a terra.

Se questa minuta attrice del New Jersey ha lasciato una qualche eredità, non è certo quello di avere reso famosa la frase “È il massimo”. È, invece, l’averci lasciato una palette di colori sorbetto, delicati, golosi, dal giallo al rosa associati ad una certa compostezza bon ton. Un testamento pienamente raccolto dagli stilisti per la prossima stagione calda. Scorrono davanti agli occhi il defilè di Marc Jacobs per Vuitton con giostre-cavalli bianchi e modelle in mini abiti confetto o la campagna pubblicitaria dello stesso Vuitton scattata da Steven Meisel, ma anche quella di Mulberry con i giganti coni gelato.

Elie Saab, Rochas, Chanel, Preen, Marni, Licia Florio, Lazzari, tutti declinano la loro moda per vestire una donna evocativa, romantica, sognatrice, senza paura di incappare nell’effetto cupcakes. Persino le estrose creazioni di Fred Butler e Medham Kirchoff, i gioielli poetici di Alidra Ali e Merry Mishap, fino alle chiome rosa della modella Charlotte Free s’intonano al mood Dee.

Anche l’arte non rimane sorda al richiamo. Così è o è stato per le opere zuccherose di Will Cotton, i paesaggi desolati di Philip Govedare, l’astrattismo candy di Melanie Authier, il tocco nipponico di Yuki Kitazumi e le figure sfuggenti di Winston Chmielinski.

È giunto, insomma, il momento della dolcezza, quella che, ironicamente è mancata nella vita della sua ispiratrice. Sandra Dee è lontanissima da essere la donna americana perfetta. Non è mai stata felice nella sua vita perché non le è mai stato concesso essere se stessa. Non basta un vestito perfetto per avere una vita perfetta, in una concessione poetica in cui perfezione diventa sinonimo di felicità, ma, talvolta, solo per un istante, può illudercene.