Lotta, viaggio, salvezza: Matteo Pugliese

Matteo Pugliese nasce a Milano per poi trasferirsi in Sardegna, dove vivrà per dodici anni. In questo periodo emerge la sua passione per il disegno e la scultura, anche se intraprende poi studi classici laureandosi in lettere moderne all’Università Statale di Milano con una tesi di critica d’arte.
Nel 2001 organizza e finanzia la sua prima mostra affittando uno spazio privato nel centro di Milano. Solo un anno e mezzo dopo la sua prima personale ufficiale presso una galleria di brera a Milano e pochi mesi dopo ancora a Bruxelles.
È solo l’inizio di una carriera in ascesa.
Negli ultimi anni alcuni suoi lavori sono stati battuti dalle principali e più prestigiose case d’asta (Christie’s, Sotheby’s, Pandolfini) raggiungendo risultati significativi.
Vive e lavora a Milano.

Sei laureato in lettere moderne, ma il tuo percorso strettamente artistico matura da autodidatta. La tua formazione quindi più come rigido conformismo che come reale necessità?

Inizialmente sì, ho fatto l’università seguendo più le aspettative della famiglia che le mie.

Va detto anche che al tempo ero molto insicuro e con poco senso pratico e di aspettative non c’era traccia. Col senno di poi ritengo che l’università mi sia servita molto.

Da autodidatta ho imparato attraverso un percorso realmente personale, senza essere indirizzato o incanalato da altri.

Ho imparato, imparo, soprattutto dai miei sbagli.

Inoltre a differenza di una scuola o un’Accademia ho scelto io tutti i maestri che ho avuto, nessuno escluso, con l’unica differenza che non mi hanno fatto lezione da una cattedra, ma dalla tela di un museo o da un buon libro d’arte.

Opere come le tue richiedono manualità e capacità di modellazione non indifferente. Come hai acquisito queste abilità?

Ritengo che ci sia alla base una predisposizione naturale, quello che chiamano un dono.

Ovviamente poi è necessario coltivarlo, questo dono. Ma poiché il più delle volte è accompagnato dalla passione, coltivarlo diventa la cosa più naturale  e spontanea del mondo. Non ho mai percepito il tempo dedicato al mio lavoro come un sacrificio ma come un piacere, anche come una forma di meditazione, a volte. È vero il contrario semmai; quando non ho la possibilità di stare in studio per tempi troppo lunghi (durante viaggi, vacanze etc) tendo diventare insofferente, anche nervoso.

I maestri quindi, per Matteo Pugliese, chi sono?

I maestri cambiano nel tempo ed è giusto che sia così.

Cambiano in base allo stato d’animo, al periodo della vita. Durante l’università Egon Schiele era il mio unico riferimento, e lo è stato per molti anni. Evidentemente la sua arte mi risuonava di più perché  toccava profondamente il mio vissuto, la mia situazione personale. Poi ho ammirato e studiato di tutto: dai classici Greci al Rinascimento e oltre:ovviamente Michelangelo, Canova, Bernini, il già citato Rodin .

Credo di attingere pesantemente anche da altri campi artistici come la musica, il cinema, l’illustrazione e la letteratura. Sono debitore e riconoscente verso Rodin quanto a Kurosawa, verso Egon Schiele quanto ad Andrea Pazienza, a Bacon quanto a Sergio Leone. A Benvenuto Cellini quanto a Bill Viola o Chuck Close.

Extra Moenia, una locuzione latina che tradotta significa fuori dalle mura. È quindi un movimento dall’interno verso l’esterno, di fuga. Fuga da cosa, da dove?

È certamente una ricerca di uscita, di salvezza. Una lotta/viaggio che alcuni decidono

di intraprendere per abbandonare una situazione fredda e immobile come il muro, una situazione che non trasmette più emozione.

Credo sia chiara la natura autobiografica di questi lavori (il che spiega anche perché sono solo uomini).

Procedono sempre in linea retta e senza mai aggirare un ostacolo. Pur di non rinunciare alla loro traiettoria sono disposti a tutto ignorando la presenza umana con simulato disinteresse. Parliamo degli scarabei. Che periodo della tua vita rappresentano?

Gli scarabei sono il mio progetto più recente. Ho scelto lo scarabeo perché è rappresentativo di un episodio della mia prima adolescenza e perché è un animale dal potente carattere simbolico. Attraverso questo animale ho quindi voluto riguardare quei giorni, senza malinconia, ma piuttosto con allegria e gratitudine. Per questo motivo ogni scarabeo porta incastonato nel guscio di ceramica un oggetto, un amuleto che mi era caro e familiare in quel lontano periodo e che poi è scomparso gradualmente dalla mia vita, esattamente come la mia adolescenza: un gettone telefonico, un omino del subbuteo, le zigulì.

Con questi lavori mi sono concesso una fase più leggera, più pop ed ecco esplodere anche il colore, che peraltro sta contagiando anche gli ultimi custodi. Sono realizzati in bronzo o alluminio e ceramica e per prendere dimestichezza con quest’ultima tecnica  c’è voluto più di un anno (da autodidatta).

Una delle tue serie si intitola Custodi. A cosa ti sei ispirato? Perché la figura del Custode? Servono a custodire la tua consapevolezza ormai acquisita?

I Custodi sono figure nate dal desiderio di proteggere e custodire il nostro ambiente più sacro: le mura in cui viviamo. Si oppongono a un certo tipo di mondo fatto di urla, ipocrisie e volgarità (in genere dove regna il custode non c’è il televisore).  Sono figli di quella ispirazione poliedrica di cui si parlava prima a proposito  dei maestri. Qui c’è davvero tutto:arte orientale, cinema, fumetto, fantasia, storia dell’arte,  illustrazione, gioco, arte maggiore, minore etc.

Come mai figure ispirate a luoghi e popoli così diversi?

Quasi ogni cultura e forse ogni religione ha le sue  figure apotropaiche: dai Penati latini alle maschere balinesi , dai totem dei nativi americani fino alle sure apotropaiche del Corano e ai Patroni della religione cattolica (patroni = protettori). Ma anche qui il concetto diventa molto elastico al punto da includere la figura del Samurai, una delle mie preferite, il quale era si un protettore ma nel senso di mercenario più che di custode spirituale.
Vogliono essere figure evocative, l’armatura o il costume non sono riprodotti fedelmente ma in modo totalmente libero e arbitrario. Con la stessa libertà con cui scelgo i soggetti decido come realizzarli, non è la fedele ricostruzione storica che mi interessa.
Da un punto di vista creativo la loro genesi è piuttosto curiosa rispetto ad altre mie sculture che hanno uno sviluppo più regolare.
Alcuni nascono infatti in un pomeriggio e la loro forza credo stia nella loro rapida esecuzione, nell’immediatezza del segno e nelle spatolate veloce. Altri, al contrario, hanno richiesto settimane per poter essere completati nei loro dettagli. Per fare le piastre del “Custode Assiro II” ho utilizzato circa 800 monetine da un centesimo di euro. Quello scandinavo ha l’armatura composta da mezzo migliaio di unghie finte.
Custodi ed Extra Moenia  ben racchiudono due facce opposte della mia natura, che pure convivono insieme senza contraddizione: equilibrio e tormento, canone classico e sproporzione . storia dell’arte e fantasia. I Custodi appartengono comunque ad una fase della mia vita di maggior equilibrio e centratura rispetto agli extra moenia.

Le tue opere sono state recentemente quotate e battute all’asta (Il Segreto, con una base d’asta di 12/16.000 euro è stato venduto a 34.000 euro a giugno, Sotheby’s contemporary art fair Londra n.d.r), raggiungendo anche cifre interessanti. Che effetto fa vedere la propria arte quantificata?

La mia arte è stata quantificata nel momento in cui ho venduto la mia prima scultura, molti anni fa. Certamente sapere che diversi miei pezzi sono stati presentati e venduti durante le più importanti aste a pochi lotti di distanza dai mostri sacri dell’arte moderna e contemporanea è una grande soddisfazione e una iniezione di energia enorme. (L’ultimo mio lavoro è stato battuto da Sotheby’s a Londra qualche settimana fa).

Confesso che i risultati delle aste sono stati una sorpresa anche per me; al momento sono sei i lavori presentati e venduti in asta diversi di questi hanno raddoppiato o triplicato la base di partenza.

I mecenati, ricchi signori, vanitosi, da sempre legati al mondo dell’arte. I mecenati di oggi, chi sono?

Non ne ho ancora conosciuti.

Leggiamo: Matteo Pugliese, scultore milanese che ha trovato il suo trampolino di lancio all’estero.  Capita spesso di leggerlo, soprattutto se parliamo d’arte. In un paese come il nostro, fondato su un patrimonio artistico senza eguali e su una cultura millenaria, perché è poi così difficile emergere?

Non credo c’entri il patrimonio artistico e la cultura millenaria del nostro paese. C’entra la mentalità delle persone e dunque anche delle Istituzioni che, piaccia o non piaccia ne sono il riflesso.

Pochi mesi fa un mio amico artista, giovane ma ben conosciuto e affermato, si è trasferito a Berlino. Nel giro di pochi mesi ha ricevuto, con sua grande sorpresa, la visita in studio di due direttori di musei. Ci tengo a sottolinearlo: i direttori di due importanti musei sono andati a trovare nel suo studio l’artista appena giunto in città. Nonostante sia una cosa tutto sommato giusta e normale non mi riesce di immaginarla nel nostro paese.

Le mie opere attualmente esposte nei musei si trovano all’estero (Bruxelles ed Anversa).

In Italia non sono mai stato neanche interpellato. Ma si tratta certo di una curiosa coincidenza.

Hai 42 anni e più di dieci anni di carriera artistica alle spalle, eppure continuano a definirti come giovane. Abbiamo imparato però che, soprattutto nel nostro bel paese, questo non rappresenti sempre un complimento, bensì un limite. Cosa bisogna fare per essere considerati non più giovani, ma adulti, quindi affermati?

Sinceramente non mi sono mai posto il problema, inoltre va detto che a differenza di altri campi come lo sport, un artista a 40 anni è in effetti ancora giovane. Ci sono tantissimi artisti che a 70 e anche 80 anni sono ancora in piena attività. Mi piace menzionare Daniel Spoerri, artista 82enne che ammiro e che incontro in fonderia. Non trovo poi il termine giovane in contrapposizione ad affermato. Alla fine sono etichette che mi interessano molto poco.

Milano, Roma, Londra, Hong Kong, Aja, Bruxelles, Lugano. Un posto dove ti piacerebbe esporre ancora?

Mi piacerebbe organizzare una mostra in un museo importante ma non ho in mente un luogo specifico.

Un artista italiano che stimi particolarmente e che ci consigli di tener d’occhio?

Aron Demez. È già molto conosciuto e apprezzato ma lo segnalo comunque perché oltre al suo indiscusso talento mi piace il suo coraggio di cambiare, di innovarsi seguendo quello che ha in testa più che le aspettative del mercato o dei collezionisti. Credo che sia uno degli artisti più sinceri con se stesso.

Siamo arrivati ai consueti saluti, e come spesso capita, vogliamo congedarci così: esprimi un desiderio.

Mantenere sempre lo stesso spirito ed entusiasmo che mi accompagna dall’inizio:sudando, cambiando, rischiando, sbagliando e anche cazzeggiando.

Nel momento in cui avvertirò la routine o la ripetitività sarà la fine. Ma sono piuttosto fiducioso che quel momento non arriverà mai, basta rendersene conto in tempo e cambiare ancora strada.

Ringraziando Matteo per la sua disponibilità vi lasciamo in compagnia delle sue opere che trovare sul suo sito personale www.matteopugliese.com