I ritratti di Federica Campochiaro

Nata e pasciuta in Lucania, sei anni orsono si trasferisce nella capitale per studiare architettura, e successivamente industrial design. Appassionata illustratrice a tempo perso, passa dal nero china alla più spietata luce. Cerca di trovare un senso alla matassa inestricabile di informazioni del mondo esterno che si riversano senza troppi complimenti, nell’obiettivo.
I suoi ritratti traggono ispirazione da una dimensione onirica, hanno molti significati o forse nessuno, tutto dipende dalla sensibilità di chi le osserva.
Grana grossa e tonalità sbiadite che trasmettono sensazioni malinconiche.
È Federica Campochiaro.

Tu e la fotografia, a quando il primo approccio?
L’incontro con la fotografia, in certo modo, è arrivato relativamente tardi. Sono sempre stata legata al mondo visivo, dal punto di vista dell’illustrazione, ma ad un certo punto non mi è più bastato, in quel periodo avevo esaurito la cartuccia della creatività così la fotografia è venuta da se.

Un ricordo fotografico.

Sicuramente quando ho ripreso in mano la vecchia Zenit, fu in occasione di un viaggio a Madrid. Ancora oggi quando guardo quelle foto ho un ricordo vivido e nostalgico.

Come ti relazioni con ciò che sta davanti alla tua macchina fotografica? Ma soprattutto, cosa ci osservi attraverso?

Cerco quanto più la luna m’ispira di trovare un senso alla scena, darle una ragione per cui dovrebbe esistere tra le mie immagini; solo dopo quest’operazione mentale trovo il modo più semplice per rappresentare quest’idea o concept, che dir si voglia.

A prescindere o meno dalla presenza della macchina, un buon occhio dovrebbe essere sempre curioso verso ciò che lo circonda: osservo tutto, in ogni momento, ho una costante fame visiva. Per indole tendo molto a soffermarmi sui dettagli, qualcosa che, in qualche modo, rompe uno schema.

Da dove trai ispirazione?

L’ispirazione è labile. Ad essere franca la maggior parte delle volte è musicale, per cui, quasi inconsciamente, tendo a rappresentare le sensazioni che una melodia o un album mi trasmette. Altra larga fetta della torta va sicuramente al cinema, di cui sono una discreta appassionata. Mi piace vedere l’angoscia, la claustrofobia, lo smarrimento e il dramma.

Analogico o digitale? L’attrezzatura che ti permette di concretizzare i tuoi progetti?

Una domanda difficile. A pelle preferisco la pellicola, ho una maggiore confidenza,però con in questa il mio perfezionismo latente si acuisce notevolmente rispetto al digitale in cui il margine di errore è più morbido, poi dipende dalle lune.

Nella mia borsa c’è (quasi) sempre l’amata Zenit 122 per quanto riguarda il piccolo formato, per il medio uso spesso una Zeiss Nettar e di recente ho acquistato una Kiev 60. Purtroppo il digitale non rende il confronto, ma del mezzo non mi è mai importato un granché, tant’è vero che uso una bridge Fuji.

Un fotografo che ammiri.

Sono molto interessata alla scena visiva italiana, la lista sarebbe lunga e finirei per dimenticarmi qualcuno. Taglio la testa al toro e dico l’inglese Ellen Rogers e su tutti Donata Wenders.

Un luogo, un libro e una canzone.

Il Quebec, “Rant” di Palahniuk e “Jewel” dei Cranes

Vi lasciamo con il suo Flickr.