Il mondo ci appartiene. Oppure no?

Le capacità di gestione dei beni culturali sono un argomento di discussione alquanto ricorrente in Italia. Al di là delle diverse e più o meno legittime considerazioni in proposito, è possibile osservare da vicino un esempio di gestione straniera di beni culturali italiani di grande fascino, in una città leggendaria per il turismo italiano, ma soprattutto internazionale: Venezia.
Dal 2007, in seguito a una partnership firmata tra il Comune di Venezia e Palazzo Grassi, prende avvio il progetto di riqualificazione degli spazi di Punta della Dogana, ad opera dell’architetto Tadao Ando, per renderli un nuovo punto di riferimento per l’arte contemporanea. Si avviano da quel momento i restauri, che si concludono il 6 giugno 2009 con l’inaugurazione della mostra Mapping the Studio: Artists from the François Pinault Collection, all’interno delle due sedi di Punta della Dogana e di Palazzo Grassi e proprio a François Pinault, appassionato collezionista e noto imprenditore del lusso, si riconduce la firma di questo importante progetto di valorizzazione dell’arte contemporanea.

Le recenti mostre Elogio del dubbio e Il mondo vi appartiene, a cura di Caroline Bourgeois, sono due esposizioni complementari che propongono diverse generazioni di artisti – alcuni celebri, altri meno noti al grande pubblico – rappresentanti l’arte di oggi, per molti ancora di difficile accettazione proprio per i suoi aspetti (troppo?) speculari sulle angosce della realtà contemporanea. Essi si presentano talvolta in forme tormentate e antigraziose, delle quali queste due mostre propongono svariati esempi, accompagnati da opere più vicine alla sublimazione, alla riflessione e all’ironia. Oltrepassando la soglia di ingresso degli spazi espositivi di Punta della Dogana, Elogio del dubbio si manifesta con un dé-jà-vu proveniente da Mapping the Studio: il cavallo sospeso, dalla testa incassata nel muro, di Maurizio Cattelan (Untitled, 2007), artista che insieme a David Hammons e al suo Untitled (2000) – un’installazione dal sapore funebre a metà tra un canestro da basket e un lampadario – contribuisce a potenziare la sensazione di straniamento portata dalle sculture minimaliste di Donald Judd, presenti in sala.
Queste prime impressioni sono efficaci per prepararci all’incontro con una delle opere più intense dell’esposizione: il grande allestimento di Edward Kienholz, Roxys (1943-62), la ricostruzione di una casa di tolleranza di Las Vegas dove tutto è rimasto fermo al 1943, dentro la quale le vittime di abusi e di violenza, un tempo donne e ora rese maschere grottesche, ci osservano come in un set cinematografico da film dell’orrore.

L’eccezionalità di quest’opera risiede nella sua capacità di perturbare lo spettatore in modo sottile e silenzioso, in continuità e al tempo stesso in contrasto con le sculture in resina poliuretanica esposte nella sala successiva da Paul McCarthy, le quali affrontano simili tematiche, quali la mercificazione del corpo femminile e la violenza legata alle manie di potenza e di conquista di una società ritratta, in chiave più diretta e incisiva (in linea con i media contemporanei), come fallocentrica e coprofaga (Pirate Heads, 2009).

Le corde emotive dello spettatore vengono stimolate in diverse direzioni. Notevoli le opere di Chen Zhen, artista cinese ammalatosi di leucemia a soli 25 anni e scomparso nel 2000, che con l’opera della stessa data Crystal Landscape of Inner Body riproduce in cristallo, disposti su un lettino, undici organi del corpo umano. L’artista newyorchese Roni Horn ci inganna, invitandoci a non fidarci delle apparenze con i suoi pozzi realizzati interamente in vetro, ma che sembrano ricoperti d’acqua (Well and Truly, 2009-10). Un monito che persiste nelle opere di Jeff Koons, composte da salvagenti per bambini, che hanno una connotazione convenzionalmente positiva e salvifica e che ostentano una consistenza apparentemente morbida e innocua, ma che in realtà sono realizzate in metallo smaltato. Lo stesso materiale ritorna nelle reti e nelle catene che sorreggono queste cinque opere, provenienti dalla serie Popeye (2002). Le oscillazioni dell’ironia proseguono con gli omaggi a Duchamp e a Felix-Gonzalez Torrez di Sturtevant, per sfumarsi nelle riflessioni dell’artista italo-francese Tatiana Trouvé, sospese tra presenza e assenza, indagando il rapporto tra l’inevitabilità della perdita e le attività umane di preservazione con un linguaggio che omaggia l’architettura, ricoprendo la più concreta delle arti di un’aura desolante (Intranquillity, Appunti per una costruzione, 2011).

Il mondo vi appartiene, ospitata nella sede di Palazzo Grassi, si apre invece con un’opera monumentale dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, una struttura informe che si espande con i suoi tentacoli lungo le scale e al centro della sala d’ingresso del palazzo, composta da tessuti di diversi colori e fogge, provenienti da varie parti del mondo e impreziositi da orpelli di varia natura. Un’opera biomorfa, che ricorda nella sua forma i batteri e i microgranismi, notevolmente ingigantiti (e non a caso, l’opera si chiama Contamination ed è in costante crescita): un’esplosione di colore quale primo imprinting della mostra, rafforzata da un Baloon Dog (1994-2006) color magenta e in metallo specchiante di Jeff Koons.

L’esplosione “virale” di colore si declina in glamour con le due salette cinematografiche pensate dall’artista Francesco Vezzoli, che dal MAXXI di Roma al Museion di Bolzano spopola, con le sue opere cariche di ironia, prendendo in oggetto il terribile potere persuasivo dei mass-media. In Marlene Redux: a true hollywood story! (2006) propone nientemeno che la messa in scena della sua morte, in prima persona, riecheggiando i reality show e i documentari di importazione americana. Le tinte accese di queste prime opere si arricchiscono in breve tempo di connotazioni inquietanti con l’opera Life is Beautiful (2009) dell’artista iraniano Farhad Moshiri, realizzata con diversi coltelli dai manici colorati, posti uno accanto all’altro e con le lame conficcate nel muro che compongono, in uno stile marcatamente corsivo, il titolo dell’opera. Di grande interesse il giovane artista francese Loris Gréaud, che con Gunpowder Forest Bubble (2008) allestisce un’oscura scenografia dall’aura apocalittica, composta da alberi spogli, ricoperti da polvere da sparo e illuminati unicamente dalla luce di una luna piena e maestosa.

I vetri di questa sala sono oscurati, in modo tale da creare un rapporto unico tra interno ed esterno: anche il paesaggio veneziano si tinge delle medesime tinte fosche caratterizzanti l’opera del giovane francese. A questo lavoro è possibile associare il romanticismo urbano di Pruitt-Igoe Falls (2009), del coetaneo Cyprien Gaillard, che prende il titolo da un complesso residenziale costruito in stile modernista e fatto implodere nel 1972 dopo aver raggiunto livelli inaccettabili di degrado, associando, in un’installazione video, esempi analoghi di edilizia popolare alle Cascate del Niagara, una meraviglia naturale che è al tempo stesso attrazione turistica adornata di luci colorate, per sottolineare, come suggerisce il titolo della mostra, una riflessione sul mondo e sulla sua presunta appartenenza a una società che si prefigge di amarlo e “adornarlo”, ma che invece lo distrugge. Da qui il ruolo dell’artista che, consapevole anzitempo delle conseguenze di questo corto circuito, vorrebbe manifestare la paura, o almeno esorcizzarla, di una società che a sua volta aspetta di essere distrutta.

Elogio del dubbio, Punta della Dogana e Il mondo vi appartiene, Palazzo Grassi – Venezia, a cura di Caroline Bourgeois, fino al 21 febbraio 2012.

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