Pete Doherty: il live report in musica

Fuori tanta neve. Disagi ferroviari. Freddo e stanchezza. Con le cuffie dell’iPod alle orecchie il modo migliore che ci viene in mente per raccontare il concerto di Pete Doherty del 9 febbraio all’Atlantico (Roma), è quello di creare una piccola playlist musicale, utile per dividere in microcapitoli il set acustico del songwriter dannato di Albione.

On the Road Again – Willie Nelson

Pete è tornato a fare ciò che gli riesce meglio (oltre al cacciarsi ripetutamente nei pasticci), ovvero strimpellare la sua chitarra e deliziare il suo pubblico con pezzi ormai diventati memorabili. Alla fine gli si perdona pure il fatto di salire sul palco con un paio d’ore di ritardo rispetto all’appuntamento annunciato, e di farsi aprire da una noiosa Soko, e dalla sua poco gloriosa esibizione. Ed ecco arrivare allora un’ora di spettacolo in cui Pete alterna pezzi nuovi, strimpellate e improvvisazioni a pezzi ormai storici, cantati a squarciagola da tutti i presenti. Don’t Look Back Into the Sun, Albion, When the Lights Go Out, Can’t Stand Me Now e l’immancabile Fuck Forever a chiudere, farciscono ciò che di altrettanto buono e gustoso ha creato da solista, tra cui The Last of the English Roses, Arcady e For Lovers in cui viene accompagnato da uno stordito (è dir poco) Peter Wolfe (co-autore del pezzo).

The Needle & The Damage Done – Neil Young

Ogni tossico è come un sole che tramonta”, e che torna a risplendere. Per molti era più l’attesa di sapere in che condizioni psicofisiche arrivasse il “grande sopravvissuto”, piuttosto che quella di gustarsi i nuovi pezzi, che finiranno nel nuovo album solista in uscita (forse) a marzo, e di riassaporare quelli ‘gloriosi’ scritti con Libertines e Babyshambles. Fortunatamente, Doherty, oltre ad aver messo su una simpatica pancetta, si è dato una ripulita, più o meno. Certo, ancora barcolla e ha difficoltà a stare in equilibrio, e ogni tanto stropiccia gli occhi quasi non fosse completamente lucido, ma quel che conta è che ricorda ogni parola di ogni sua canzone, è simpatico, scherza e non “sbratta” più sul palco (ndr,sbrattare”, nel gergo romano significa vomitare). Nell’istante in cui imbraccia la sua chitarra acustica, si capisce come la musica, la stessa che ha spedito in paradiso, o giù agli inferi, la sua amica Amy Winehouse, in un certo senso, lo ha salvato da una fine certa e scontata.

Desolation Row – Bob Dylan

The circus is in town”. Si, Pete porta in giro una piccola “compagnia”, cercando di rendere il suo concerto un piccolo spettacolo folkloristico. In un palco in cui oltre a due amplificatori è presente una vecchia sedia di legno, in cui si accomoderà per fumarsi una sigaretta, per dissetarsi e per infilarsi una calza dai colori giallorossi lanciatagli da qualcuno del pubblico, salgono a intervalli delle ballerine che improvvisano, come lo stesso Doherty fa con la sua scaletta, balletti, vestite di Union Jack. Questo rende il tutto molto intimo, ma così dannatamente sgraziato, proprio come il “mondo” di Pete.

Reno – Bruce Springsteen

Conoscete questo pezzo del Boss? Tagliando la testa al toro, il testo parla di una prostituta. Ecco, vedere volare sopra la nostra testa reggiseni e mutandine, ci ha fatto arrivare alla conclusione che Pete Doherty sia diventato in un certo senso “the bitch of rock”, ed è un grande peccato, perché il trentaduenne inglese avrebbe tutte le carte in regola per arrivare ad un pubblico più “maturo”, ed invece sembra solo in grado di attrarre a sé giovincelle e giovincelli a cui interessa relativamente poco della bravura del baldo inglese, annichilito dalla solita “prostituzione” intellettuale che mette i numeri davanti a tutto.

Questi che avete appena letto sopra non sono nient’altro che appunti presi durante l’attesa per il viaggio di ritorno, Roma – Chiusi, al freddo della stazione Termini, mentre aspettavamo che il nostro treno comparisse sul tabellone delle partenze. Lasciando una Roma che cominciava a dipingersi di bianco, il gelo rendeva quasi impossibile ogni tentativo di rielaborare le emozioni vissute durante il bel concerto di “Pete il disgraziato”, ed ecco a voi il risultato. Lo abbiamo detto, il “bel” concerto, nonostante Reno, e nonostante le mutandine che volavano.

Foto del live di Claudia Rasmussen